Differenze percentuali risicate

Si scrive Spagna, si legge Italia Le elezioni che nessuno ha vinto

Si scrive Spagna, si legge Italia Le elezioni che nessuno ha vinto
21 Dicembre 2015 ore 12:15

Nessuno ha davvero vinto, al massimo si può provare a capire chi abbia perso un po’ di meno: è questa l’estrema sintesi che si può fare del voto spagnolo avvenuto in questo week end, che non ha visto nessuna forza politica, singola o in coalizione, raggiungere il numero di parlamentari necessario per poter governare. Una situazione di instabilità politica che non offre alcuna garanzia per il futuro, né da un punto di vista governativo né delle possibili alleanze. Nonostante questo preoccupante caos, comunque, alcune chiare indicazioni questo voto le ha date, eccome.

Anzitutto, i risultati. Cominciamo con il mettere a fuoco gli esiti delle urne spagnole. Il partito che ha preso il maggior numero di voti è stato il Partito popolare del Premier uscente Mariano Rajoy, che ha toccato quota 28,7 percento, ottenendo 123 seggi. A buona distanza e la secondo posto si sono piazzati i socialisti del Psoe, 22 percento di consensi e 90 seggi. A ridosso del centrosinistra di Pedro Sanchez c’è Podemos, il partito populista e dell’antipolitica, che con il 20,7 percento dei voti si è assicurato 69 seggi. Infine, al quarto posto e deludendo le aspettative di molti, Ciudadanos del giovane centrista Albert Riera, 40 seggi grazie al 14 percento dei consensi. Seguono tutte le formazioni politiche minori, nessuna delle quali ha superato i 10 seggi. Per disporre della maggioranza parlamentare, e quindi della governabilità, in Spagna è necessario ottenere almeno 176 seggi, ed è quindi immediatamente chiaro come nessuno dei partiti che hanno partecipato all’agone elettorale sia nemmeno lontanamente vicino a questa soglia.

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Alcune considerazioni sul voto spagnolo. Ma nessuno ha realmente vinto, poiché nessuno ha riscosso abbastanza consensi per avere la maggioranza. Piuttosto, si può ragionare su chi abbia subito la sconfitta più cocente, al netto delle varie eventualità future in tema di alleanze per governare, che potrebbero sconvolgere tutto. Chi sicuramente si aspettava risultati ben più confortanti da queste elezioni politiche è Pablo Iglesias e il suo Podemos, relegato a terza forza politica quando in molti si aspettavano il definitivo salto di qualità che avrebbe dovuto portare i già indignados alla guida del Paese. Una volta ancora, in Europa, un partito populista, antisistema, anticasta, antipolitica e anti- più o meno qualsiasi cosa non è riuscito nel dichiarato intento di rovesciare l’ordine vigente. Iglesias, a caldo, ha dichiarato che «la Spagna non sarà più la stessa, e ne siamo molto contenti». È probabile, ma certo il giovane leader di Podemos si aspettava tutt’altri successi da questa tornata.

Il carisma di Riera. Discorso analogo per Ciudadanos, che più che attirare i voti degli scontenti dall’arrabbiatura reazionaria ha puntato a convincere gli spagnoli che nel grande caos delle forze politiche tradizionali, popolari e socialisti, la cosa migliore fosse accomodarsi al centro, fra le braccia del carismatico e affascinante Albert Riera. Non è successo nemmeno questo, a riporova che l’ambiguità, in politica, spesso non paga. Per quanto riguarda i socialisti, si tratta del partito che, forse, può maggiormente gioire dell’esito elettorale: il centrosinistra spagnolo, infatti, era considerato la forza politica in assoluto più in crisi, con un’inarrestabile emorragia di voti in direzione di Podemos, che presenta diversi punti programmatici molto decentrati verso la sinistra estrema, e un’identità politica e ideologica ormai oscura anche agli stessi rappresentanti. Aver ottenuto più consensi di Podemos ed essersi arresi solo al Pp è un vero e proprio sospiro di sollievo per Pedro Sanchez e i suoi, che, come si spiegherà a breve, potrebbero davvero uscire da queste elezioni come trionfatori assoluti. Infine il Partito popolare del Priemer Rajoy, che, complessivamente, non ha centrato l’obiettivo, ovvero ottenere abbastanza seggi in modo da potersi garantire la maggioranza parlamentare grazie al solo supporto di uno o due partiti minori.

E la Catalogna? Tutto ciò detto, due cose sono innegabili: che il bipartitismo spagnolo, pur con molto affanno, è ancora vivo e vegeto, e che una volta ancora, dopo i casi di Gran Bretagna e Portogallo, a risultare primo partito è una forza politica che ha fatto dell’austerità e delle misure economiche di prevenzione e tentato rilancio il punto cardine del proprio operato politico. Una buona notizia per l’Europa, e un ulteriore conferma che, nel momento in cui vanno alle urne, gli elettori tengono in considerazione più di ogni altra cosa quanto e come vengono loro messe le mani in tasca, per togliere o per aggiungere, rispetto ad altri temi come immigrazione o sicurezza. Piccola postilla: in Catalogna, dopo l’apparente ondata indipendentista delle elezioni regionali dello scorso novembre, il partito secessionista di Junts Pel Sì è arrivato solo quarto.

E ora? La domanda che oggi in Spagna tutti si pongono è: che succederà adesso? Gli scenari prospettati sono molti, alcuni poco probabili altri maggiormente intriganti. Si è parlato di una possibile unione fra i due grandi partiti, Pp e Psoe, al fine di creare una sorta di Grosse Koalition alla tedesca, quella che sancì l’inizio dell’era Merkel, per intendersi. Improbabile, a dire il vero, visto l’abissale distanza programmatica fra le due forze e i profondi scontri fra Rajoy e Sanchez avvenuti nelle settimane precedenti il voto. Con chi potrebbero unirsi, allora, i popolari? Impossibile con Podemos, più facile con Ciudadanos, anche se pure in questo caso la maggioranza non ci sarebbe. Una situazione di stallo che rilancia decisamente i socialisti come ago della bilancia del futuro della Spagna: il Psoe potrebbe trovare con agilità un’alleanza con Podemos, e insieme ad un paio di partiti di estrema sinistra raggiungere la maggioranza e quindi presentarsi come unica possibilità di governo. A meno, si intende, di non tentare la via della grande coalizione con Rajoy, ma come detto è un’ipotesi piuttosto improbabile. Pedro Sanchez, dunque, ha fra le mani una situazione estremamente delicata, che potrebbe però portare al Governo, in maniera assolutamente impensata e impensabile fino a due giorni fa, i socialisti, mentre Rajoy e i popolari si troverebbero incredibilmente fuori dai giochi pur essendo primo partito. Sempre che, si intende, non si decida di convocare nuove elezioni in primavera per lasciare ai cittadini il compito di sbrogliare questa complicata situazione. Si parla di Spagna, ma tutto sommato sembrano discorsi e dinamiche tipici della politica italiana: non a caso oggi l’editoriale del quotidiano El Paìs titolava “Benvenuti in Italia”.

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