Conclusa la prima sessione

Sinodo, la scuola di Francesco

Sinodo, la scuola di Francesco
20 Ottobre 2014 ore 10:59

La prima sessione del sinodo straordinario sulla famiglia si è conclusa. E straordinario questo sinodo lo è stato davvero. I giornali di tutto il mondo ne hanno dato notizia. Ciascuno a suo modo, come è giusto che sia, ma come non è normale che avvenga per un sinodo.

E così tutto il mondo ha saputo che in due casi – i paragrafi 55 e 52 – la votazione non si è conclusa con la maggioranza dei due terzi necessaria per l’approvazione del testo. Il 55 riguarda la comunione ai divorziati risposati; il 52 le unioni delle coppie formate da omosessuali. Il papa ha però suggerito di lasciare anche questi due paragrafi nel documento che verrà inviato a tutte le conferenze episcopali per essere discusso durante l’anno, così come ha voluto che fossero indicati – paragrafo per paragrafo – i numeri della votazione. La Relatio synodi, il documento finale così strutturato, dovrà dunque essere considerato non un pronunciamento ufficiale ma uno strumento di lavoro, un work in progress. A conclusione dei lavori il papa, che nelle due settimane dei lavori ha osservato il più rigoroso silenzio, ha preso la parola. E lo ha trasformato. Se si vuole, lo ha rivelato a se stesso facendone, di un’assemblea decisionale, una scuola.

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Mentre tutto il mondo si dedica a dar ragione – contando i voti volta per volta o soffermandosi sulle diverse formulazioni – delle forze scese in campo e del rapporto che intrattengono col pontefice, il papa ringrazia il sinodo per aver fatto emergere delle differenze di valutazione. Mi sarei stupito, ha detto, se non fosse accaduto, perché avrei pensato di avere a che fare con un’assemblea chiusa sulle formulazioni del passato piuttosto che interessata a raccogliere le sfide che Dio, presente nella storia, le propone. Mentre tutto il mondo cerca di verificare il grado di modernità e di progresso raggiunto dalla Chiesa nel suo complesso, il papa chiama se stesso e il sinodo ad andare ancora più a fondo delle questioni emerse in queste due settimane.

Riassumendo le discussioni dei gruppi traccia in realtà il quadro degli atteggiamenti che la cultura attuale – e non soltanto il sinodo – può assumere nei confronti non tanto dei problemi quanto dei modi con cui essi possono essere affrontati, interpretati e provvisoriamente risolti. Come se avesse voluto dire ai padri sinodali,  e con essi a tutta la Chiesa: vedete, vi ho riunito per affrontare la questione della famiglia. Voi avete lavorato sul tema e avete variamente concordato su alcune risoluzioni. Adesso il problema è: vi siete accorti di come avete lavorato? Siete consapevoli degli atteggiamenti che avete via via assunto nei confronti della discussione, dei vostri fratelli, della dottrina e degli uomini tutti che Dio ha voluto affidarvi? Bene: questo è quel che mi premeva avvenisse: che faceste esperienza di un metodo e prendeste atto della vostra reazione a quel metodo. Che è il mio metodo, la strada che il Signore Iddio ci ha chiamati a percorrere insieme. La strada dell’incompletezza, della responsabilità nei confronti di questa incompletezza, del rischio della fede. Le formulazioni dottrinarie sono importanti, più importante ancora è la crescita delle persone chiamate a raggiungerle. Io, il vescovo di Roma, sono il responsabile della vostra vita e, attraverso la vostra, della mia perché è facendo crescere la Chiesa che rispondo al compito che Dio mi ha affidato.

Il lungo, lunghissimo applauso con cui i Padri sinodali hanno accolto il papa sembra voglia dire: per il momento non abbiamo raggiunto l’unità su alcune questioni, ma una cosa l’abbiamo capita: che il cammino su cui ci siamo messi è quello giusto. Lasciamo che sia il Signore a indicarci i passi che dobbiamo ancora compiere.

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52. Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735).

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55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).

Synod14 – 15ª Congregazione generale: Discorso del Santo Padre Francesco per la conclusione della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 18.10.2014

[…]

Potrei dire serenamente che – con uno spirito di collegialità e di sinodalità – abbiamo vissuto davvero un’esperienza di “Sinodo”, un percorso solidale, un “cammino insieme”.

Ed essendo stato “un cammino” – e come ogni cammino ci sono stati dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo e raggiungere al più presto la mèta; altri momenti di affaticamento, quasi a voler dire basta; altri momenti di entusiasmo e di ardore. Ci sono stati momenti di profonda consolazione ascoltando la testimonianza dei pastori veri (cf. Gv 10 e Cann. 375, 386, 387) che portano nel cuore saggiamente le gioie e le lacrime dei loro fedeli. Momenti di consolazione e grazia e di conforto ascoltando e testimonianze delle famiglie che hanno partecipato al Sinodo e hanno condiviso con noi la bellezza e la gioia della loro vita matrimoniale. Un cammino dove il più forte si è sentito in dovere di aiutare il meno forte, dove il più esperto si è prestato a servire gli altri, anche attraverso i confronti. E poiché essendo un cammino di uomini, con le consolazioni ci sono stati anche altri momenti di desolazione, di tensione e di tentazioni, delle quali si potrebbe menzionare qualche possibilità:

– una: la tentazione dell’irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti – oggi- “tradizionalisti” e anche degli intellettualisti.

– La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei “buonisti”, dei timorosi e anche dei cosiddetti “progressisti e liberalisti”.

– La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente (cf. Lc 4,1-4) e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf. Gv 8,7) cioè di trasformarlo in “fardelli insopportabili” (Lc 10, 27).

– La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio.

– La tentazione di trascurare il “depositum fidei”, considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall’altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano “bizantinismi”, credo, queste cose…

Cari fratelli e sorelle, le tentazioni non ci devono né spaventare né sconcertare e nemmeno scoraggiare, perché nessun discepolo è più grande del suo maestro; quindi se Gesù è stato tentato – e addirittura chiamato Beelzebul (cf. Mt 12, 24) – i suoi discepoli non devono attendersi un trattamento migliore.

Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni; questo movimento degli spiriti, come lo chiamava Sant’Ignazio (EE, 6) se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace. Invece ho visto e ho ascoltato – con gioia e riconoscenza – discorsi e interventi pieni di fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di franchezza, di coraggio e di parresia. E ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la “suprema lex”, la “salus animarum” (cf. Can. 1752). E questo sempre – lo abbiamo detto qui, in Aula – senza mettere mai in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita (cf. Cann. 1055, 1056 e Gaudium et Spes, 48).

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