Ma com'è possibile?

Scappavano dalle guerre jugoslave Dal ’06 sono nei container a Seriate

Scappavano dalle guerre jugoslave Dal ’06 sono nei container a Seriate
28 Marzo 2019 ore 07:00

Famiglie scappate dalla guerra. Sono arrivate qui, a Seriate, e forse si aspettavano di ricevere un aiuto diverso. Vivono nei container da ormai tredici anni, con il rombo degli aerei che partono sopra la testa. Il campo nomadi e l’integrazione: questo l’argomento di discussione che, negli ultimi giorni, ha tenuto banco sui social di Seriate. Sulla pagina di una delle liste di opposizione, infatti, si sono poste alcune domande rispetto al funzionamento e alle condizioni del campo. Nonché all’integrazione dei residenti. Il filo conduttore di questa indagine, dunque, sembra essere la parola integrazione. Secondo Treccani, «integrazione» significa «Inserzione, incorporazione, assimilazione di un individuo, di una categoria, di un gruppo etnico in un ambiente sociale, in un’organizzazione, in una comunità etnica, in una società costituita». Una definizione piuttosto fluida: fino a che punto si può parlare di integrazione senza sfociare nel rinnegare le proprie origini? Il sito web Parlare civile, sostiene che «l’idea di “integrazione” rimanderebbe soprattutto all’individuo che deve modificare i propri comportamenti e le proprie credenze per aderire al sistema della cultura dominante, quindi avrebbe un significato più vicino ad “assimilazione” e mancherebbe l’idea dello scambio reciproco. Mentre una parola come “inclusione”, intesa con l’accezione anglosassone di “inclusion” e di “inclusive”, contiene in sé il concetto di un rapporto più equo fra la persona e l’ambiente, di reciproca influenza». Parola maturate da alcune idee di esperti internazionali come Stephen Castles e Mark J. Miller.

È ora necessario un salto temporale. Partendo dalle guerre jugoslave degli anni Novanta: allora sono arrivati sul territorio di Seriate dei nuclei familiari di origine serba. Questo è testimoniato da una deliberazione della Giunta comunale datata 25 luglio 2006. Sullo stesso documento si apprende che, dal 1996, il municipio ha «attivato una serie di interventi miranti, con scarso successo, alla loro integrazione sociale». In particolare, sembra che la giunta della sindaca Saita abbia realizzato interventi di «educazione all’igiene personale, sostegno scolastico ai bambini, assegnazione di contributi assistenziali, accompagnamento nella regolarizzazione dei documenti di soggiorno e assistenza domiciliare ai bambini». Tutti «con scarso successo». Da qui, dunque, una prima idea di ciò che si intendeva per integrazione 13 anni or sono. Le persone da integrare, stando al documento, erano divise in sei nuclei familiari. Cinque di essi stanziati in roulotte in viale Lombardia e uno sotto sfratto da parte dell’Aler. Per poter «garantire una adeguata sistemazione abitativa ai cinque nuclei familiari, anche sotto l’aspetto igienico-sanitario» nonché alla sesta famiglia sotto sfratto, il Municipio ha «predisposto sei moduli abitativi» su un terreno demaniale sulla via per Grassobbio, dato in concessione.

Lo stesso posto in cui si trovano oggi. Prima di arrivare al presente, però, bisogna fare un’altra tappa: l’8 novembre 2011 la Giunta Saita ha prolungato fino al…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 46 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 28 marzo. In versione digitale, qui.

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