Nel 1987 la prima, nel 2000 la seconda

Spettri di una terza intifada

Spettri di una terza intifada
24 Luglio 2014 ore 07:50

Scene di intifada nella notte tra il 24 e il 25 luglio in Palestina.

La protesta e gli scontri a nord di Gerusalemme. Nel 17esimo giorno di guerra, la protesta è arrivata massiccia a Gerusalemme. Granate, molotov, pietre da una parte – quella palestinese – e gas lacrimogeni, proiettili di gomma e pallottole dall’altra. Due i palestinesi morti in seguito alle cariche delle forze di polizia israeliane nella grande marcia che dal campo profughi Al Amari si è diretta al check point di Qalandiya, che divide la zona nord di Gerusalemme dalla Cisgiordania ed è uno dei più terribili punti di passaggio. Centinaia i feriti. L’ospedale di Ramallah è al collasso.

Nella serata del 24 luglio è infatti partito l’hashtag #48march dove – passo passo – gli oltre 10mila manifestanti, non solo palestinesi, hanno diffuso foto e notizie di quanto stava accadendo. La marcia è stata organizzata da Fatah, il partito politico del presidente palestinese Abu Mazen. È stata la più grande manifestazione mai vista a Gerusalemme dagli anni ‘80.

4 foto Sfoglia la gallery

Focolai a Betlemme e sulla Spianata delle Moschee. Violenti scontri si sono verificati nella notte anche a Betlemme, dove l’esercito israeliano ha sparato gas lacrimogeni.

Così come nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme, sulla Spianata delle Moschee. Quest’anno, la notte tra il 24 e il 25 luglio è l’ultima notte di ramadan. Solitamente i musulmani di Gerusalemme la trascorrono nel secondo luogo più santo al mondo per la loro religione, la moschea di Al-Aqsa, sulla Spianata. Ieri sera le restrizioni israeliane lo hanno impedito.

Lo spettro di una terza intifada. Lo spettro di una terza intifada, quindi, sta tornando a farsi vivo. Cosa succederà è impossibile prevederlo, ma una cosa è sicura: una terza intifada farebbe precipitare la Terra Santa in un baratro da cui si risolleverebbe a fatica. Ma che cos’è l’intifada? Letteralmente, la parola araba indica il risveglio delle coscienze nei confronti dell’occupazione israeliana. I due periodi storici delle guerre arabo-israeliane che hanno visto l’intifada hanno devastato l’economia palestinese e provocato migliaia di morti.

La prima intifada, quando nacque Hamas. Era il 1987 e, in Cisgiordania e a Gaza, si alzò un moto popolare per combattere la presenza israeliana in Palestina e le vessazioni che essa perpetrava sul popolo palestinese. Erano ragazzi armati di sassi e fionda. La scintilla fu l’8 dicembre, quando un camion israeliano colpì due furgoni che trasportavano operai di Gaza a Jabaliyya – campo profughi che al tempo ospitava 60.000 persone -, uccidendone quattro. La loro morte rappresentava la vendetta per l’uccisione di un israeliano accoltellato giorni prima a Gaza. In risposta, la sera stessa scoppiò una rivolta a Jabaliyya, dove centinaia di persone attaccarono le Forze di Difesa Israeliane con sassi, bombe a mano, fucili. In breve la rivolta si espanse ad altri campi profughi palestinesi e infine a Gerusalemme. Durissima la repressione da parte israeliana, che costò una condanna a Israele per violazione delle Convenzioni di Ginevra. È nel 1987, in piena prima intifada, che nasce Hamas, acronimo di Harakat al Muqawama al-Islamiyya (letteralmente, Movimento di Resistenza Islamica). Hamas è passata attraverso il terrorismo e gli attentati suicidi, ha sfidato l’autorità di Yasser Arafat, è sopravvissuta all’eliminazione fisica di gran parte dei suoi dirigenti. Nel 2006, infine, è arrivata al governo dell’ANP, eletta dalla maggioranza dei palestinesi. Il 6 Luglio 1989 ci fu il primo attacco suicida dentro i confini di Israele da parte dei palestinesi. Israele ebbe successo nel contenere la rivolta: le forze palestinesi erano inferiori e possedevano armi meno all’avanguardia. I dati parlano della morte di un israeliano su ventisette palestinesi: si registrarono, nei primi tredici mesi di intifada, 332 morti palestinesi e di 12 israeliani. La prima intifada, caratterizzata da scioperi, dimostrazioni, scontri con le forze occupanti, azioni di disobbedienza civile, finì nel 1993, quando il leader dell’Olp Arafat decise di riconoscere lo stato di Israele, e a sua volta l’allora presidente israeliano Isaac Rabin riconobbe l’Olp come portavoce del popolo palestinese. Si arrivò agli accordi di Oslo, e da lì iniziò un processo di pace che durò fino al 2000.

