Tra abbreviazioni ed emoticon

Se a Milano si parla in romanesco è soprattutto colpa dei social

Se a Milano si parla in romanesco è soprattutto colpa dei social
05 Agosto 2015 ore 16:13

La lingua è un essere vivente. Nonostante alla maggior parte delle persone possa sembrare monolitica, immutabile, ogni lingua, nel tempo, varia. Si evolve, si trasforma. Ma, soprattutto, si adatta. Si adatta ai contesti, alle culture, alle mode e alle necessità. La lingua, dunque, è un essere vivente fortemente elastico. Questo mutamento linguistico altro non è che l’equivalente dell’evoluzione biologica applicata al linguaggio. Per capirci: l’italiano che veniva usato da Dante Alighieri o dal Manzoni poco c’entra con quello abitualmente parlato oggi. Questo perché, allora come per molti anni a seguire, la vera lingua italiana non esisteva. O meglio, era frammezzata in una miriade di dialetti, di cui oggi percepiamo solo le briciole. In un articolo pubblicato recentemente su Il Foglio, Bruno Ballardini spiega: «Se l’italiano equivale a Windows, cioè in un certo senso al nostro sistema operativo, i dialetti sono il Bios, ovvero il “linguaggio macchina” che c’è dietro, senza il quale il sistema operativo avrebbe minore solidità o stabilità». La lingua italiana che parliamo oggi è frutto dell’evoluzione dei dialetti, storpiati, snaturati e infine mozzati a scapito di una comunicazione comune e più rapida, che fosse uguale per tutti.

 

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C’era una volta il dialetto. Il boom economico degli Anni ’60, la migrazione dalle campagne alle metropoli, ha influito fortemente su questo abbandono dei dialetti (locale) a favore della lingua comune (aperta alla totalità). Allo stesso tempo, però, per molti questa presa di potere dell’italiano sul dialetto rappresenta anche una forma di abbandono delle radici, una “deriva” sociale, tale che sempre più spesso si percepisce una sorta di nostalgia dei tempi andati. Sempre Ballardini spiega: «È il segno di un antico rigetto verso l’italiano come “lingua dell’unità mai avvenuta”, oppure come “lingua dello Stato” (che per tante generazioni, sotto sotto, è stato visto come “invasore” o “nemico”). Tanta gente oggi ripiega sul dialetto nei momenti di sconforto, quando la delusione per il modo in cui sta andando avanti il Paese, con le sue interminabili crisi, gli scandali e i disastri a cui sembra eternamente condannato, diventa insostenibile».

 

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Poi sono arrivati i social. In questo quadro, già di per sé assai complesso, nell’ultimo decennio s’è aggiunto un’ulteriore “batterio” che sta andando ad intaccare le solide fondamenta linguistiche della nostra tradizione: internet e i social network. In principio c’erano gli sms, con il loro limite massimo di 160 caratteri, un numero esiguo, dettato da stringenti ragioni tecniche e tecnologiche, che diede il via alla stagione delle abbreviazioni. Una stagione che persiste ancora oggi, ahinoi, a cui s’è aggiunta però una seconda novità: le emoticon, figlie delle chat, linguaggio immaginifico teso a sostituire lo scritto. Il linguaggio, insomma, si sta socializzando, portandosi dietro uno strascico di aspetti negativi di non poco conto. Eccoli:

