La sentenza

Schiacciato da una bobina in azienda a Filago, condannati capi e collega di Matteo Regazzi

La pena è stata sospesa a tutti gli imputati, con non menzione per due di loro. Sanzionate le due aziende coinvolte

Schiacciato da una bobina in azienda a Filago, condannati capi e collega di Matteo Regazzi
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Condannati stamattina (mercoledì 20 settembre), nel processo al Tribunale di Bergamo, i responsabili dell’infortunio mortale di quasi cinque anni fa alla Diesse Rubber Hoses Spa a Filago, in cui l’elettricista 38enne Matteo Regazzi rimase schiacciato da una bobina di 275 chilogrammi.

La sentenza

Il giudice ha dato un anno e otto mesi di reclusione a G. D. S., 72enne di Foggia residente a Bergamo, datore di lavoro delegato dal Consiglio di amministrazione dell'azienda. Condannato invece a un anno e due mesi di reclusione C. P., 53enne di Bergamo, amministratore unico della Elettrobonatese Srl; a otto mesi di reclusione L. S., 41enne di Bergamo, che quel giorno si trovava alla guida del carrello elevatore.

Comminate anche due sanzioni pecuniarie di 79.980 euro per la Diesse Rubber Hoses Spa e 7.500 euro di sanzione pecuniaria per la Elettrobonatese Srl. La pena è stata sospesa per tutti gli imputati e si è disposta la non menzione per C. P. e L. S., dopo il processo in cui i familiari della vittima sono stati assistiti da Giesse Risarcimento Danni, gruppo specializzato nei casi di infortuni sul lavoro, con sedi anche a Sirmione e Monza.

L'incidente in azienda

Il giorno dell'incidente (il 5 novembre 2018) Matteo Regazzi, elettricista dipendente della Elettrobonatese, stava lavorando all’interno dello stabilimento delle Diesse Rubber Hoses, che aveva appaltato alla ditta bergamasca alcuni lavori all’impianto elettrico. Stava avvolgendo alcuni cavi quando il collega L.S., alla guida di un carrello elevatore, mentre stava trasportando una bobina di ferro dal peso di oltre 250 chili frenò, ma la bobina si ribaltò e travolse la vittima, senza lasciargli scampo. Le sue condizioni erano apparse fin da subito gravi e l'uomo morì tredici giorni dopo.

«È ovvio che nessuna condanna potrà mai riportare indietro Matteo Regazzi - ha commentato Fernando Rosa, responsabile della sede di Giesse Risarcimento Danni a Monza -. I familiari sono ancora molto addolorati per quanto accaduto ed è più che comprensibile. Tuttavia, i giudici hanno riconosciuto la responsabilità penale degli imputati, come da noi sostenuto fin dall’inizio tramite i nostri legali fiduciari. L’infortunio sul lavoro non solo poteva, ma doveva essere evitato. L’auspicio è che condanne di questo tipo possano servire a rafforzare la coscienza di tutte quelle aziende che ancora oggi non tutelano a sufficienza i loro dipendenti».

La tesi dell'accusa

Secondo il pm Giancarlo Mancusi, in quell'azienda non si sarebbero utilizzati carrelli a norma per trasportare quel tipo di bobine, pesanti diverse centinaia di chili. A sostegno di questa tesi, ci sarebbe il fatto che la ditta avrebbe cambiato il sistema di trasporto a seguito dell'incidente. A finire contestata anche la presunta velocità elevata a cui procedeva l'autista del carrello elevatore (tra gli otto e i dieci chilometri orari, invece di cinque, ovvero a passo d'uomo, secondo l'accusa) e le modalità con cui le due ditte avevano predisposto l'intervento di manutenzione (zone di lavoro, redazione del Documento unico valutazione rischi interferenti-Duvri, possibili rischi dell'operazione e corretta informazione dei dipendenti per il trasporto delle bobine).

Infine, è stata contestata anche la segnaletica orizzontale (quella presente sarebbe stata particolarmente rovinata), che separava le aree dedicate agli operai da quelle riservate ai mezzi.

La posizione della difesa

La difesa del datore di lavoro, però, con l'avvocato Filippo Schiaffino sosteneva che Regazzi avesse effettuato un sopralluogo, qualche giorno prima, con un responsabile della sicurezza, nominato dall'amministratore delegato, e non ci sarebbero state obiezioni sull'area d'intervento. Inoltre, l'elettricista era chinato e quindi per quello non visibile, le disposizioni aziendali imponevano di non superare i sei chilometri orari guidando il mezzo e il mulettista era stato formato per guidarlo, quindi per loro le misure di prevenzione erano state prese.

La legale dell'azienda (finita anch'essa a processo insieme a quella in subappalto) Francesca Mondini, invece, aveva chiesto l'esclusione dell'azienda dalle responsabilità, sostenendo che l'illecito contestato non sussistesse, e aggiungendo che la società aveva investito il dieci per cento del proprio utile sulla sicurezza.

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