Mille giorni dopo il suo arresto per il caso Yara

La vicenda di Mohammed Fikri che non c’entrava niente

La vicenda di Mohammed Fikri che non c’entrava niente
01 Ottobre 2014 ore 17:17

All’alba dell’ottobre 2014, Mohammed Fikri vede la sua prima piccola soddisfazione dopo un’Odissea di ben 4 anni. La Corte d’Appello di Brescia ha deciso che al marocchino spettano 9 mila euro come riparazione per le ore passate in carcere nel dicembre 2010, quando venne fermato con l’accusa di essere l’assassino di Yara Gambirasio. Circa mille giorni dopo, 2 capi d’accusa, 4 udienze e 16 traduzioni, Fikri si vede finalmente riconosciuta la piena ed assoluta estraneità ai fatti. Secondo le indiscrezioni, le richieste dei legali dell’uomo erano ben superiori ai 9 mila euro che gli sono stati riconosciuti, ma, per il momento, Fikri preferisce non parlare. Finalmente ha riottenuto un permesso di soggiorno e può tornare a cercare un lavoro. Per ora, gli basta questo. Del resto, dopo che sei stato all’inferno, anche una flebile luce ti appare come l’ingresso nel paradiso.

Le porte dell’inferno. Il 3 dicembre 2010, gli inquirenti, guidati dal pm Letizia Ruggeri, interrogarono Mohammed Fikri, piastrellista residente a Montebelluna (Treviso), convinti che potesse sapere qualcosa circa la sparizione della tredicenne Yara Gambirasio, avvenuta pochi giorni prima a Brembate di Sopra. Fikri, infatti, proprio nella giornata del 26 novembre 2010, aveva lavorato tutto il giorno presso un cantiere di Mapello, insieme al suo datore di lavoro Roberto Benozzo e un altro collega. I primi giorni, le indagini si concentrarono proprio intorno a quel cantiere, dove i cani perdevano le tracce della ragazzina. Interrogato, l’uomo non fornì alcuna informazione rilevante e avvisò i Carabinieri che, il giorno successivo, si sarebbe imbarcato a Genova per tornare dalla sua famiglia. Proprio il giorno successivo, quando Fikri si trovava sulla nave (la Barkane) diretta ad Algeri, già in mare aperto, venne raggiunto dalla Guardia Costiera e dai Carabinieri e arrestato con l’accusa di rapimento. Un colpo inatteso.

 

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La prima pagina de La Padania del 7 dicembre 2010, quando venne scarcerato Fikri.

 

I media si scatenarono, mentre il marocchino fu trasportato al carcere di via Gleno dove venne nuovamente interrogato. Gli inquirenti erano convinti che fosse lui il rapitore Yara. Le prove? Delle intercettazioni telefoniche, precisamente due: la prima, avvenuta poco prima di imbarcarsi, con un connazionale, in cui, secondo una prima traduzione, Fikri avrebbe detto «Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io», e la seconda con l’allora fidanzata, in cui, piangendo, avrebbe chiesto perdono e avrebbe rivelato particolari ancora sconosciuti agli inquirenti. Dopo meno di tre giorni in carcere, il 7 settembre 2010 fu scarcerato, seppur venne confermato il suo fermo. Le prove non erano abbastanza convincenti per tenerlo in via Gleno, ma il gip Ezia Maccora le riteneva valide per continuare le indagini. I dubbi riguardavano innanzitutto la validità della traduzione delle conversazioni intercettate e, soprattutto, Fikri aveva un alibi di ferro, confermato dal suo datore di lavoro: il viaggio in Marocco era programmato da tempo e lo stesso Roberto Benozzo, suo superiore, confermò che la sera del 26 novembre 2010 avevano lavorato tutta la notte nel cantiere di Mapello, insieme. I legali di Fikri, Roberta Barbieri e il collega Giovanni Fedeli, ipotizzarono da subito la possibilità di richiedere un risarcimento danni per ingiusta detenzione. Intanto, per i media, era già “Il Mostro” e si decise di portarlo, per sicurezza, in una località protetta. Avrebbe voluto tornare immediatamente in Marocco, ma non fu possibile.

