Cronaca
Raccontata dal Guardian

Storia di Fattemah e di tutte le altre Migranti con un bimbo in grembo

Storia di Fattemah e di tutte le altre Migranti con un bimbo in grembo
Cronaca 29 Settembre 2015 ore 10:56

Fattemah è una donna che arriva dalla Siria, dal campo profughi di Yarmouk, perché una bomba ha distrutto la sua casa. Nel suo Paese era un’insegnante, oggi in Europa è una richiedente asilo. È scappata insieme al marito Nasser, interior designer, e al figlio di un anno Hammouda. Insieme hanno lasciato la loro casa e hanno attraversato il confine con la Turchia, sono arrivati in Grecia su un barcone, che ha rischiato di affondare, e da lì in Macedonia. Ma Fattemah è una donna speciale, perché nel suo grembo sta crescendo un bambino che con tutta probabilità vedrà la luce in Scandinavia.

 

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Quando ha abbandonato le macerie della sua casa era incinta di quattro mesi. Ha camminato lungo strade tortuose per giorni, soffrendo la fame e la sete. Sopravvissuta al rischio naufragio del barcone che l’ha portata a Samos, prima di trovare un rifugio ha dovuto camminare per altre sedici ore. Poi il confine, il pullman, il viaggio attraverso i Balcani, le estenuanti attese per l’ottenimento dei documento. E, naturalmente, i problemi i una donna incinta: nausee, crampi, dolori alla schiena e alle gambe. Durante tutto questo tempo, Fattemah non ha mai sentito muoversi il bambino e per questo ha pensato di aver subito un aborto spontaneo. Ma non aveva scelta: restare significava far crescere Hammouda e il suo fratellino in mezzo alla guerra.

Quando è riuscita ad approdare in Svezia, le forze l’hanno abbandonata ed è stata ricoverata in ospedale. Qui ha risentito il battito del cuoricino che lei porta in grembo. Una gioia insperata: «Non mi sarei mai aspettata di poter avere ancora il bambino. Ho solo pensato che forse avrei perso un bambino, ma ne avrei salvato un altro, Hammouda. Ho pensato che comunque avrei potuto dare una nuova vita, migliore, all’unico figlio che mi sarebbe rimasto, per questo ne sarebbe valsa comunque la pena».

 

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È il quotidiano inglese The Guardian a raccontarci la storia di Fattemah, e quella di tutte le altre donne che, nelle sue stesse condizioni, partono alla volta dell’Europa. A testimoniare questa situazione anche Medici senza Frontiere e l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. Dati e numeri precisi non ce ne sono, ma si stima che il 13 percento di quanti siano arrivati in Europa nel solo 2015 siano donne. Tra loro, quelle che ai varchi di confine erano visibilmente incinte erano tutt’altro che una rarità. «Su 100 donne, è probabile che il 20 o 30 percento siano incinte, in genere di circa cinque mesi», dice Nevena Radovanovic di Medici Senza Frontiere, che è alla guida di diversi ambulatori mobili lungo i Balcani e raccoglie dati sulla salute dei migranti. «Ma vediamo anche donne al nono mese o che partoriranno dopo due giorni. E non c’è nulla che tu possa dire loro per convincerle a non andare».

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