25 aprile, Festa della Liberazione

Storia del partigiano Aldo Ghezzi morto di stenti a Mauthausen

Storia del partigiano Aldo Ghezzi morto di stenti a Mauthausen
25 Aprile 2015 ore 12:10

Il 25 aprile l’Italia festeggia il giorno della Liberazione. Per ricordare il sacrificio di tanti giovani bergamaschi che decisero di combattere per il loro Paese contro l’occupazione nazifascista, abbiamo voluto raccontarvi la storia di uno di loro. Non perché più significativa di altre, ma perché riassume in sé i sentimenti e le sofferenze di centinaia di persone che vissero quei tragici anni. Per documentarci ci siamo affidati al nuovo libro di Angelo Bendotti, presidente dell’Isrec Bergamo: Banditen – Uomini e donne nella Resistenza bergamasca, presentato questa settimana durante la Fiera dei Librai. L’opera racconta la storia della Resistenza in bergamasca attraverso l’intreccio di vite partigiane, con la sensibilità dello storico e di uomo che vive nel presente. 

«Ognuno di noi ha contato i suoi morti, i morti che ha conosciuto, i morti ai quali lo legano lunghi mesi di vicinanza fraterna, di sofferenze comuni. Tutti i patrioti che sono morti assassinati dal barbaro nemico sono nostri fratelli, tutti ci sono ugualmente cari al cuore, ma quelli di cui ricordiamo fattezze ed espressioni, quelli coi quali abbiamo vissuto, quelli parlano più vicino al nostro cuore ed il loro discorso è un discorso triste, ma fiero»
(Luigi MinardiI Nostri Martiri)

3 giugno 1947: su dei volantini di quattro pagine che circolavano per Bergamo, queste parole raccontavano il dolore che migliaia di persone stavano vivendo in quei giorni. Sul volantino c’era anche una foto. Era quella di Aldo Ghezzi, morto di stenti esattamente due anni prima, nel campo di concentramento di Ebensee, in Austria. I suoi genitori vollero ricordarlo stampando quel documento, su cui erano impresse le parole e i ricordi di Luigi Minardi, che in I Nostri Martiri dedicò un ampio spazio ad Aldo Ghezzi, prima che patriota, amico e compagno di dolori e sofferenze.

Era il 20 aprile 1944 quando lo sguardo di Minardi fu catturato dalla sfrontatezza degli occhi di Ghezzi. Era giovane Aldo, nato a Bergamo il 21 luglio 1923. Non aveva ancora 21 anni e il suo volto, seppur provato dalla durezza del carcere e dalla sofferenza degli interrogatori, non riusciva proprio a nascondere tutto il suo vigore e il suo amore per la vita, quell’amore che solo quando hai 20 anni puoi provare senza esserne conscio.

 

ebensee

[Il campo di concentramento di Ebensee, Austria]

 

«Il suo volto di adolescente mi colpì. Quel volto, pur giovane, già esprimeva una determinazione, una volontà»
(Luigi MinardiI Nostri Martiri)

Quell’incontro di sguardi avvenne durante il viaggio di traduzione da Sant’Agata a San Vittore. Per una settimana non si videro più, fino al 27 aprile, quando intrapresero un nuovo viaggio, questa volta con destinazione campo di Fossoli, il campo di prigionia creato dagli italiani nel 1942. Il viaggio di Aldo, però, era iniziato molto tempo prima. Aldo faceva il tipografo a Bergamo. Aveva frequentato le scuole elementari e, subito dopo, imparò la professione in un corso professionale. Come tutti i giovani, la discesa in campo dell’Italia al fianco della Germania nazista lo costrinse a salutare i familiari: arruolato in fanteria, 67esimo reggimento, nella caserma di Como. Non restò molto lontano da casa, ma quando tornò non si nascose, decise di riprendere le armi e diventare partigiano. Era l’8 settembre 1943 quando entrò a fare parte dei primi gruppi gappisti che poi formarono la 170esima brigata Garibaldi Valle Seriana.

Data la sua scarsa dimestichezza con le armi e la sua buona preparazione tipografica, Aldo venne subito incaricato di svolgere attività propagandistica e di collegamento partigiano. In altre parole, oltre a tentare di portare nuove forze dalla parte dei patrioti, trasportava armi tra Bergamo e Milano. Durante questo lavoro incontrò altri due protagonisti della storia partigiana bergamasca: Aldo Battaggion e Pasqualino Carrara, con cui effettuò diverse missioni di approvvigionamento armi, munizioni, viveri e trasporto nelle valli bergamasche. Proprio Battaggion racconta di Ghezzi in alcune sue memorie:

«Conobbi Aldo ancora ai primi di novembre 1943. Veniva da Selvino. Biondo, dal viso magro, carico come un mulo, stanco e sudato, ecco come giunse con gli altri compagni, che per ragione di precauzione avevano lasciato la zona di Trafficanti. Elemento coraggioso ed attivo, rimase con me fino ai primi di dicembre svolgendo con sentito senso della disciplina e devozione alla causa le azioni che gli venivano affidate. Entrato a fare parte definitivamente del gruppo Paci, sfuggiva per miracolo alla cattura nella notte del 15 gennaio 1944»
(Aldo BattaggionRelazione sul partigiano Aldo Ghezzi) 

Battaggion, che era un comandante, fu catturato proprio quella notte, mentre tentava di avvisare i compagni del gruppo Paci del rastrellamento tedesco in atto. Ghezz scampò alla cattura, ma il suo destino era rimandato solamente di pochi giorni. Al giovane Aldo consigliarono tutti di nascondersi, di rimanere inattivo per qualche giorno. Ma lui non ascoltò nessuno e già il giorno seguente era tornato a svolgere il suo compito di collegamento. Non solo: iniziò a stampare e realizzare materiale di propaganda, mettendo a frutto tutta la sua esperienza di tipografo.