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Le prime dichiarazioni. Il 10 dicembre 2010, appena tre giorni dopo la scarcerazione, Fikri rilasciò la sua prima intervista al giornalista del Corriere della Sera, Alessio Ribaudo. L’inviato della testata di via Solferino, nell’articolo, descrive un uomo provato, inquieto. Con lui alcuni parenti. Nell’intervista si ripercorrono gli istanti dell’arresto e la paura di quei momenti. Nessun rancore nelle sue parole, solo una richiesta: «Vorrei che l’Italia mi restituisca la mia dignità». La dignità, appunto. Questo bisogno, umano, di vedersi restituire l’immagine che gli era stata distrutta, cioè quella di un giovane a posto, lavoratore e con la testa sulle spalle, la rimarcò anche una settimana dopo, quando venne intervistato per il programma di Canale 5 “Matrix”. Intanto, in quella stessa giornata, la procura diede l’ok per il dissequestro dei suoi beni e Fikri riuscì finalmente a tornare in Marocco. Il 26 febbraio 2011 svanirono le ultime speranze di ritrovare Yara in vita: il suo corpo fu rinvenuto in un campo a Chignolo d’Isola. Il 4 marzo 2011, mentre l’uomo si trovava in Marocco, i suoi legali fecero ricorso in Cassazione contro la convalida del fermo rilasciata dal gip pochi mesi prima. Fikri, infatti, restava l’unico indagato, non più per rapimento però, ma per l’omicidio di Yara.

Tra nuovi indizi e smentite. Nonostante la sua posizione di estraneità ai fatti fosse chiara, i media continuavano ad occuparsi di lui e lo stesso facevano gli inquirenti, cercando nuove prove. Il programma televisivo “Quarto Grado”, nell’aprile 2011, rese noto che sulla nave su cui si trovava Fikri la notte dell’arresto, oltre alla sua auto, c’era anche un furgone bianco intestato al cugino. Era lo stesso che era stato avvisato nelle vicinanze della palestra da cui scomparve Yara il 26 novembre 2010 e che era stato immortalato anche da diverse telecamere? Il pm Letizia Ruggeri si era però convinta dell’innocenza di Fikri e le sue dichiarazioni erano tutte tese in questa direzione. Per questo, del marocchino e dell’inchiesta nei suoi confronti non si sentì più parlare fino al gennaio 2012, quando la Cassazione si espresse dando ragione ai legali dell’uomo: «Se gli elementi raccolti dal giudice avevano indotto a ritenere l’assenza di gravi indizi a carico del fermato, il fermo non poteva essere convalidato». Fondamentale, per la decisione della Cassazione, la smentita della prima traduzione fornita da un perito riguardante la telefonata di Fikri con un suo connazionale. Il marocchino non disse: «Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io», bensì: «Allah, ti prego, fa che risponda», riferendosi alla persona che stava tentando di raggiungere telefonicamente.

 

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Il pm Letizia Ruggeri.

 

La lotta per l’archiviazione. Il 24 settembre 2012, Fikri è nuovamente in Tribunale. Era fissata, infatti, l’udienza per l’archiviazione del suo fascicolo, richiesta avanzata dal pm Letizia Ruggeri. Il pm Ezia Maccora, però, rinviò, per la seconda volta, la decisione. Intanto Fikri viveva il ventiduesimo mese come unico indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, seppur l’iniziale castello probatorio contro di lui fosse stato già smontato pezzo per pezzo. Rimanevano solo i dubbi sulla validità delle oltre quattro traduzioni fornite circa le intercettazioni telefoniche. Nel frattempo erano stati effettuati anche i test di comparazione del Dna di Fikri con le tracce genetiche ritrovate sugli slip della tredicenne, test che avevano confermato il fatto che quelle tracce non appartenevano al marocchino. Nonostante ciò, le richieste di ulteriori analisi, avanzate dai legali della famiglia Gambirasio, bloccavano la procedura di archiviazione del fascicolo su Fikri. Il quale, intanto, vedeva sgretolarsi attorno a sé il mondo che era riuscito a costruirsi: essendo indagato, non gli veniva rinnovato il permesso di soggiorno e, senza di quello, era praticamente impossibile anche trovare un nuovo lavoro (non lavorava più, infatti, da Roberto Benozzo). Senza contare che la fidanzata aveva deciso di troncare la relazione con lui.

La decisione del gip Maccora, arrivò solo a ottobre 2012: altri sei mesi di indagini per capire, concretamente, la posizione di Fikri. Niente archiviazione. Un duro colpo per il marocchino, che si scagliò contro gli investigatori: «Non hanno un colpevole. Non riescono a risolvere il caso. Non sono capaci di fare il loro lavoro. Ecco perché gli servo. Intanto però mi stanno rovinando» dichiarò al settimanale Oggi il 23 ottobre 2012. Incredibilmente, il pm Letizia Ruggeri nominò un terzo consulente di parte per far tradurre le intercettazioni telefoniche: il responso fu, nuovamente, che Fikri aveva solamente imprecato contro la persona che stava tentando di chiamare. Nessun collegamento con il caso Yara Gambirasio. Eppure Fikri restava indagato con l’accusa di omicidio. L’unico indagato. A pesare soprattutto la traduzione fornita dal legale della famiglia Gambirasio, Enrico Pelillo, il quale continuava a sostenere la tesi che Fikri, nell’intercettazione, avesse ammesso l’omicidio di Yara. Per questo si opponeva all’archiviazione: «A fronte di questa traduzione non potevamo non presentare opposizione alla richiesta di archiviazione. Rimettiamo la questione nelle mani del giudice, come previsto dal Codice» affermò Pelillo.

