Storie di chiesa

Che senso ha, oggi, rottamare un parroco all’età di 75 anni?

Che senso ha, oggi, rottamare un parroco all’età di 75 anni?
18 Ottobre 2019 ore 05:00

Pubblichiamo un articolo di monsignor Leone Lussana, parroco di Torre Boldone, che con ironia e arguzia affronta due temi importanti per la chiesa di oggi, e cioè il pensionamento dei parroci al raggiungimento dei 75 anni di età e il trasferimento tassativo dopo nove anni in una parrocchia.

 

 

Carissimo padre Saveriano, tu mi metti il piede sul freno nel mentre io, con tanto di bolla vescovile in mano, innesto la marcia per ripartire lungo il sentiero del nuovo anno pastorale. «Allora ti hanno trasferito!?», mi telefoni, quasi gelido flash sul mio entusiasmo, facendo leva su una notizia che hai raccolto e che quindi è nell’aria. È chiaro peraltro, e lo sai bene, che si tratterebbe per me, più che di un trasferimento, dell’essere posto sulla soglia che prelude all’ultima dimora.

Capisco comunque la tua domanda, perché, il tuo mentore raccoglie e rimanda la voce che al compimento del 75° anno i giochi finiscono. E aggiungi anche che ti spiace. E qui, cordialmente, passi agli elogi che renderebbero improvvida e immotivata tale decisione. Ma la decisione proviene da una legge che vale per tutti. È pur vero che, a rigor di codice, i parroci sono “invitati” a questo. Ma l’applicazione della legge è più ferrea ed estensiva. E chi fa finta di dimenticarsene viene puntualmente raggiunto da una lettera o da una telefonata dal Colle 278111, che…“invita” sì, ma a tirar le somme in fretta. Quindi, caro padre, ti dirò con il sommo poeta: non ti crucciare. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare. Con il vescovo che, innocente nel caso, rimanda alla Cei, una specie di ecclesiastico Tar del Lazio.

Certo qualche considerazione questa procedura la induce, visto che non si vive in una realtà aziendale, ma in una comunità cristiana che ha delle modalità di vita e di relazione tutte sue e ben diverse. Così si dice. E non manda funzionari dietro le scrivanie delle filiali, ma pastori nelle comunità di fratelli. E questo pur partendo dal fatto che è giusto pensare di deporre la cesta, a tempo debito, a salute compromessa o a età confacente.
Annotiamo intanto che è finito anche in terra di Bergamo il tempo delle vacche grasse per quanto attiene al numero dei preti e prima o dopo, forse più prima che dopo, il Colle stenderà tappeti a coloro che potranno e vorranno continuare il loro servizio anche oltre i 75 e… gli 80. Così già avviene in non poche diocesi italiane. Con un sorpasso neanche troppo azzardato su Codice e Cei, in vistoso ritardo.

Ma la questione è di altro genere. E riguarda il fatto che nel clima di comunione e di dialogo, che sa anche di doverosa obbedienza, che deve caratterizzare la chiesa e quindi i rapporti anche tra vescovo e preti e comunità, sembrano fuori luogo queste date fisse applicate al ministero pastorale. E anche fuori tempo. Per cui uno viene nominato parroco per… 9 anni (Nove anni? Così stabilì la Cei nel… lontano 1984. E perché? E perché mai non 8 o 10…?). Per cui uno tassativamente chiude sui…

 

Articolo completo a pagina 9 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 17 ottobre. In versione digitale, qui.

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