Una riflessione architettonica

In che senso un concerto jazz al Teatro Donizetti è una forzatura

In che senso un concerto jazz al Teatro Donizetti è una forzatura
11 Aprile 2017 ore 10:00

Nel bellissimo testo How music works, che dovrebbe entrare di diritto nelle facoltà di architettura, David Byrne, già leader dei Talking Heads, spiega in modo molto efficace come la creatività sia sempre adattiva, cioè indissolubilmente legata al proprio contesto (fisico, sociale, culturale, economico). L’idea romantica del genio solitario che crea in perfetta solitudine (che subito rimanda alla fascinazione estetica di Beethoven o Einstein) è antistorica: nella realtà l’autore crea solo opere che si adattano allo spazio disponibile.

La musica si adatta allo spazio. La questione quindi si sposta immediatamente sul concetto di spazio e sul tipo di spazio. La musica è sempre stata composta e suonata per meglio adattarsi ai luoghi in cui sarebbe stata vissuta, o meglio esperita. Luoghi, e quindi spazi, con precise caratteristiche fisiche e implicazioni sociali. Se quindi la musica occidentale del medioevo indugia sulle stesse note evitando cambi tonali, è perché nella cattedrale gotica il riverbero è molto lungo e variazioni troppo veloci provocherebbero dissonanze. Alla fine del Settecento poi, quando la musica si sposta nei palazzi e gli ambienti sono più intimi e raccolti, è possibile sviluppare una composizione più ricca di dettaglio sonoro perché i riverberi sono attutiti e tutto è più facile da percepire. L’avvento dei teatri prima e delle sale sinfoniche poi, comporta una necessaria modifica compositiva per poter raggiungere le ultime file così lontane.

Il jazz nei teatri? Anche il jazz, ora costretto nei teatri d’opera, nasce come musica popolare suonata nei bar, ai funerali, nei bordelli e nei locali da ballo. Il riverbero era minimo e il ritmo poteva essere vigoroso. L’idea dell’assolo (o del solo) nasce dalla necessità di prolungare “il pezzo” per poter soddisfare l’esigenza del ballo senza cambiare note. Da un punto di vista prettamente musicale un concerto jazz in un teatro è quindi una forzatura (benché oggi con l’amplificazione digitale si possano correggere i riverberi di spazi non adeguati). La questione però riguarda soprattutto la mancanza di luoghi per la musica, dove si possa celebrare questo rito collettivo.

La mancanza di spazi per la musica. Certo Exploration di William Parker Organ Quartet al teatro Donizetti per Bergamo Jazz Festival 2017 è stato un concerto meraviglioso (con Hamid Drake che suona la batteria da dio), ma perché ci siamo dimenticati i luoghi della musica? Perché la città, in senso lato, non sente l’esigenza di questi spazi? Realizziamo stadi, palazzetti dello sport, parchi, piazze e non spazi per la musica. Spazi adatti, non adattati. Quando una cosa funziona, dice ancora Byrne, non ci colpisce soltanto per il fatto di essere intelligente, ma anche per la sua capacità si suscitare risonanze emotive. Non è necessario realizzare la grande Philarmonie, bensì uno spazio corretto, adatto, dove questo gesto collettivo possa essere celebrato. Forse questo spazio della musica può essere uno strumento di quella rigenerazione urbana di cui oggi noi, e le città che abitiamo, sentiamo l’esigenza.

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