Massacri e violenze sui civili

Siria, la guerra dimenticata: in tre anni, 200mila morti

Siria, la guerra dimenticata: in tre anni, 200mila morti
07 Agosto 2014 ore 19:18

Della Siria e della guerra che ormai da tre anni insanguina il Paese si parla poco e male. Una guerra quasi dimenticata che nel solo mese di luglio ha mietuto oltre 5 mila morti, tra i quali 1.067 civili, compresi 225 bambini. In tutto sono morte quasi 200 mila persone, una cifra più alta della guerra civile libanese che è durata 15 anni.

Mercoledì, drammaticamente, questa guerra ha fatto irruzione nel cuore degli italiani, dei bergamaschi in particolare, perché in Siria due di noi sono stati rapiti. Vanessa è bergamasca e Greta varesina: poco più di 40 anni in due e cuori pronti a sfidare il rischio per aiutare gli altri. Due ragazze coetanee di molti siriani che nei primi mesi del 2011 hanno deciso di protestare contro il regime di Bashar al-Assad, che è a capo del Paese mediorientale dal luglio del 2000. Bashar è succeduto a suo padre Hafiz, che è stato Presidente della Siria dal 1971 fino alla morte improvvisa nel 2000. A dover succedere al padre, leader scaltro e temuto fuori e dentro il Paese, avrebbe dovuto essere Basil, ma morì in un incidente d’auto nel 1994. Toccò quindi a Bashar prendere le redini della nazione, un leader per altrui volere quindi, detto anche “dittatore per caso”. In teoria la Siria è una repubblica dove il presidente viene eletto a suffragio universale ogni sette anni. In realtà fino allo scoppio delle rivolte nate sull’onda della cosiddetta primavera araba, la Siria era un principato personale degli Assad. Prima della guerra del 2011 non c’era strada, casa, angolo, da Aleppo a Damasco, che non avesse un ritratto di uno dei due Assad. Come una spada di Damocle che faceva da monito a chiunque: “Assad ti vede”.

La guerra. Lo scoppio della guerra si fa risalire al 15 marzo 2011, quando una delle proteste più massicce nella città di Dar’a venne repressa nel sangue dal regime di Assad. Prima di allora come un mantra risuonava dal regime di Damasco la frase “la Siria è un’eccezione”, a testimoniare l’attaccamento dei siriani al loro presidente. In effetti la Siria è stata un’eccezione: le rivolte popolari si sono trasformate in guerra civile. E il tassello siriano è quello centrale nel puzzle di una regione dove da decenni si scontrano interessi cruciali per i giganti del mondo. Assad promette riforme e liberalizzazioni, ma i ribelli si organizzano in varie fazioni, tra cui l’esercito siriano libero, la rivolta diventa armata e si trasforma in guerra civile.

Assad appartiene infatti alla corrente alawita, minoranza religiosa dell’islam sciita, e ha governato il Paese a maggioranza sunnita, in cui vivono altre confessioni come drusi, ebrei e cristiani, senza dimenticare l’etnia dei curdi. Assad gode della simpatia di Iran e dei libanesi di Hezbollah, grazie ai quali ha ottenuto alcune vittorie, mentre i ribelli sono supportati da Arabia Saudita e Qatar.

I ribelli. I ribelli sono organizzati in tre principali fazioni, si stima che tra loro ci siano più di mille gruppi per un totale di oltre 100 mila guerriglieri che combattono Assad. Il Fis (fronte islamico) finanziato dai Paesi del Golfo persico, ha preso le distanze dall’Esercito siriano libero, filoccidentale, dimostrando un certo grado di coesione interna e omogeneità ideologica. Chiede l’istituzione di uno stato islamico retto dalla sharia.
 L’Esl (Esercito siriano libero) è il nome usato per definire l’insieme dei gruppi ribelli fin dalla metà del 2011. La composizione attuale è nata in seguito a pressioni dei paesi occidentali e del Golfo che volevano farne l’ala militare dell’opposizione in esilio. Forte dei finanziamenti internazionali, l’Esercito siriano libero ha vari comandanti che controllano ognuno le proprie milizie. Il Fisl (Fronte islamico di liberazione) è un’alleanza islamista creata nel settembre 2012, intorno a un asse ideologico abbastanza scarno, che oltre a dichiararsi contrario al regime di Assad chiede una maggiore islamizzazione della società siriana.

Accanto a questi tre grandi gruppi c’è una serie di milizie affiliate che agiscono nelle varie zone della Siria. C’è poi l’Isis, che è il gruppo jihadista più violento e di natura transnazionale, caratterizzato dal fondamentalismo islamico che ha perpetrato ripetuti atti di violenza verso i civili. Il Paese è diviso in porzioni di territorio controllate dalle forze lealiste, appoggiate dalle milizie libanesi di Hezbollah, ribelli e gruppi armati jihadisti, che spesso rivolgono le armi anche gli uni contro gli altri.

La Siria ormai non c’è più. Il governo continua a controllare le zone occidentali del paese, L’est della Siria è controllato in buona parte dall’Isis. Le altre fazioni dei ribelli si contendono – o tra di loro o con l’esercito governativo – soprattutto il nord della Siria, tra cui Aleppo e le province di Idleb e Hama. Una guerra che sembra infinita in un Paese ormai a brandelli. Aleppo, capitale industriale della Siria, con un suk tra i più belli di tutto il Medio Oriente, è la città che ha subito i danni maggiori: la parte est della città è in mano ai terroristi, affiliati ad Al Qaeda, la parte ovest è controllata dal governo. Sul fronte curdo, i recenti attentati nella parte orientale della Siria e l’espansione dell’Isis, hanno spinto il partito curdo ad allargare la propria base di reclutamento della milizia locale a frange lealiste, nonostante si sia sempre detto parte delle forze ribelli. Un accordo in vista, insomma, per sentirsi più forti e meno soli nel fronteggiare i jihadisti.

Sia i ribelli sia Assad, da quando è cominciata la guerra sono responsabili di grandi massacri e di violenze sui civili: né gli uni né gli altri, in nome di un potere da conquistare o mantenere hanno avuto rispetto delle persone che dicono di tutelare. La fine della guerra sembra ancora troppo lontana.

 

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