In prima persona

Sharon, infermiera piemontese a Bergamo: «Siamo le uniche persone al fianco di chi muore»

La 28enne di Brandizzo lavora da dicembre all'Humanitas Gavazzeni in città. «Vorrei che le persone critiche potessero vedere quello che viviamo noi e i malati»

Sharon, infermiera piemontese a Bergamo: «Siamo le uniche persone al fianco di chi muore»
Bergamo, 28 Marzo 2020 ore 10:43

Sharon Barbero ha 28 anni e di professione fa l’infermiera. Lavora, da dicembre, all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo, sebbene lei sia piemontese, di Brandizzo per la precisione. E la sua storia, infatti, è stata raccontata dai colleghi di PrimaChivasso.

«Inizialmente sono stata assegnata al Blocco Operatorio Generale della struttura, al cui interno ci sono 6 sale operatorie – afferma Sharon –. All’interno del blocco vengono svolti interventi di cardiochirurgia (anche robotica), neurochirurgia, chirurgia toracica, ortopedia e traumatologia, chirurgia generale e urologia (quest’ultima anche robotica). Tutto questo prima dell’emergenza sanitaria. Adesso, la situazione è drammaticamente peggiorata.

Attualmente per l’emergenza non sono più all’interno del blocco operatorio, ma mi hanno spostata da circa tre settimane in cardiologia (che in realtà è una medicina poiché totalmente dedicata ai Covid positivi, così come tutti i reparti dell’ospedale ormai). E qui si apre un racconto a parte, perché la situazione attuale ha colto tutti di sorpresa. I ritmi sono davvero serrati. La completa normalità assistenziale è cancellata. Ci siamo tutti reinventati e abituati a cambiare ritmi, pazienti, modalità assistenziale come se niente fosse. È dura, più che altro perché le persone sono sole e ti guardano negli occhi implorando aiuto. Le persone muoiono soffocate e hanno solo noi accanto. La paura di contrarre il virus c’è, ma la passione per questo lavoro è più forte. Ho visto la morte tante, troppe volte in queste tre settimane. E ogni volta è come se il mio stesso sangue si gelasse.

Ma il pensare che uno spiraglio di luce ci possa essere mi fa andare avanti. Qualcuno, grazie alla terapia antiretrovirale combinata alla clorochina (utilizzata quest’ultima per la malaria) ce la fa. Ci è stato chiesto di ridurre ai minimi termini le pause perché lavoriamo bardati dalla testa ai piedi e fare una pausa, anche solo per andare in bagno a bere un goccio d’acqua, significherebbe perdere tempo prezioso per svestirsi e rivestirsi. Quindi i turni sono tosti fisicamente e psicologicamente, perché è un continuo correre, perché passiamo ore e ore senza bere, mangiare o andare in bagno. Perché le persone soffrono e ti chiedono aiuto, ma questo aiuto per tanti non c’è.

Vorrei che le persone scettiche riguardo al Covid-19 o che amano andare in giro comunque e trasgredire le regole, potessero vedere anche solo per due ore quello che viviamo noi in ospedale. Per far capire loro cosa significhi davvero essere infettati dal virus o doverci lavorare a stretto contatto. Inoltre, mi piacerebbe che la riconoscenza che è stata dimostrata nei confronti del personale sanitario potesse continuare a esserci anche una volta terminata questa emergenza. Perché noi siamo sempre esposti a rischi, ma nonostante questo andiamo a lavorare a testa alta, semplicemente perché questo è il nostro lavoro e amiamo farlo».

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