Cronaca
Chi scappa preferisce l'Europa

Come mai i Paesi ricchi del Golfo non accolgono nessun migrante

Come mai i Paesi ricchi del Golfo non accolgono nessun migrante
Cronaca 08 Settembre 2015 ore 15:20

Negli oltre quattro anni di guerra civile siriana, che hanno provocato altre 4 milioni di profughi, nessuno stato del Golfo si è adoperato per accogliere sul proprio suolo quanti fuggivano dalla Siria. I dati diffusi dall’Unhcr, l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati, dicono che i profughi sono stati accolti da Turchia (quasi 2 milioni), Libano (1,1 milioni), Giordania (629mila) e Iraq (249mila), ma nessuno di loro ha varcato i confini di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, Oman e Bahrein.

L’accusa e gli appelli. Un rifiuto quello mosso dai ricchi Paesi del Golfo che ha fatto scatenare le organizzazioni umanitarie e la rete. L'ultimo ad accusare le politiche di rifiuto di questi Stati è stato Abdullah Kurdi, il padre di Aylan, il bambino morto sulle spiagge di Bodrum la cui foto ha fatto il giro del mondo e ha scosso le coscienze europee. Sono state le sue parole a risuonare come un appello affinché i Paesi più ricchi dell’area intervengano facendosi carico sia dell’emergenza umanitaria sia della situazione politica e contribuiscano a mettere fine alla guerra in Siria. Alle parole di Abdullah hanno fatto seguito un editoriale apparso sul quotidiano del Qatar, Gulf Times, in cui si dice: «Tragicamente i ricchi Paesi del Golfo non hanno ancora detto una parola sulla crisi, e tanto meno hanno prodotto una strategia per aiutare i migranti, che sono nella stragrande maggioranza musulmani». A rincarare la dose è stato un post del noto blogger emiratino Sultan Al Qassemi, il quale ha osservato che è giunto il momento perché i Paesi del Golfo facciano «passi morali, etici e responsabili» per cambiare la loro politica ed accettare i migranti.

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Anche la rete mobilitata. L’hashtag #Welcoming_Syria's_refugees_is_a_Gulf_duty, ritwittato ben 33mila volte nell’arco di una settimana, è stato creato apposta per sensibilizzare questi Paesi ad aprire le loro frontiere a quanti fuggono da una Siria ormai devastata. Le sei petromonarchie sono tutti Paesi molto ricchi, con standard di vita elevati, e dalle condizioni sociali apparentemente stabili. Non avrebbero, quindi, difficoltà a gestire la presenza di siriani, a differenza di Libano e Giordania che stanno cominciando a vedere nei loro campi profughi scarsità di cibo, acqua e condizioni igieniche.

La scelta delle donazioni economiche. Quello che i Paesi del Golfo hanno deciso di fare per i profughi è stato donare soldi. L’Arabia Saudita ha dato oltre 90 milioni di dollari all’Unhcr per il sostegno ai profughi siriani nel solo 2014. Gli altri Stati hanno fatto donazioni ai Paesi arabi che accolgono i profughi per allestire e migliorare le condizioni dei campi. Ma in tutto dalle petromonarchie sono arrivate donazioni per 589 milioni di dollari, pari a un terzo dello sforzo economico profuso dagli Stati Uniti per la medesima causa. Inoltre, tutti questi Paesi hanno stanziato moltissimi fondi per le spese militari, opponendosi con ferocia al regime di Bashar al Assad e sostenendo i ribelli dell’esercito siriano libero. Pesa su di loro anche il sospetto che finanzino l’Isis.

Niente profughi. Nessun profugo, però, è stato accolto in questi Paesi, nonostante il legame religioso, culturale e linguistico. E nonostante la maggiore facilità di spostamento dovuta alla vicinanza geografica, che potrebbe evitare viaggi della speranza che il più delle volte finiscono in tragedia. Tutti elementi che, per quanti stanno scappando, potrebbero rappresentare elementi di maggiore attrattiva rispetto all’Europa. Inoltre, Paesi come l’Arabia Saudita sono già molto organizzati in fatto di accoglienza, ricevendo ogni anno milioni di pellegrini che si recano alla Mecca, e tutte queste competenze di gestione di grandi flussi potrebbero essere utilizzate anche a fini umanitari.

Le paure del Golfo. L'Arabia Saudita e i suoi vicini hanno spiegato che il loro timore è che i rifugiati e i migranti possano rubare posti di lavoro ai cittadini, e che tra loro si possano nascondere pericolosi terroristi. Va ricordato, inoltre, che nessuno tra gli stati del Golfo ha firmato nel 1951 la convenzione di Ginevra, che pone l’obbligo a quanto l’hanno sottoscritta (come l’Europa) di accogliere i profughi. Con questa premessa, quindi, si capisce che se anche i siriani decidessero di andare in uno dei Paesi del Golfo, sarebbe molto difficile per loro ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, perché avrebbero bisogno di un visto di ingresso che raramente viene concesso. Amnesty International ha rivelato che nel 2014 i sei paesi hanno valutato complessivamente solo 5 richieste di asilo politico, tutte respinte.

Lo scelgono i profughi. Gli stessi profughi che scappano dalla Siria sono ben consci di questi limiti e preferiscono dirigersi direttamente in uno dei Paesi vicini, tipo Turchia e Libano, oppure rischiare il lungo viaggio verso l’Europa, dove sperano di trovare governi più accoglienti che garantiscano loro la protezione di cui necessitano e li aiutino a iniziare la loro nuova vita.

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