Come Pasteur, Molière, Péguy

Scoprì la sindrome di Down ma la Francia non lo ha mai amato

Scoprì la sindrome di Down ma la Francia non lo ha mai amato
Cronaca 25 Ottobre 2014 ore 10:35

Ne ha dato notizia la rivista Tempi: Jerôme Lejeune, lo scopritore della Sindrome di Down, a 20 anni dalla morte viene accusato di essere un usurpatore. Non sarebbe suo il merito della scoperta. I fatti, come li riporta Tempi:

“Le accuse. Il 28 ottobre 2013 un gruppo di biologi del Centro nazionale di ricerca scientifica francese e dell’Istituto nazionale della salute e della ricerca medica (Inserm) ha presentato un esposto al comitato etico dell’Inserm perché venisse riconosciuto il contributo reale di Marthe Gautier, oggi 89enne, nella scoperta della trisomia 21, che causa la sindrome di Down. Lo scorso 14 settembre, il comitato ha pubblicato un documento nel quale accusa Jerome Lejeune di non aver avuto «un ruolo preponderante nella scoperta» della sindrome di Down e di aver in qualche modo usurpato il lavoro dei colleghi Raymond Turpin e Marthe Gautier, che non era una genetista”.

Ovviamente quel che sostiene l’Inserm non è vero per niente. E lo si capisce perfettamente dal seguito dell’articolo – per chi apprende della vicenda oggi per la prima volta – e da trent’anni almeno di frequentazione dei fatti e dei personaggi per gli altri. Jerôme Lejeune ha sempre riconosciuto – per scritto e per orale, in privato e in pubblico – l’apporto dei colleghi. Ma la Francia non ha mai digerito Lejeune.

Sotto il busto di Molière all’Accadémie Française si legge questa iscrizione: “Rien ne manque à sa gloire, il manquait à la nôtre”. (Alla sua gloria non manca nulla; lui mancava alla nostra). L’imperfetto indica la cattiva coscienza de l’Académie, che collocando – nel 1774, 101 anni dopo che era morto – la statua del sommo commediografo e attore nella sua galleria di Immortali pensava di riparare a un torto: mancava fino ad ora, adesso non manca più. Continua a mancare, invece. Tranquilli. Non vi è andato a genio per un secolo e mezzo almeno (prima da vivo e poi da morto), e se aveste voluto riconoscere la verità avreste scritto: nulla manca alla sua gloria, è lui che manca (presente. E anche un po’ futuro) alla nostra.

La cara, la dolce Francia, non è nuova situazioni del genere. In tempi recenti è stato Alain Finkielkraut, filosofo assai acuto, a sottolineare che il suo interesse per uno dei grandi della poesia francese, Charles Péguy, ha dovuto fare i conti con la situazione di un poeta che è più celebrato che amato (e conosciuto) nel suo Paese. Dicono, i nostro cugini d’oltralpe: lo celebriamo perché è inevitabilmente un grande. Purtroppo. Purtroppo si è fatto i suoi pellegrinaggi a Chartres, ha parlato di fede speranza e carità.

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Ma il macigno – una montagna di granito – che pesa sui sonni della scienza francese si chiama Louis Pasteur. Gli hanno dedicato prestigiosi istituti di ricerca, lo celebrano in lungo e in largo, ne usano il nome per rivendicare il ruolo mondiale della loro ricerca: ha scoperto il vaccino antirabbico, il processo di pastorizzazione che da lui prende nome; ha permesso ai chirurghi di operare in ambiente asettico e via di questo passo. Dimenticano di dire che tutto ciò è stato conquistato a prezzo di una lotta a coltello contro l’establishment accademico e politico del suo tempo. Le istituzioni francesi non hanno mai mandato giù il fatto di dover riconoscere che la punta di diamante della loro ricerca in campo biologico e microbiologico fosse un tale che forse non andava in chiesa tutte le domeniche, ma comunque credeva in dio. In un dio con la minuscola, non in quello dei papisti, ma comunque non era un ateo da esposizione. E così gli hanno fatto la guerra fino alla fine.

Quella che segue è la trama – su Wikipedia – di La vita del dottor Pasteur (The Story of Louis Pasteur), film del 1936 diretto da William Dieterle e vincitore di tre premi Oscar.

“Deriso dai suoi colleghi, in costante conflitto con l’Accademia di medicina, Pasteur decide di trasferirsi insieme a sua moglie e sua figlia in una piccola comunità di contadini per individuare i batteri responsabili dell’antrace. Quando il governo francese scopre che le pecore di quella zona non sono colpite dalla malattia, Pasteur entra nuovamente in contrasto con la medicina ufficiale. Viene proposto un esperimento: venticinque pecore dovranno essere vaccinate con il siero di Pasteur e venticinque no. Le pecore vaccinate sopravvivono e Pasteur viene acclamato da tutti. L’unico a non essere convinto dalla sua teoria sui microbi è il dottor Charbonnet, da sempre l’avversario più accanito di Pasteur. Pasteur si dedica in seguito ad una ricerca sull’idrofobia. Dopo anni di studi prova un vaccino su un ragazzo morso da un cane. Nel frattempo Annette, moglie dell’assistente di suo padre, aspetta il primo bambino. Il solo medico disponibile è il dottor Charbonnet. Egli acconsente di sterilizzare i suoi strumenti prima del parto solo se Pasteur rinuncia alle sue ricerche sull’idrofobia. Disperato, Pasteur accetta. Ma il ragazzo morso dal cane guarisce e Charbonnet riconosce finalmente la validità degli studi di Pasteur, così come l’Accademia di medicina francese”.

Il film finisce qui, l’acredine nei confronti di Pasteur continuò. Lejeune è altrettanto grande di Pasteur. Non abbiamo nessuna remora a metterli l’uno accanto all’altro. A quanto pare nemmeno l’Inserm, se pure involontariamente. Come ha scritto Hermann Melville: «Le memorie più profonde non concedono epitaffi» (deep memories yield no epitaphs). Quelle che si vogliono rimuovere, ancora meno.

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