Uno studio inglese

Scendere all’ora giusta in campo può far vincere o perdere una gara

Scendere all’ora giusta in campo può far vincere o perdere una gara
07 Febbraio 2015 ore 09:01

Servono due orologi – quello con le lancette vere e proprie e quello biologico – che battano perfettamente sincronizzati, per consentire all’organismo di dare il massimo delle prestazioni. Almeno in ambito sportivo. Lo dimostrerebbe uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Birmingham, in Inghilterra, e pubblicato su Current Biology, secondo cui la vittoria o la sconfitta della gara, ovvero la resa dell’atleta con sensibili miglioramenti della performance, sarebbero condizionate dall’ora in cui la sfida sportiva viene giocata. A fare la differenza su tutto questo, poi, ci si mettono anche la qualità e le abitudini del sonno dei giocatori in campo.

 

 

Lo studio. I ricercatori hanno innanzitutto analizzato il fenotipo circadiano degli sportivi, ovvero l’orologio biologico interno all’organismo che regola il ritmo sonno-veglia e che porta ad essere o più “allodole” o più “gufi”. Per capirlo, gli esperti hanno radunato dapprima oltre 120 sportivi, facendo tutte le analisi e le osservazioni del caso, e in un secondo tempo hanno selezionato 20 atleti tra cui anche alcune giocatrici inglesi di hockey su prato, in modo che potessero essere rappresentate nella squadra in esame le tre fasce della giornata ideali per giocare. Tutte sono state sottoposte ad una prova di resistenza cardiovascolare consistente in una serie di gare di venti minuti ciascuna in tempi sempre più ravvicinati, sei volte al giorno, nell’arco compreso fra le 7 del mattino e le 22.

Analizzando le abitudini di sonno (e non solo) di ciascuna ragazza, i ricercatori hanno potuto evidenziare notevoli differenze in termini di partecipazione efficace ed efficiente in campo e in gara. Arrivando ad osservare che le “allodole”, dunque coloro che di norma si svegliano presto o spontaneamente alla mattina, rendono meglio all’ora di pranzo, intorno alle 12; i “gufi”, invece, abituati a tirar tardi, danno il massimo alla sera, prima delle 20, mentre i dormiglioni intermedi forniscono le migliori prestazioni nel pomeriggio, poco prima delle 16. Un’analisi che ha permesso di capire ai ricercatori che il momento migliore per puntare alla vittoria in quel gruppo di atlete (ma forse non solo) era il tardo pomeriggio.

 

 

Quindi, occhio all’ora in cui si gareggia. Le performance sportive possono variare nel bene e nel male del 26 percento nell’arco della giornata, a seconda dell’ora in cui gli atleti scendono in campo. In buona sostanza, per mettere insieme una squadra potenzialmente votata al successo, ben equilibrata fra allodole e gufi e un po’ di altro, occorrerebbe conoscere prima il fenotipo circadiano dell’atleta e farlo scendere in campo nell’ora del giorno a lui più idonea. Un consiglio da tenere a mente in vista delle ormai prossime Olimpiadi, e dato che a fare la differenza tra un quarto posto e un oro olimpico basta solo un 1 percento di probabilità, perché non sperimentare anzitempo la strategia? E nel caso in cui si sia mattinieri e la gara (olimpica) dovesse essere giocata di sera? I ricercatori tranquillizzano, perché il momento del sonno, e quindi l’orologio biologico si può aggiustare in modo che non sia sfasato rispetto a quello dalla gara e l’atleta sia al top.

Per i non sportivi. I risultati sportivi potrebbero però valere anche in discipline non agonistiche ed essere efficaci nella quotidianità. Ovvero in un colloquio di lavoro, ad un esame a scuola; dunque il suggerimento, a detta degli esperti, resta quello di osservare meno l’orologio da polso e dare più ascolto alle potenzialità del proprio bioritmo.

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