Servirebbero gli occhi di un poeta

Se i Bronzi chiudessero il viaggio nell’Italia del degrado e dell’incuria

Se i Bronzi chiudessero il viaggio nell’Italia del degrado e dell’incuria
11 Dicembre 2014 ore 10:30

Enrico Arosio ha scritto un articolo per L’Espresso intitolato: “I Bronzi di Riace, giganti solitari nel museo semideserto”. Il sommario suona così: “Se i Bronzi di Riace non vanno a Milano, da Milano si parte per andare a vederli a Reggo Calabria – Diario di un viaggio (a caro prezzo) tra aerei, scali e sorprese – Il restauro del Museo Archeologico è terminato ma sono aperte solo due sale”. Riassunto: “Per andare e tornare in giornata, tra Milano e Reggio, c’è solo Alitalia ma devi far scalo a Fiumicino, due volte, e svegliarti prima dell’alba. Il giochetto ti costa 326€ (con quella somma si va a Londra) – I Bronzi sembrano giganti solitari in un museo semideserto: eppure dicono che ci vengono 4 mila visitatori al mese…”.

Il pezzo non è animoso. Non c’è traccia d’invettiva ed evita qualsiasi riferimento alla ‘ndrangheta. Descrive con qualche particolare in più quello che già i riassunti riportano. Gli appassionati della flora ringraziano l’autore per la citazione dettagliata dei “bellissimi alberi, querce, canfora, gingko biloba” e poi dei “ficus magnolioidi, fitti, robusti, splendenti, con chiome giganti. Come quelli famosi di Palermo; forse più impressionanti ancora”. Così che non possiamo non domandarci con lui: “Perché non si parla di queste bellezze?”.

Già: perché non si parla mai di una cosa come “L’itinerario dei ficus” proposto per Palermo da Terra Nuova, …a piedi nudi sul Pianeta? Sarà per via di quel che diceva Marcel Proust, che “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”. Ed è difficile trovare qualcuno che te li impianti. Ha scritto il solito Oscar Wilde che prima di Turner (pittore,1775 – 1851) a Londra non c’era la nebbia. Intendeva dire che la nebbia c’era ovviamente sempre stata, ma che solo il magico visionario di  “Pioggia, vapore e velocità” e di tante Venezie e Rome aveva consentito di riconoscerne il fascino.

Potremmo dire, restando in questo filare, che prima di Goethe l’Italia non c’era e che solo quel tedesco lievemente strabico – ad Assisi non ha voluto vedere Giotto. Gli interessava solo il tempietto di Minerva in piazza del Comune – ha insegnato al mondo a vederla. A modo suo, s’intende. E sulla sua scia venne il signor Karl Baedeker (l’inventore dei signori in calzini e sandali con guida in mano e Leica al collo. Baedeker in tedesco è sinonimo di guida turistica). E dopo ancora il grande Teodoro Mommsen, l’infaticabile professore del cui passaggio in località sospette di conservare tracce di antichità romane, etrusche o d’altro popolo coevo non esiste collina o poggio che non porti lapide commemorativa con annesso elogio.

E vogliamo dimenticare l’opera illustrativa del prof. Carducci, che da Courmayeur (Conca in vivo smeraldo /fra foschi passaggi dischiusa…) alla Carnia (Oh che tra faggi e abeti /erma sui campi smeraldini …), dalla Maremma toscana (I cipressi che a Bolgheri alti e schietti …) alla città di Romeo e Giulietta (Sul castello di Verona /batte il sole a mezzogiorno…) per finire al celebre Resegone spostato di punto cardinale ha disegnato l’itinerario dell’Italia neomedievale per folle di insegnanti elementari e medie?

Enrico Arosio si è guardato bene dal richiamare l’abusata definizione che un altro vate, Gabriele D’Annunzio, volle regalare al lungomare di Reggio: “il più bel chilometro d’Italia”. Probabilmente la prudenza è dovuta a una efficace consultazione della voce di wikipedia in cui si può leggere che “La frase è spesso attribuita a Gabriele D’Annunzio, ma l’attribuzione pare erronea. Secondo lo storico Agazio Trombetta la citazione è falsa: D’Annunzio non fu mai a Reggio e nella Biblioteca Dannunziana non risulta nulla su Reggio Calabria. Pare invece che durante la radiocronaca del Giro d’Italia 1957 da Reggio, Nando Martellini citò questa frase attribuendola a D’Annunzio, così come gli era stato riferito da alcuni cittadini reggini particolarmente entusiasti”. Onde viene da dimandarsi: come mai non si parla più di Agazio Trombetta?

Perché non si parla più di niente, nei nostri giorni, che non siano le prodezze verbali di Matteo Renzi, il cadavere ritrovato di un bambino, Elena Ceste e Guerrina di Ca’ Raffaello.

Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio, nonché Achille Bonito Oliva si sforzano di illustrare i tesori d’arte del nostro Paese con la stessa passione con cui altri, ogni domenica mattina, ci mostrano i risultati  raggiunti da eroiche fanciulle nel salvataggio della pecora tale e della capra tal’altra a rischio estinzione. Ma se poi, per andare da Milano a Reggio, ci si mette più che andare a Londra o a Praga, è fatica vana la loro. O se si trova chiuso, come a san Giovanni Valdarno il lunedì, che non si può vedere il Beato Angelico nemmeno se la prendi a cannonate, quella porta che negli altri giorni è aperta sì, ma per nessuno – o quasi – che l’attraversi.

A meno che. A meno che qualcuno, spinto da un amor di patria tale da sconfiggere ogni mancata coincidenza, ogni più insistente fetore delle carrozze, ogni insorgente e repentino sciopero di qualsivoglia personale, non insegni a scoprire un’altra Italia ancora rispetto alle precedenti: l’Italia della sconfitta e del degrado. Lo ha fatto l’ultima biennale veneziana dell’architettura, worldwide elogiata tranne che da noi. Però, se agli altri piace – come piaceva a Turner la Venezia sconfitta e povera del tempo in cui la visitò – magari potremmo imparare anche noi a gioire della disfatta. Due bronzi come quelli di Reggio potrebbero acquistare in splendore se collocati nel bel mezzo dell’incuria.

Come la Venere da giardino che Michelangelo (Pistoletto, non l’altro) ha messo di guardia agli stracci.

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