Non incluse le milizie jihadiste

Siria, tra 7 giorni “cessate il fuoco” Ma l’accordo di Monaco è fragile

Siria, tra 7 giorni “cessate il fuoco” Ma l’accordo di Monaco è fragile
Cronaca 12 Febbraio 2016 ore 14:30

Cessate il fuoco in sette giorni. È questa la sintesi dell’accordo raggiunto nella notte a Monaco dalle potenze mondiali dell’International Syria Support Group, tra cui Stati Uniti e Russia. Sei ore di colloqui e negoziati cui hanno partecipato il segretario di Stato americano John Kerry, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, l’inviato Onu per la Siria Staffan de Mistura e ministri degli Esteri europei e del Medio Oriente. La cessazione delle ostilità servirà per dare la possibilità di inviare aiuti umanitari alle città siriane sotto assedio, sia da parte dei ribelli sia da parte dell’esercito. Alcune zone però, dovranno essere raggiunte dagli aiuti già in questo fine settimana, specie là dove la situazione è molto grave. Anche dagli aerei russi dovrebbero essere lanciate forniture umanitarie su almeno 15 città siriane. La tregua, tuttavia, non si applica ai combattimenti contro lo Stato Islamico o il Fronte al Nusra. L’accordo prevede anche la “transizione” politica per arrivare ad un governo di unità nazionale, come stabilito dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

 

 

Piano ambizioso. Il piano è stato definito ambizioso dallo stesso Kerry, anche se potrebbe rivlearsi alquanto debole dato che al tavolo delle trattative i grandi assenti erano i siriani. Di sicuro l’accordo trovato a Monaco non è risolutivo, ma getta solo le basi per mettere in atto un piano più ampio che porti a una pace duratura. Inoltre l’accordo raggiunto potrebbe scongiurare scenari ben peggiori, e rappresenta la prima proposta concreta che prevede un cessate il fuoco pressoché immediato, accettato e supportato pubblicamente da tutte le maggiori parti in causa del conflitto, compresi Iran, Russia e Stati Uniti.

Le responsabilità di Usa e Russia. Nel complesso scacchiere siriano un ruolo di primo piano viene giocato da Stati Uniti e Russia, che rispettivamente hanno l’arduo compito di far accettare l’accordo ai ribelli e al governo di Damasco. L’incognita più grande sono gli oppositori di Assad, che si sono visti infliggere una pesante sconfitta dal regime nella città simbolo della Siria, Aleppo. Fino ad oggi Russia e Stati Uniti non erano stati in grado di accordarsi per un cessate il fuoco per via del forte contrasto sulla figura di Assad. I primi vogliono che resti al comando del Paese, gli altri vogliono che siano i siriani a decidere chi li governerà.

 

 

Rischio conflitto mondiale. Non solo: sulle due superpotenze mondiali pesa l’enorme responsabilità di scongiurare un nuovo conflitto mondiale. Come spiega Gian Micalessin sul Sussidiario, «la Russia con l’offensiva iniziata lo scorso settembre punta chiaramente a sbaragliare le formazioni jihadiste e comunque l’opposizione armata appoggiata da Erdogan, aprendo la strada all’esercito siriano fino alla frontiera turca. Gli Usa invece non avevano più carte da giocare. L’unica alternativa per gli americani era cedere alle pressioni turche e creare una pericolosissima no fly zone sulla Siria, dove avrebbero rischiato di entrare in collisione se non in scontro diretto con gli aerei russi impegnati nei bombardamenti».

Intervento saudita. Ma proprio alla vigilia del raggiungimento dell’accordo di Monaco, è arrivata una conferma alle voci che insistentemente hanno cominciato a girare da qualche giorno. L’Arabia Saudita, tramite il portavoce della coalizione guidata da Riyad e consigliere del ministero saudita della Difesa “sunnita”, fa sapere che «la decisione di inviare truppe in Siria da parte dell’Arabia è irreversibile». Un’affermazione pesante a cui ha replicato direttamente il premier russo Medvedev: «Nel caso in cui siano mandate truppe di terra arabe e occidentali in Siria, l’esplosione di una “guerra mondiale” è un rischio». Ma ad avvalorare l’ipotesi di concretezza in merito all’intervento saudita, sul Guardian sono apparse indiscrezioni relative a un piano già pronto per spostare in Siria migliaia di reparti speciali, che potrebbero muoversi in coordinamento con soldati turchi.

 

 

I numeri della guerra. La guerra in questi 5 anni è costata la vita a 470mila persone. Un numero quasi raddoppiato rispetto alle stime dell’Onu, ed elaborato dal Syrian Centre for Policy Research, secondo cui la guerra ha ucciso o ferito l’11,5% della popolazione siriana. A questi terribili numeri va aggiunto che metà della popolazione è sfollata, ci sono 1,9 milioni di feriti e che l’aspettativa di vita è passata dai 70 ai 55 anni. La povertà è cresciuta dell’85% soltanto nel 2015, i prezzi dei beni di prima necessità hanno subìto un rialzo del 53%.

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