Produttività maggiore anche del 40%

Il lavoro da casa rende di più (ora pure il Governo ci legifera)

Il lavoro da casa rende di più (ora pure il Governo ci legifera)
Cronaca 01 Febbraio 2016 ore 14:52

Nel gran calderone dei “nuovi” mestieri c’è spazio anche per lo “smart working”, il “lavoro agile”, che è poi il lavoro svolto da casa. Il 50 percento delle grandi aziende lo sta sperimentando, per capire se e in che misura convenga adottarlo su vasta scala. È certo, comunque, che è entrato a fare parte del panorama occupazionale italiano, visto che nel disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 gennaio, quello del Jobs Act per intenderci, c’è un’intera sezione dedicata proprio a questa innovativa realtà occupazionale.

Cos’è lo smart working. Lo “smart working”, l’edizione 2.0 del telelavoro, è una «modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato allo scopo di incrementare la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro». Una lunga perifrasi per indicare un tipo di impiego, o meglio un modus operandi, che metta d’accordo le esigenze di un’azienda con quelle familiari e sociali del singolo lavoratore. Il dipendente – non il libero professionista, dunque – può svolgere i suoi compiti in parte all’interno dell’azienda, in parte all’esterno (cioè da casa, per i tre quarti dei casi), ma sempre rispettando gli orari previsti dal contratto. Lo “smart worker” usa strumenti tecnologici per occuparsi del suo lavoro in remoto e, all’interno dell’azienda, non ha una postazione fissa, proprio perché funge un po’ da “jolly”. La nuova modalità lavorativa risponde anche a aspetti legati al welfare, vista la maggiore flessibilità che garantisce a chi ha figli oppure a chi ha i genitori a carico. Questa funzione lavorativa, impensabile fino a pochi decenni fa, potrebbe diventare un’opportunità preziosa per chi non può ricorrere a baby-sitter o a assistenti domestici.

 

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Lavoratori come gli altri, a tutti gli effetti. La condizione essenziale del lavoro da casa è la volontarietà: sia il dipendente che il datore di lavoro devono avere sottoscritto un accordo che definisca la modalità e l’utilizzo degli strumenti tecnologici, nonché le fasce orarie di riposo. Il decreto di legge, inoltre, stabilisce che contratti di questo tipo possono essere sia a tempo determinato che indeterminato e si possono recedere con un preavviso non inferiore ai trenta giorni e, inoltre, solo per giusta causa. La retribuzione non è inferiore rispetto a quella dei lavoratori che svolgono le stesse mansioni e che hanno le loro postazioni dentro l’edificio aziendale. Lo stesso discorso va applicato anche per quanto riguarda gli incentivi fiscali e contributivi. I lavoratori a distanza, dunque, si differenzierebbero dagli altri solo ed esclusivamente per il luogo in cui svolgono il loro mestiere.

Sicurezza e protezione dei dati. Il disegno di legge prevede poi l’obbligo di consegnare annualmente al lavoratore un’informativa scritta nella quale vengono elencati i rischi generali connessi al tipo di lavoro. Sempre in materia di sicurezza, il lavoratore smart ha diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali ed è tutelato contro gli infortuni sul lavoro che possono avvenire durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello scelto per lo svolgimento della prestazione lavorativa al di fuori dei locali aziendali. Le nuove norme disciplinano anche la protezione dei dati e la riservatezza, specificando che il datore di lavoro deve adottare «misure atte a garantire la protezione dei dati utilizzati ed elaborati dal lavoratore che svolge la prestazione lavorativa in modalità di lavoro agile».

 

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Vantaggi per tutti. Il decreto legge del 28 gennaio, dunque, delinea le caratteristiche e le norme che devono regolare lo svolgimento dello smart working; ora spetta alle aziende decidere se e quando adottarlo. Pare, comunque, che i vantaggi legati a questa modalità lavorativa siano consistenti. I dipendenti, infatti, sono portati ad essere più disponibili, in termini di impegno, se viene permesso loro di gestire i vari compiti con maggiore flessibilità e autonomia. Giancamillo Palmerini, dottore di ricerca in diritto del lavoro e cultore della materia in gestione delle risorse umane presso l’Università di Pisa, conferma che il dipendente smart è più produttivo: «Numerose ricerche realizzate anche al di fuori dei confini nazionali ci dimostrano che chi lavora fuori dell’azienda è mediamente più produttivo anche del 35-40 per cento, rispetto ai dipendenti che sono in ufficio. Inoltre, si assenta circa il 63 per cento in meno». Pertanto, la scelta di lavorare in modo “agile” permetterebbe alle aziende italiane di guadagnare 27 miliardi di euro in più e di risparmiare 10 miliardi di euro in costi fissi.

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