 

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Il gip Ezia Maccora.

 

Niente omicidio, favoreggiamento. Il 22 febbraio 2013 arrivò finalmente la decisione del gip Maccora: ok all’archiviazione del fascicolo relativo a Mohammed Fikri per omicidio. Allo stesso tempo, però, il gip trasmise gli atti al pm Letizia Ruggeri disponendo l’iscrizione nel registro degli indagati del marocchino per favoreggiamento. Il giudice, infatti, accolse la pista portata avanti dagli inquirenti oramai da metà 2011, ovvero dell’innocenza di Fikri, ma, allo stesso tempo, sostenne che l’uomo poteva sapere qualcosa sull’omicidio. La Maccora affermò che «appare verosimile che (Fikri, ndr) sia stato e sia tuttora spinto, quali che siano i motivi che lo hanno determinato (paura, rapporti economici, legami amicali, ecc.), a nascondere ciò che ha visto o di cui è venuto a conoscenza, per proteggere e/o favorire la persona che ritiene in qualche modo coinvolta nel delitto». In quei giorni tornò a difendere il marocchino anche il suo ex datore di lavoro, Roberto Benozzo, che, intervistato da L’Eco di Bergamo si disse molto deluso dal fatto che tutte le attenzioni fossero ancora concentrate su Fikri, il quale non c’entrava proprio niente.

La nuova indagine per favoreggiamento prese ufficialmente il via il 5 aprile 2013, con un nuovo interrogatorio a Fikri. Due ore in cui il pm tentò di scoprire qualcosa in più, seppur Fikri continuò a confermare la propria tesi. Vennero ascoltati anche l’ex datore di lavoro e l’ex fidanzata, che difesero il marocchino. Il 10 aprile 2013, il nuovo gip Patrizia Ingranscì, a cui erano stati passati gli atti, accolse l’istanza di incidente probatorio avanzata dal pm Letizia Ruggeri: venne nominato un nuovo perito per far luce definitivamente sulle intercettazioni telefoniche di Fikri. La differenza rispetto alle precedenti è che, questa volta, il risultato avrebbe avuto valore di prova. Il risultato della perizia arrivò il 23 maggio 2013: l’esperto confermò che Fikri non aveva mai fatto alcuna dichiarazione attinente al caso Yara Gambirasio. Un ulteriore passo avanti verso l’archiviazione, questa volta definitiva, della sua posizione da indagato.

La fine di un incubo. In seguito ai risultati della perizia, l’8 giugno 2013, il pm Letizia Ruggeri e il procuratore capo Francesco Dettori, avanzarono richiesta di archiviazione per l’ultimo fascicolo a carico di Fikri, quello per favoreggiamento. L’archiviazione arrivò il 12 agosto 2013, per mano del giudice Patrizia Ingranscì. Il giorno successivo, Fikri parlò con L’Eco di Bergamo e si sfogò: «Per colpa di questa storia sono rovinato: ho perso il lavoro e ora fatico a rinnovare il permesso di soggiorno. Ma voglio comunque un futuro in Italia». Un lavoro riuscì a trovarlo solo ad inizio 2014, quando però, a causa dell’assenza del permesso di soggiorno, venne licenziato appena 20 giorni dopo. Proprio quando era pronto a tornare in Marocco, il 16 giugno di quest’anno arrivò la notizia: Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore di circa 40 anni residente a Mapello, era stato arrestato con l’accusa di essere l’omicida di Yara Gambirasio. «Quella del fermo del presunto assassino è una notizia fantastica, sono contento per la famiglia di Yara e per Fikri, perché così lui viene ulteriormente riabilitato perché c’era qualcuno che ancora nutriva dubbi nei suoi confronti» affermarono i legali di Fikri, precisando che avrebbero portato avanti una battaglia legale per veder riconosciuto al loro assistito un risarcimento.

«Il fatto non sussiste»: quattro semplici parole che hanno permesso a Fikri di uscire definitivamente dall’incubo in cui fu trasportato il dicembre di quattro anni fa. I 9 mila euro di riparazione per l’ingiusta detenzione che gli ha riconosciuto il 30 settembre la Corte d’Appello di Brescia è solo il primo passo: ora è probabile che, con i suoi legali, avvierà una causa civile per il rimborso dei danni morali ed esistenziali. La vicenda giudiziaria è, quindi, finita. Non però quella umana: Fikri ha, infatti, ottenuto il permesso di soggiorno ma non ha ancora un lavoro e una casa fissa. La normalità a cui era abituato quattro anni fa non l’ha ancora ritrovata e, per questo, è pronto a presentare il conto allo Stato.

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