Nel post Brexit

Si potrà ancora lavorare a Londra? Di certo sarà un po’ più difficile

Si potrà ancora lavorare a Londra? Di certo sarà un po’ più difficile
13 Ottobre 2016 ore 07:00

Per un Paese che nel 2015 ha subito l’emorragia di quasi 108mila suoi cittadini, quasi tutti giovani, sapere che una delle nazioni di maggior destinazione domani potrebbe diventare terra proibita è problema grave. Lo scorso anno, 16mila di quei ragazzi con la valigia hanno scelto la Gran Bretagna: e sono dati al ribasso, perché è una cifra che si riferisce solo a quelli che hanno comunicato il cambio di residenza. In realtà, alle autorità inglesi risulta un numero per lo meno doppio di italiani che si sono registrati e hanno fatto richiesta di codice fiscale. Con la Brexit tutto, però, potrebbe cambiare. Il clima non è certo dei migliori: ogni giorno dal governo inglese arrivano uscite minacciose, per spaventare e disincentivare i ragazzi europei a varcare la Manica.

 

 

Qualche “offensiva” zenofoba. Lunedì, ad esempio, era stata la ministra degli Interni Amber Rudd a lanciare la proposta di creare delle liste, obbligando così le aziende a rendere noto quanti lavoratori stranieri hanno alle dipendenze, per indurli ad assumere più britannici. Una proposta che ha seminato l’imbarazzo nel Paese e che ha ovviamente fatto adirare le imprese. Non a caso la ministra ha battuto subito in ritirata. L’assurdità di quell’idea è confermata dal fatto che in Gran Bretagna chi cerca un lavoro normalmente lo trova, essendo la disoccupazione al tasso molto basso del 4,9 percento. Quindi l’idea che chi viene da fuori toglie il posto agli inglesi è idea che non sta in piedi.

 

 

Tuttavia, rientrata quell’offensiva, ne è partita un’altra relativa agli studenti (che in realtà non tolgono lavoro, ma semmai lo portano). Il dipartimento dell’Educazione del Galles, una delle regioni maggiormente schierate per la Brexit, ha distribuito dei formulari per schedare gli stranieri. E, nelle caselle, gli italiani erano suddivisi tra italiani tout court, e “itan”, cioè italiani napoletani, e “itas”, italiani siciliani. Una classificazione dal sapore vagamente xenofobo…

Stesse garanzie per gli studenti. Ma, aldilà di queste sparate minacciose, la realtà è diversa. In Gran Bretagna vivono circa 430mila studenti stranieri: una voce importante anche dal punto di vista economico, che il governo si guarda bene dal compromettere. Non a caso, il Regno Unito si è preoccupato di tranquillizzarli e di garantire che i diritti di oggi non cambieranno, perché le tasse di iscrizione alle università resteranno le stesse.

 

 

Mentre per il lavoro… Sul piano del lavoro, invece, le incertezze sono maggiori. Schematizzando: da adesso sino a marzo 2017, quando inizieranno i negoziati per lo sganciamento della Gran Bretagna, chi espatria troverà condizioni immutate, ed è possibile che le garanzie acquisite poi non vengano riviste (sempre che l’Italia faccia altrettanto con i cittadini britannici venuti nella penisola). Per le trattative è previsto un tempo di due anni, ma è facile che chi decida di andare a lavorare in Gran Bretagna si trovi in una sorta di limbo: perché gli verranno applicate le regole che saranno decise alla fine del percorso. Quindi si va senza conoscere la propria sorte. Quello che sembra sicuro è che per lavorare occorrerà chiedere un permesso, e che la strada migliore sarà quella di avere un’azienda sponsor. Quindi probabilmente la trafila più usata oggi – parto e cerco lavoro una volta arrivato – non sarà più praticabile.

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