Cronaca
Numeri e talento

La squadra Nba più forte di sempre Il metodo matematico ha eletto...

La squadra Nba più forte di sempre Il metodo matematico ha eletto...
Cronaca 30 Giugno 2015 ore 16:07

In un mondo dove tutto deve essere reso calcolabile e sottostare alla “legge dei numeri”, c’è una piccola isola felice che non ne vuole sapere di obbedire alle regole che la contemporaneità cerca di imporre: il talento. Nel mondo dello sport per giunta il talento è qualcosa che sfugge a qualunque tentativo di comprimerlo: basti pensare che in un noto cartoon Warner Bros si rinchiusero le capacità dei migliori giocatori di pallacanestro dell’epoca in un pallone per poi infonderlo a dei piccoli alieni, e il fatto che fosse un cartone dice già delle reali possibilità di cercare di calcolare qualcosa che è di suo incalcolabile. Limitare Messi soltanto ai suoi numeri, per giunta comunque spaventosi, priverebbe gli appassionati sportivi di tutta la grazia e la bellezza della vera arte del piccolo argentino. Stessa cosa vale per i colpi ad effetto di Roger Federer, le schiacchiate con la lingua di fuori di Michael Jordan, i colpi divini di Muhammad Ali o la precisione di Tiger Woods, relegare tutto ciò ad un puro “fenomeno numerico” equivarrebbe a imprigionare in un posto sperduto una dose di gioia e fantasia e gettare la chiave. Diego Armando Maradona è l’esempio supremo di qualcosa che accade, impossibile, inqualificabile, numericamente inspiegabile e per questo semplicemente sublime.

 

 

Il metodo ELO. In America però sembra che abbiano bisogno di indicizzare tutto e così Nate Silver, uno dei più importanti giornalisti che attingono al grande calderone della statistica, si è chiesto quale fosse la squadra NBA più forte di tutti i tempi. Voler istituire un ranking del genere non è per nulla semplice e sopratututto può essere completamente opinabile: i Celtics di Bird meglio dei Lakers dello Showtime potrebbe dire qualcuno, poi però sono arrivati i Bulls di MJ direbbe un altro (tralasciando i Pistons dei Bad Boys, i Rockets di Olajuwon, i Lakers di Kobe&Shaq e gli Spurs di Popovich). Per poter analizzare una lega che quest’anno festeggia i 69 anni effettivi di storia, il giornalista americano ha deciso di attingere al metodo ELO, sistema utilizzato per classificare il valore assoluto dei giocatori di scacchi. Il metodo parte dal fatto che l’unica statistica oggettiva di partenza siano le vittorie, le sconfitte ed i pareggi conseguiti dalla tal squadra o dal tal sportivo, di conseguenza questi criteri assumono valore solo se confrontati a quelli degli avversari ottenuti nello stesso periodo. Nel caso dell’NBA, un punteggio superiore a 1.800 punti ELO sta a significare un record di 67 vittorie e 15 sconfitte durante la stagione e ciò equivarrebbe all’appellativo di “franchigia leggendaria” (al contrario 15 vittorie e 67 sconfitte vorrebbero indicare un team storico in quanto perdente). Nell’annata appena terminata i Golden State Warriors hanno raggiunto le 67 vittorie e 15 sconfitte durante la regular season, e non a caso in luglio si sono laureati campioni del mondo al termine delle Finals contro i Cleveland Cavaliers.

 

nba

 

Nessuno come i Bulls. Al fianco della squadra di Steve Kerr e Steph Curry ci sono soltanto altre tre franchigie: i Boston Celtics 1985-1986, i Chicago Bulls 1995-1996 e gli stessi Bulls della stagione 1996-1997. I verdi del Massachusettes, dopo una stagione chiusa con 67-15, batterono nei playoff i Chicago Bulls, gli Atlanta Hawks ed i Milwakee Bucks, prima di sconfiggere in finale gli Houston Rockets per 4-2. In campo la guida sapiente era affidata a Larry Bird, affiancato da Bill Walton, il tutto sotto le direttive di K.C. Jones. I Chicago Bulls del secondo three-peat, invece, saranno probabilmente a tempo indeterminato la squadra con cui paragonarsi quando si cercherà di entrare nella leggenda dell’NBA. La franchigia che nel 1995-1996 vinse l’87,8% delle partite, con un record di 72-10, ha una sola spiegazione: Michael Jeffrey Jordan. Anche per i numeri quella è stata la squadra più forte di tutti i tempi e, oltre a Jordan (fattore più che decisivo e in grado di esaltare esponenzialmente il valore dei compagni), poteva contare su elementi del calibro di Scottie Pippen, Toni Kukoc, Steve Kerr e Dennis Rodman. Il tutto brillantemente e sapientemente orchestrato in panchina dal genio di Phil Jackson, il maestro della panchina che in tutto la carriera arriverà a vincere 2 titoli NBA da giocatore e 11 da tecnico. Anche per lui numeri ed opinioni vanno dalla stessa parte, facendo contenti sia gli statistici americani che gli amanti dello sport in quanto paradiso di emozioni.

 

 

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