IN ATTESA CHE LA GUERRA FINISCA

Shakhtar, un esilio di coppa

Shakhtar, un esilio di coppa
17 Settembre 2014 ore 09:44

«Il giorno in cui finirà la guerra torneremo finalmente a Donetsk e bacerò la strada». Soffre in esilio il capitano croato dello Shakhtar Dario Srna: lontano dallo stadio di casa, la squadra nero-arancione è costretta da mesi a cercare ospitalità in altre città lontane dall’est ucraino, dove ormai da mesi continuano gli scontri armati tra esercito ucraino e armate filorusse. Lo Shakhtar è un impero che si stende sulle ricchezze economiche sterminate del suo presidente, quelle che gli hanno permesso negli ultimi anni di dominare il campionato locale ed entrare con frequenza tra i migliori club di Champions League. Ma davanti all’avanzare della guerra i soldi dicono poco: «Non è facile quando ti svegli tutte le mattine, apri il giornale, accendi la tv e vedi cosa accade», spiega Srna al New York Times, « Ho vissuto qui per 11 anni, a Donetsk. È casa mia, sono contento qui».

Stasera lo Shakhtar farà il suo esordio ufficiale nella massima competizione europea, volando a Bilbao per affrontare l’Athletic. Ma la testa, per forza di cose, sarà all’est dell’Ucraina, dove una tregua regge a grande fatica dopo mesi di morti e distruzione, e un recente statuto approvato dal Parlamento di Kiev concederà maggiore autonomia alle regioni separatiste di Donetsk e Lugansk. Città che, però, per Srna e compagni, per il momento sono soltanto un nome, e non più una casa. A fine agosto infatti colpi di mortaio hanno danneggiato la Donbass Arena, lo stadio gioiello che ospitava le gare casalinghe dello Shakhtar, e così il club ora vive e gioca a Kiev, ospite in un albergo a due passi da piazza Indipendenza. Il NYT descrive allenamenti raccapezzati sempre in qualche maniera fortunosa: la palestra dell’hotel è sempre in uso ma è piccola, così capita di andare a correre nei parchi vicino, dove calciatori miliardari brasiliani si trovano a fare esercizi con signore di mezza età in cerca di benessere. La sala stampa è diventata la hall dell’albergo, dove allenatore e calciatori danno interviste tra tavolini e divanetti. Il pullman staziona all’esterno dell’hotel: quando si parte per le trasferte, passanti ignari si fermano stupiti di vedere tanti campioni passargli davanti agli occhi.

Preparare una Champions League in queste condizioni da esiliati è durissima, sebbene in campionato la corsa dello Shakhtar vada avanti lanciata come al solito. Ciò che invece non è solito è il vuoto nelle loro gare casalinghe: pochi sono i tifosi che da Donetsk vengono a Kiev per assistere alle gare casalinghe. Qualche centinaio, non di più, frequentemente salutati con affetto a fine gara dai calciatori nero-arancioni. Tra questi resistono i più incalliti, tanti dei quali la pensano chiara sul conflitto in corso: quando ad agosto si giocò la Supercoppa nazionale, supporters del club di Donetsk si unirono a quelli della Dinamo Kiev, manifestando contro la divisione del Paese e intonando cori contro Putin.

E poi c’è il presidente del club, Rinat Akhmetov, uno degli uomini più ricchi al mondo, magnate che ha fatto fortuna con le miniere di carbone e che dagli anni Novanta ad oggi ha fatto crescere il valore dello Shakhtar, attraendo un’infinità di giocatori sudamericani: gli ottimi ingaggi da lui offerti hanno fatto sì che talenti brasiliani rinunciassero a campionati più blasonati per accettare trasferimenti nella fredda Ucraina. Akhmetov è sempre stato vicinissimo all’ex-presidente ucraino Yanukovich, anzi è stato quello che ne ha sostenuto economicamente l’ascesa politica, traendone ovviamente un vantaggio che si sarebbe poi ripercosso anche sullo Shakhtar. Dopo la caduta del premier a inizio anno, Akhmetov ha titubato un po’, non dicendo nulla per diversi mesi. Poi, a maggio, ha dato il suo appoggio al nuovo governo di Kiev, ma secondo molti il ritardo con cui si è espresso è sintomo di una scarsa lealtà. Che ora porta con sé infinite domande sul futuro di questo grande club in esilio.

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