Rapiti caschi blu in missione Onu

La situazione sul Golan, spiegata

La situazione sul Golan, spiegata
02 Settembre 2014 ore 10:59

Le alture del Golan sono una porzione di terra che Israele ha occupato durante la Guerra dei Sei Giorni, nel 1967. Appartenevano alla Siria. Si trovano a nord della Galilea, la terra da cui proveniva Gesù. Le alture del Golan sono una delle zone più contese del Medio Oriente, tra Siria, Libano, Israele e Giordania.

 

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Il monte Hermon e le stazioni radar israeliane. Il monte Hermon è la cima più alta, 2814 metri sul livello del mare, luogo prediletto dagli israeliani per lo sci, oltre che la più grande riserva di acqua dell’intera regione. Ai suoi piedi sorge la biblica città di Cesarea di Filippi, oggi Banias, dove ci sono le sorgenti del fiume Giordano, immissario ed emissario del Lago di Tiberiade che sfocia nel Mar Morto, fiume che fornisce acqua a tutto lo Stato di Israele.

Sul monte Hermon sono installate da anni potenti stazioni radar israeliane. Da qui lo Stato ebraico vigila sulla valle libanese della Beqaa, bastione del movimento sciita Hezbollah, e sulla periferia sud-occidentale di Damasco, distante appena 60 chilometri. La comunità internazionale non ha mai riconosciuto l’annessione del Golan a Israele, pertanto tecnicamente Israele e Siria rimangono in guerra, anche se dal 1974 vige il cessate il fuoco. Una premessa necessaria per inquadrare il livello strategico in cui le alture sono localizzate.

 

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La missione Onu sulle alture è sotto attacco. Da 47 anni il Golan è un focolaio di guerra più o meno latente. Per questo motivo l’Onu ha deciso, nel 1974, di istituire la missione Undof: 1.223 uomini provenienti da sei Paesi (India, Fiji, Filippine, Irlanda, Paesi Bassi e Nepal) sono impegnati per il mantenimento della pace. L’Undof controlla una stretta striscia di separazione, circa 70 chilometri dal Monte Hermon sul confine libanese alla frontiera con la Giordania, sul fiume Yarmouk. In questa striscia di terra demilitarizzata sorge la città di Quneytra.

Le Filippine avevano deciso di far tornare a casa i propri caschi blu questa settimana a causa dell’inasprimento della guerra in Siria. È la terza volta consecutiva in poco più di un anno che i caschi blu dell’Onu sul Golan vengono attaccati da miliziani siriani anti-Assad durante combattimenti con le forze di Damasco e sotto gli occhi dell’esercito israeliano. Lo scorso 27 agosto, dopo che i ribelli siriani erano entrati nella fascia di sicurezza che separa Siria da Israele, i militanti del Fronte al-Nusra che combattono l’esercito siriano hanno strappato il controllo del valico di frontiera di Quneytra. Subito è scattata l’allerta e pronta è stata la risposta del premier Benyamin Netanyahu, che ha affermato che sul Golan Israele è pronto ad affrontare «ogni eventualità».

Nell’attacco alla missione Undof, motivato dal sostegno dimostrato dall’Onu verso il regime di Damasco secondo i ribelli, sono stati attaccati 75 militari Onu filippini, che sono riusciti poi a fuggire, e sono stati rapiti 44 caschi blu delle Fiji, di cui l’Onu ignora dove siano tenuti prigionieri. Per ora non ci sono attacchi diretti a Israele da parte dei combattenti al fronte, ma il rischio che il conflitto siriano si espanda anche in territorio israeliano, o comunque controllato da Israele, è dietro l’angolo.

Le autorità israeliane hanno confermato l’abbattimento, nello spazio aereo del Golan, di un drone proveniente dalla Siria, non si sa se sparato dai ribelli o dalle forze di Assad, e i combattimenti tra esercito siriano e ribelli lungo la linea dell’armistizio del 1974 tra Siria e Israele continuano. Un colpo di mortaio ha colpito un kibbutz e Israele ha aperto il fuoco. L’episodio è stato classificato come incidente di frontiera. L’esercito israeliano ha comunque predisposto rinforzi e ha chiuso ai civili un lembo di terra vicino al valico di Quneytra.

L’ospedale israeliano per i siriani. Sul Golan Israele ha aperto da febbraio 2013 l’ospedale di Safed, dove sono stati curati centinaia di feriti della guerra di Siria. Molti sono bambini e per loro ci sono medici, volontari e infermieri clown che alleviano le loro sofferenze. Un’assistenza non solo medica, ma anche di supporto psicologico. Un divario che si cerca di superare impiegando medici e paramedici arabi israeliani che conoscono l’arabo e che con i pazienti condividono la cultura. Al Safed lavorano anche assistenti sociali per trattare i disturbi post-traumatici provocati dalla guerra. Il conflitto siriano ha sempre preoccupato Israele che, seppur avendo Assad come acerrimo nemico, non ha mai nascosto la sua preferenza per un nemico ben conosciuto che un pericolo ancora ignoto e dall’evoluzione imprevedibile.

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