Cronaca
Il Paese tornerà al voto a settembre

Dimissionario e con il partito contro Ma in Grecia Tsipras è già il favorito

Dimissionario e con il partito contro Ma in Grecia Tsipras è già il favorito
Cronaca 21 Agosto 2015 ore 16:12

Alexis Tsipras, dopo otto mesi di governo, si è già dimesso. Lo ha fatto ieri, annunciando che la Grecia tornerà alle urne (probabilmente il prossimo 20 settembre) attraverso un discorso alla nazione in cui ha spiegato i motivi del suo gesto. Ha premesso che con l’arrivo della prima trance del piano di aiuti il Paese è ora in parte protetto e non ha mancato di sottolineare che sotto la sua governance si è riusciti a definire la diminuzione del debito greco. Tutte cose positive, quindi, che denotano un successo politico, almeno parziale. Ma nonostante questo in molti all’interno di Syriza non erano d’accordo con lui.

Elezioni per riaffermare la volontà popolare. Per questo motivo, per tagliare la testa al toro, Tsipras chiede ai greci di esprimersi: o con lui o contro di lui. «Il popolo deve prendere di nuovo il potere nelle sue mani, e voi con il vostro voto dovete decidere se veramente noi siamo in grado di portare il Paese fuori dalla crisi. Voi con il vostro voto deciderete chi e come porterà il Paese su una strada di speranza, chi è in grado di parlare della diminuzione del debito e chi riuscirà a fare i cambiamenti radicali dei quali ha bisogno il nostro Paese», ha detto Tsipras, che non ha risparmiato commenti in punta di fioretto per i suoi detrattori. «Sono tanti coloro che sostengono, secondo la loro ideologia, che il Paese ha bisogno di soldi, creando però ostacoli al nostro governo, criticando tutto quello che abbiamo deciso finora. Sono stati sempre all'opposizione. Io sono tranquillo perché so di aver combattuto per il mio popolo. Abbiamo dovuto affrontare delle situazioni molto difficili, ma abbiamo portato il caso greco in tutto il mondo e saremo un precedente anche per gli altri Paesi. L'Europa non sarà più la stessa dopo questi sei mesi».

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Le tappe che hanno portato alle dimissioni. La decisione di dimettersi è la conseguenza della spaccatura che si è venuta a creare nel suo partito, Syriza, che per una parte era contrario all’approvazione del terzo piano di aiuti dai creditori del valore di 86 miliardi di euro in tre anni. Poteva chiedere il voto di fiducia Tsipras, ma ha preferito rimettere il tutto nelle mani della coscienza dei greci, che ora sono chiamati a decidere se rieleggerlo o se mandarlo definitivamente a casa.

Test sulla popolarità. Sembra quasi che si tratti di un test per verificare la sua popolarità tra il popolo, più che un preciso disegno politico. Perché su una cosa pare che in Grecia siano tutti d’accordo: se Tsipras non ha mantenuto le promesse elettorali è perché ha dovuto accettare un accordo che non condivide. I mesi del governo Tsipras, che hanno visto la sostituzione di tre ministri su 10, sono stati caratterizzati da provvedimenti che si sono rivelati essere tutto il contrario di quanto promesso in campagna elettorale. Riforme "lacrime e sangue" in luogo dello "stop all’austerity"; voleva condizioni migliori sul debito e invece ha firmato un memorandum di intesa con i creditori che prevede condizioni tremende; ha utilizzato Yanis Varoufakis come Ministro dell’Economia e come testa d’ariete per sfondare il muro di rigidità dell’Europa e poi, secondo alcuni opinionisti greci, lo ha fatto dimettere per arrivare a trovare un accordo con l’Europa. Varoufakis, coerente con le posizioni che ha sempre sostenuto, è tra i parlamentari che il 14 agosto ha votato contro l’accordo con l’Ue, che prevede molti tagli alla spesa in cambio degli 86 miliardi di euro.

Grande favorito. Nonostante questo Tsipras ha giocato una carta che potrebbe rivelarsi il suo asso nella manica: le dimissioni e il ricorso alle elezioni anticipate. Perché tutto quello che ha dovuto subire il Paese sono scelte che lui non ha appoggiato, ma subito, e a cui ha cercato di opporsi combattendo con tutto se stesso per il suo popolo e la sua nazione. Almeno questo è quello che ha cercato di comunicare annunciando le dimissioni. Come a dire che, in linea con la tradizione greca, colui che regna davvero sovrano è il popolo. Per questo motivo alcuni analisti affermano che Tsipras queste elezioni anticipate potrebbe non solo vincerle ma addirittura stravincerle. Un’osservazione condivisa anche dal capo di gabinetto del Consiglio Europeo Martin Selmayr, il quale ha dichiarato che «rapide elezioni in Grecia possono essere un modo per ampliare il consenso per il programma di sostegno alla stabilità appena firmato dal premier Tsipras a nome della Grecia».

Una faida interna e il nuovo partito. Quello che è successo ad Atene negli ultimi mesi è stato paragonato a un faida interna al partito che va a incidere sul destino di una nazione e che ha avuto la meglio sulle strategie e i problemi europei. Non sono in pochi ad aver paragonato la situazione di Syriza con quella della sinistra italiana con le spaccature profonde all’interno del Partito Democratico. Alla luce delle dimissioni di Tsipras un gruppo di dissidenti di Syriza, 25 in tutto, ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni fondando un suo partito che si chiamerà Unità Popolare e sarà capeggiato da Panagiotis Lafazanis, ex ministro dell’Energia e capo della corrente più radicale di Syriza. Ne faranno parte quelli che hanno accusato il premier di aver tradito i principi anti-austerità del partito e nelle scorse settimane si erano opposti all’approvazione delle riforme chieste dall’Unione Europea per autorizzare un nuovo prestito e impedire alla Grecia di fare bancarotta e uscire dall’euro.

Elezioni unica via d’uscita. Il futuro della Paese , con tutta probabilità, si deciderà nel segreto delle cabine elettorali. Perché nonostante il presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos, secondo la prassi costituzionale, abbia incaricato il leader del partito conservatore greco Nuova Democrazia Vangelis Meimarakis di formare un nuovo governo, le possibilità di successo sono scarse dato che anche gli altri partiti pro-europei (Pasok e To Potami) hanno detto che non intendono creare nuove maggioranze né appoggiare esecutivi di minoranza.

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