  • L’addio all’ortografia. Il linguaggio social si basa su un fondamentale elemento: la rapidità. Ai messaggi dobbiamo rispondere rapidamente, in internet dobbiamo cercare risposte rapidamente, al pc dobbiamo scrivere rapidamente. Secondo una ricerca condotta dall’istituto Brandwatch, 1 parola ogni 179, su Twitter, è scritta in maniera errata. Come spiega Lucy J. Scotsman, ricercatrice dell’Università di Manchester, tutta questa fretta conduce a un «atteggiamento generale secondo cui non c’è nessun bisogno di conformarsi alle regole ortografiche».
  • L’addio al nostro substrato linguistico. Gli inglesi, quando si approcciano a una novità tecnologica, hanno un vantaggio: la maggior parte delle volte essa è spiegata e “tradotta” nella loro lingua. Per l’italiano, invece, c’è un ulteriore scoglio, che è appunto quello del confronto con una lingua diversa. Ciò, unito alla necessità di rapidità, ha portato all’inglobamento nella nostra lingua di termini stranieri, di per sé non dannosi, ma che hanno completamente cancellato i loro corrispettivi italiani. In quanti sono abituati a sentir parlare di “link” tanto quanto di “collegamento ipertestuale”? O di “social network” tanto quanto di “rete sociale”?
  • La formattazione del pensiero. In ultima analisi la socializzazione del linguaggio porta con sé un rischio ben maggiore dei due poc’anzi esposti, ovvero quello della formattazione del nostro pensiero. Marino Niola, nel suo libro #Hashtag, cronache da un paese connesso, spiega che «la comunicazione digitale formatta il linguaggio e, di conseguenza, formatta il pensiero. Questo è vero per qualsiasi forma di comunicazione. Perché in una certa misura il mezzo modifica sempre il messaggio. Si acquista qualcosa e, inevitabilmente, si perde qualcos’altro. Il problema è di calcolo costi-benefici. Se devo restare dentro i 140 caratteri di Twitter la riduzione a slogan è quasi fisiologica».

 

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Se anche i dialetti non son più locali. In questo marasma, c’è anche chi lotta strenuamente per non lasciarsi trascinare dalla corrente, come Gianluca de Bortoli, creatore del social network dei dialetti nostrani, Facejoc: al momento della registrazione, si può scegliere la propria lingua, esattamente come accade con Facebook, e, come per magia, compaiono tutti i menù nel dialetto preferito. Un successone, che si sta piano piano allargando a tutti i dialetti d’Italia. Ma per quanto ci si possa aggrappare a queste solitarie, per quanto nobili, iniziative, il processo di mutamento linguistico è inesorabile e lo dimostra l’altrettanto strano fenomeno, descritto sempre da Ballardini su Il Foglio, dell’appropriazione dei dialetti altrui. La cosa è iniziata per gioco, ma ha preso sempre più piede. E così succede che a Milano i ragazzi usino senza problemi (e scrupoli) il romanissimo “’sticazzi”, ma decontestualizzato e ben lontano dal suo originale e romanissimo significato. Se nella Capitale può voler dire “e allora?” o “e chi se ne frega!”, a Milano diventa sinonimo di “accidenti”. Non solo un’appropriazione indebita, ma una vera deturpazione della lingua dialettale che si erge a esempio di come, i dialetti, siano sempre più lontani dalla realtà in un tempo in cui anche l’italiano rischia di perdersi in una marasma di abbreviazioni, inglesismi e faccine sorridenti.

Ma la Crusca è tranquilla. Chi, a sorpresa, sembra non preoccuparsi di tutto questo è niente di meno che l’Accademia della Crusca. Nello specifico il professor Claudio Marazzini, presidente dell’istituzione linguistica. In aprile, rispondendo a una domanda sull’influenza del linguaggio e delle abbreviazioni usate sui social network dai giovani e sulla ricaduta sulla loro forma-pensiero e sull’uso della lingua italiana, Marazzini ha dichiarato: «Influisce meno di quello che si può credere. È uno strumento che ha i suoi limiti: non credo ci sia nessuno che confonde lo spazio del messaggio su un telefonino con quello che è l’esposizione distesa del proprio pensiero in una prova scolastica. Se qualcuno fa questa confusione, inserendo un tipo di punteggiatura che non va bene, la scuola giustamente lo richiama all’ordine. Quel tipo di linguaggio molto colloquiale che si usa in internet, quindi quella confusione tra scritto e parlato tipica del mezzo, non è nociva per la lingua italiana. Al tempo del telegrafo la lingua che si usava per comunicare non ha guastato la lingua italiana. Non credo che chi scrive “perché” con la “k” lo faccia sempre. Lo fa solo perché lì deve risparmiare spazio».

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