Cronaca
Come nacque il mito

Storia eroica dei fratelli Calvi Per dire della Grande Guerra

Storia eroica dei fratelli Calvi Per dire della Grande Guerra
Cronaca 26 Maggio 2015 ore 08:30

Sabato 23 maggio a San Giovanni Bianco è stato presentato il libro "La fine del sogno. La Valle Brembana nella Grande Guerra", realizzato dal Centro Storico culturale della Valle Brembana. Tra le innumerevoli storie di famiglie e di soldati che racconta, suscita particolare commozione il destino dei Fratelli Calvi e di Mamma Calvi di Piazza Brembana. Tutti i bergamaschi conoscono, almeno per sentito dire, i fratelli Calvi: a loro sono state dedicate vie, piazze, perfino un rifugio tra i più noti. Approfondire la vicenda di questa famiglia è però un'altra cosa. A cent'anni esatti dall'entrata in guerra dell'Italia, abbiamo pensato che fosse una buona cosa ricordarla.

 

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Girolamo Calvi e Clelia Orsola si sposarono ad Antegnate nel 1885 ed ebbero dieci figli, di cui sette maschi. Due morirono appena nati, Riccardo alla tenera età di 6 anni. Gli altri quattro maschi parteciparono tutti alla Grande Guerra, che ne segnò in modi diversi l’eroica fine.

Attilio, il capitano. Il primo fratello a lasciare l’amorevole madre fu Attilio Calvi: nato nel 1889, secondogenito, era uno studioso capace e caparbio. Quando fu chiamato alle armi, stava già svolgendo con successo il suo lavoro di avvocato nel foro di Bergamo. Partecipa come tenente alla Guerra di Libia nel ’12, dove mostra il suo valore, venendo idolatrato dai suoi soldati ed accolto poi a Piazza Brembana al ritorno con grandi manifestazioni. Allo scoppio della Grande Guerra parte per la impervia zona del Tonale; dopo numerose medaglie al valore militare, il 29 aprile 1916 è ferito gravemente mentre conduce un attacco frontale. Muore il 1 maggio, dopo essere stato promosso capitano sul campo.

Santino, il ribelle. Di tutt’altra tempra era Sante “Santino”: terzo dei fratelli. Era il beniamino di papà e il ribelle di famiglia, insofferente alla disciplina fine a se stessa. Nell’autunno 1914 parte volontario in anticipo sull’entrata in guerra, e si distingue subito per il suo coraggio. Nel dicembre 1915 è ferito al volto, ma non esita a fuggire dall’ospedale per andare ad abbracciare il deceduto fratello Attilio. Il 10 giungo 1917 gli sarà fatale un assalto frontale, l’assurda manovra spesso praticata nel primo conflitto mondiale, che aveva già segnato le sorti del fratello.

Giannino, l'ultimo. Giambattista Calvi, detto Giannino, era il fratello più piccolo e tutti per lui si aspettavano un sereno avvenire in famiglia. Tuttavia, alla morte del secondo fratello, decide di partire per il fronte, dove rifiuta l’esonero dalla prima linea, possibile per legge. Riesce a vedere la giornata del 4 novembre 1918, quella della vittoria, ma il destino si dimostra più forte, più temibile anche della guerra. Giannino muore a causa della febbre spagnola sulla via del ritorno a casa, il 10 gennaio 1919.

Nino, la leggenda. Forse ancora più crudele fu la sorte del primogenito, Natale “Nino” Calvi; carattere esuberante e vitale, molto legato alle montagne, dove combattè come capitano numerose battaglie vincenti, che gli valsero diverse medaglie al valore. Il 23 ottobre 1918 venne ferito presso il monte Grappa e mutilato ad un piede. Riuscì a tornare a casa, la casa sempre più vuota di mamma Clelia, che nello stesso periodo aveva dovuto dire addio al marito Girolamo. La guerra era finita, vinta, ma l’inquietudine e l’amarezza lo spinsero a tornare sui luoghi delle battaglie. Nel settembre 1920 partì da solo per l’Adamello, dove l’aveva lasciato il fratello Attilio. Non fece più ritorno: la montagna lo strinse nel suo abbraccio mortale, lasciandolo però vivere nella leggenda.

Mamma Clelia. La morte dell’ultimo figlio maschio rimasto segnò la nascita del mito dei Fratelli Calvi. Innumerevoli sono i monumenti dedicati a questa famiglia martoriata dalla guerra, ma capace di mostrare un orgoglio patriottico che cento anni dopo ci sembra impossibile, mitologico. Piazza Brembana e Bergamo furono i primo luoghi che videro sorgere monumenti commemorativi, ma sono moltissimi i Comuni che hanno dedicato ai quattro fratelli strade, piazze, istituti scolastici e associazioni sportive. Il luogo più simbolico è il rifugio Fratelli Calvi, sicuramente il più conosciuto tra quelli che portano nel nome la memoria di quegli eroi.

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Un libro monumentale. L'opera La fine del sogno. La Valle Brembana nella Grande Guerra, è un’indagine approfondita sulle numerose e tragiche conseguenze della Grande Guerra sulle popolazioni della Valle Brembana, che non furono di certo risparmiate dalle drammatiche vicende belliche. Come ha evidenziato il presidente Tarcisio Bottani, «La scelta di intitolare la ricerca La fine del sogno e di mantenere l’impostazione grafica e lo stile de Il sogno brembano ha inteso sottolineare la continuità con questa fortunata opera edita dal Centro Storico nel 2006, che aveva scandagliato la Valle Brembana negli anni felici della belle époque. Si tratta di continuità temporale, non certo situazionale, dal momento che a partire dal 1914 anche la Valle fu avvolta dalla spirale oscura da cui saprà liberarsi solo alcuni decenni più tardi».

La prima parte del libro è dedicata allo scenario bellico, partendo da un inquadramento generale: l’avvicinamento al conflitto, la mobilitazione, il rimpatrio forzato, la contrapposizione tra interventisti e neutralisti, l’atteggiamento del clero, le requisizioni, e così via. Viene poi affrontata la presenza concreta della guerra sul territorio con la costruzione delle trincee lungo lo spartiacque orobico, le vicende del concflitto, l’epidemia di “spagnola” e le difficoltà dell’immediato dopoguerra.

Forse ancora più preziosi sono i documenti e le testimonianze della seconda parte. Prosegue Bottani: «Sono soprattutto lettere dal fronte, per lo più inedite, che ci fanno fare la conoscenza diretta di parecchi nostri soldati (e dei loro familiari), ci fanno entrare nella loro testa e nel loro cuore e ci rendono partecipi di pensieri, paure e speranze mentre sono nelle retrovie o in trincea, negli ospedali o nei campi di prigionia». Più di mille giovani brembani non torneranno più.

Di questo ponderoso libro merita di essere ricordato un altro passo. Si tratta di una pagina del Chronicon che Don Daniele Paleni stese presso la parrocchia della Pianca negli anni della Guerra. In questa occasione si racconta la licenza momentanea dei soldati dal fronte. Tale circostanza, invece di rincuorare familiari e amici, non fece altro che accrescerne l’angoscia nel momento in cui i soldati dovettero ripartire. Ecco un passaggio, pp. 365-266:

«Poveri figliuoli! quale avvilimento!! L’ultimo pensiero è quello di ritornare ancora in famiglia.

“Bernardo - diceva l’altro ieri un soldato all’altro che partiva finita la licenza - quando arrivi sul Grumello fai il segno della Croce sulla Pianca, chè non vi ritorni più”, ecc. ecc.

“A primavera si morrà tutti dal colera”.

Si vince almeno? Si progredisce? Pare che si sian data la parola d’ordine: ‘Siamo sempre lì... a Trieste ci arriveremo né presto né mai!”.

Volesse il Cielo che di qui o a pochi giorni o mesi potessi sfatare questo orribile foglio! Volesse il Cielo che presto mi fosse almeno dato di registrare trionfi e vittorie italiane.

Ripartono i nostri cari pel fronte e ci lasciano un cuore più che mai amareggiato.

“Era meglio che non fossero venuti - dicono anche molti dei loro cari.

- Quanto è più doloroso il nuovo distacco, dopo i macabri loro racconti; almeno prima ci illudeva la speranza nei trionfi italiani, in cui beatamente ci cullavamo”.

Ma proprio per noi non vi sarà che sterminio?!... Sarà propprio perduta ogni speranza di vittoria e di... prossima pace.

Dio buono, principe della pace, parce, parce populo tuo. Regina pacis, ora pro nobis.

Che risorga foriera di più lieti auspici l’alba del 1916».

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