Il 4 febbraio 1944 venne però fermato dai fascisti con l’accusa di attività clandestina. Fu allora che venne incarcerato a Sant’Agata. I nazisti lo interrogarono, lo torturarono, ma lui rimase zitto. Sempre. «Seppe manovrare così bene – scriveva Battaggion –, che sebbene le dure percosse, non palesò il nome di nessun compagno e non gli poterono fare grandi accuse». All’epoca, però, non avere prove in mano contava poco. Anche senza parlare, la sua condanna era già stata scritta. Il 20 aprile, giorno in cui i suoi occhi incontrarono quelli di Luigi Minardi, venne consegnato insieme ad altri carcerieri alle SS naziste, a San Vittore.

 

Fossoli

[Il campo di prigionia di Fossoli, Carpi]

 

Anche qui Ghezzi non dice una parola, nonostante le percosse, la fame e la sofferenza. Sette giorni dopo viene trasferito nuovamente, questa volta al campo di Fossoli. Qui stringe amicizia con Minardi. Entrambi erano tipografi e vennero messi a lavorare fianco a fianco. Minardi scriveva:

«I numeri di matricola (Lui 252, io 253) ci permettono di dormire accanto nel medesimo “castello”. È così che giorno per giorno si saldano sempre più i vincoli dell’amicizia. Ormai è il padre che parla al figlio, che lo guida, lo educa, ed è per questo che nei momenti in cui la nostalgia ci porta a pensare con tristezza ai nostri cari lontani, ci fa tutto dimenticare con la sua nota gioiosa e spensierata, con la sua freschezza dei vent’anni»
(Luigi MinardiI Nostri Martiri)
 

L’1 agosto i due partono nuovamente. Questa volta la meta è il campo di Bolzano. Campo non di prigionia italiano, bensì di punizione tedesco. Non mancano le botte, le bastonate, la fame si fa sentire sui corpi e sulle menti. Ma a Bolzano, Ghezzi riabbraccia un amico: Battaggion, il comandante Battaggion. Sembra incredibile da raccontare, ma anche solo il fatto di rivedere volti amici dava gioia e contentezza, soprattutto in un posto dove sentimenti del genere non solo erano rari, ma anche pericolosi. Le «iene naziste», come venivano chiamati i gendarmi, non esitavano a usare la violenza contro chi si dimostrava felice. Purtroppo quella piccola parentesi di unione fraterna non durò molto: il 9 ottobre Battaggion venne deportato a Dachau, un mese e 9 giorni dopo Ghezzi venne invece spedito a Mauthausen. Minardi era rimasto solo. Così racconta il momento dell’addio:

«Il distacco è doloroso, ho il presentimento che non ci rivedremo mai più. Un nodo mi serra la gola. Pronto mi rincuora con la sua parola persuasiva. È allegro, ha fiducia, è forte. Un ultimo bacio, l’accompagno con lo sguardo per l’ultima volta sino all’uscita del campo, mentre il pensiero corre con orrore verso il luogo del suo martirio: Mauthausen»
(Luigi MinardiI Nostri Martiri)
 

Il 29 aprile 1945, le truppe americane entrarono a Dachau e lì, senza energie ma ancora vivo, Battaggion tornò a essere un uomo libero. Entrò a far parte del Comitato che gestiva il campo dopo l’abbandono dei soldati nazisti. Il 13 luglio tornò in Italia, fu uno degli ultimi rimpatriati da Dachau. E fu allora che ricevette la notizia, come scrisse poco tempo dopo:

«Al mio ritorno in Italia seppe che anche Aldo (Ghezzi, ndr) era stato tradotto nell’inferno di Mauthausen dove visse solo il tempo di sapere che il suo sacrificio non era stato vano, e la Patria da lui tanto amata era alfine libera»
(Aldo BattaggionRelazione sul partigiano Aldo Ghezzi) 

Ghezzi infatti non fece mai ritorno in Italia, nella sua Bergamo. Da Mauthausen era stato trasferito nel sottocampo di Ebensee, in Austria. Lì, il 3 giugno 1945, morì di stenti. Battaggion lottò affinché l’amico Aldo fosse riconosciuto come “caduto per la libertà”, cosa che avvenne solo il 17 giugno 1946.

La storia di Aldo Ghezzi è solo una delle tantissime e tragiche storie di giovani bergamaschi che in quegli anni di sofferenza e orgoglio decisero di non nascondersi, di non arretrare, bensì di combattere a viso aperto gli avversari, gli invasori. La storia di Ghezzi è solo una delle tante, un emblema. Nessuno lo spiega meglio dell’amico Minardi, che di proprio pugno e con le proprie lacrime scrisse le parole che chiudevano il volantino che i genitori di Aldo Ghezzi diffusero per Bergamo il 3 giugno 1947, secondo anniversario della sua morte.

«Ed è appunto per lui (Aldo, ndr), per coloro che non torneranno, che ancora noi lotteremo. Son loro che ci indicano il cammino. Noi sappiamo perdonare per noi, ma non per i nostri figli. Noi sappiamo perdonare ad un uomo stupido, ma non agli inventori delle “automobili a gas”. Non è lo spirito di vendetta che ci guida, ma il bisogno di giustizia. I fantasmi dei suppliziati non ci lasciano. Essi sorgono da tutte le tombe, escono dalle loro fosse, vengono verso di noi. Tutti volevano vivere, tutti amavano il sole ed i fiori. Le ombre di questi cadaveri ci dicono: “Ricordate!”».
(Luigi MinardiI Nostri Martiri)

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