4 foto Sfoglia la gallery

La seconda intifada, cresce la violenza. Nel settembre 2000, l’allora premier di Israele Ariel Sharon incendiò la miccia della seconda intifada, con una passeggiata sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, insieme a una delegazione del suo partito e a un centinaio di agenti in tenuta antisommossa. Luogo santo per le tre religioni monoteiste, la Spianata è interdetta agli israeliani che da sempre ne rivendicano la proprietà come simbolo della sovranità sull’intera città di Gerusalemme. La passeggiata di Sharon fu solo un pretesto per gli arabi e una provocazione da parte israeliana, a seguito del fallimento degli accordi di Camp David. La seconda intifada fu caratterizzata da una maggiore radicalità e un conseguente innalzamento del livello di violenza contro lo Stato ebraico. Vennero colpiti indifferentemente civili e militari, sia nei Territori sia nello Stato d’Israele. Rispetto alla prima intifada, il rapporto tra morti israeliani e quelli palestinesi scese a uno a tre, e la tattica degli attentati kamikaze, tipica originariamente solo dei gruppi islamisti come Hamas e la Jihad islamica, fu adottata anche da gruppi armati vicini all’ANP. Furono oltre 500 i civili israeliani uccisi in un anno e mezzo dopo la passeggiata di Sharon alla “Spianata delle Moschee” a Gerusalemme. E oltre 1600 i palestinesi.

In mezzo a questi due grandi periodi della storia israelopalestinese si devono collocare l’assassinio di Rabin, nel 1995, la costruzione del Muro di Separazione nel 2003, la morte di Arafat nel 2004, due guerre a Gaza, oltre allo smantellamento delle colonie nella Striscia del 2005 e la continua espansione degli insediamenti ebraici per nulla ostacolata dai premier israeliani, che ha favorito il perdurare di una situazione di tensione e ha portato alla storia di queste ultime settimane.

La telefonata (da Betlemme) con Padre Ibrahim. Padre Ibrahim ha vissuto sulla propria pelle gli ultimi 15 anni di questa guerra. Oggi economo della Custodia di Terra Santa, famoso perché nel 2002 – ai tempi dell’assedio della basilica della Natività a Betlemme -, attraverso il dialogo riuscì a trovare una soluzione tra le due parti in conflitto. Padre Ibrahim l’intifada la conosce bene e oggi esclude che ce ne possa essere una terza, almeno non nell’immediato, perché Abu Mazen sta facendo di tutto per evitarlo. Al telefono, Padre Ibrahim è di corsa, come sempre: è abituato a pesare le parole e non si lascia facilmente andare a confidenze. Però ora è un po’ stanco. Oltre 800 morti, più di 5000 feriti e centinaia di migliaia di sfollati sono numeri che non lo lasciano indifferente. E pensa non solo a Gaza ma a tutto il Medio oriente, ai cristiani in particolare. È uno sfogo, il suo, soprattutto nei confronti della Comunità internazionale: «La comunità internazionale ha ignorato per troppo tempo la questione. È ora che seriamente faccia qualcosa per la pace. Una pace vera e duratura. Mi sembra che fino a oggi sia mancato il coraggio della pace da parte della comunità internazionale, non basta parlare ma occorre avere il coraggio di portare avanti un serio dialogo a livello diplomatico che metta fine alla situazione che si è creata. La comunità internazionale deve mettere la parola fine a questo problema. Sono 60 anni che fa finta di niente. La questione di Gaza va risolta, perché non è giusto che quasi due milioni di persone vivano in un fazzoletto di terra da cui non possono uscire. È una prigione a cielo aperto. A Gaza ci sono molti cristiani, come c’erano a Mosul, che vivono in pace con i musulmani». Perché secondo Padre Ibrahim «non si può parlare di Gaza senza pensare ai cristiani di Mosul, alla gente di Tripoli, alla Siria, all’Egitto. Tutto è legato perché a morire sono i civili». Allarga il discorso: il problema di Gaza passa attraverso il problema di tutta la Palestina, di Gerusalemme in particolare, che va risolto per poter raggiungere la pace vera. Si sa, il giorno in cui ci sarà pace a Gerusalemme ci sarà pace in tutto il mondo. Secondo Padre Ibrahim, la storia ha fatto un salto indietro di oltre 10 anni, e si è tornati nella stessa situazione che portò all’assedio della basilica della Natività. Si riferisce al fallimento degli accordi di Camp David e all’incontro in Vaticano tra il presidente Peres e Abu Mazen lo scorso giugno: «Anche allora, come oggi, le due parti erano vicine a un accordo di pace. Qualcuno ha lavorato perché questo saltasse».

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia