Cronaca
Ad opera di soldati dell'esercito

Lo stupro di massa in Darfur nascosto agli occhi del mondo

Lo stupro di massa in Darfur nascosto agli occhi del mondo
Cronaca 26 Novembre 2014 ore 16:00

Duecentodieci donne, 79 delle quali tra i 14 e i 18 anni e 8 bambine tra i 10 e i 13 anni sono state barbaramente stuprate in Darfur. È accaduto nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre, nel villaggio di Tabit, a 45 chilometri dalla capitale el-Fasher. I colpevoli appartengono a un contingente delle Sudan Armed Forces che aveva accusato gli abitanti del villaggio di aver fatto sparire uno dei militari.

Non era mai accaduto che uno stupro di massa venisse compiuto da un’unità dell’esercito regolare contro un intero villaggio. Le autorità hanno messo a tacere la notizia diffusa da Radio Dabanga,  una radio darfuriana indipendente sostenuta dall’organizzazione olandese Free Press Unlimited, che lavora per un’informazione libera nel mondo, e smentito l’accaduto. Non solo, hanno impedito per un’intera settimana alla missione ibrida di peacekeeping Onu - Unione Africana dispiegata nella regione, l’Unamid, di recarsi sul posto per verificare l’accaduto.

A denunciare il ritardo è lo stesso presidente di turno del Consiglio di Sicurezza Onu, Gary Quinlan, che ha riferito che le autorità locali sudanesi hanno ritardato per una settimana l’ingresso di una squadra investigativa Onu-Ua inviata nella regione sudanese del Darfur, e che quando la squadra ha raggiunto i posto non ha raccolto alcuna prova o informazione che confermasse la notizia, poiché la verifica è stata compiuta dalla squadra scortata da personale dell’intelligence militare che hanno presenziato a ogni intervista e sorvegliato ogni testimonianza. Unamid ha diffuso pertanto un comunicato che recita: “Nessuno degli intervistati ha confermato l’incidente dello stupro il giorno in cui la notizia è stata diffusa dai media. Il team non ha trovato nessuna evidenza né ricevuto informazioni sulla questione”. Unamid ha comunque annunciato che condurrà una nuova indagine.

La conferma dalle ong. Ci hanno pensato i social netowrk a far rimbalzare la notizia e a togliere il velo di silenzio sulla drammatica vicenda, e le organizzazioni per i diritti umani che hanno raccolto la denuncia di Radio Dabanga, tra cui l’italiana Italians for Darfur, che ha confermato il tam tam di voci che da giorni circolava e ha lodato il coraggio dei residenti di Tabit i quali hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che era avvenuto, nonostante le minacce di ulteriori ritorsioni. Antonella Napoli, presidente dell’associazione, spiega sul blog alcuni particolari dello scempio: “Una guarnigione dell'esercito del Sudan, supportata da milizie filo-governative, era arrivata nel villaggio con i kalashnikov spianati. I militari hanno radunato e immobilizzato gli uomini e, minacciandoli di morte, hanno loro impedito di reagire e di proteggere le loro donne”.

La reazione Onu. Il 19 novembre, il consiglio di Sicurezza dell'ONU ha pubblicato una dichiarazione in cui ha sollecitato il governo sudanese a investigare approfonditamente sulla questione e ha lanciato un appello affinché Unamid possa investigare in totale libertà. L’Onu chiede inoltre al governo sudanese di consegnare i responsabili alla giustizia qualora le accuse vengano confermate

Arma di guerra. Lo stupro di massa in Darfur come in molti altri paesi è un’arma di guerra. In questo caso contro le popolazioni di etnia africana che abitano la regione. Viene compiuto senza distinzione di genere: le vittime possono essere indifferentemente donne di qualsiasi età, uomini, o bambini. Le donne stuprate sono due volte vittime, perché motivo di disonore per la famiglia che le allontana da casa. Per gli uomini è motivo di umiliazione e per i bambini un trauma che segnerà per sempre il loro futuro e il loro sviluppo.

La guerra in Darfur. Il Darfur, una delle 9 provincie del Sudan, la più povera del Paese, situata a ovest, al confine con il deserto del Sahara, è dal 2003 una delle aree di crisi più acuta del pianeta. Una guerra civile sanguinosissima, che si combatte tra il governo centrale di Khartoum, dominato da un’elite araba, e diversi movimenti ribelli espressione delle popolazioni africane che abitano l’area. Finora ha provocato mezzo milione di morti e 3 milioni di sfollati, su sei milioni di popolazione totale. Il presidente Hassan el Bashir coglie l’occasione per armare i Janjaweed, i gruppi nomadi di origine araba detti anche guerriglieri a cavallo, che hanno l’unico scopo di annientare le popolazioni locali. Una pulizia etnica ai danni delle etnie africane.

Bashir, al potere dal 1989 con un colpo di stato, nel 2009 è stato condannato dal Tribunale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità. Nonostante questo continua a governare il paese. Tratto distintivo della sua politica è il pugno di ferro, con cui ha sempre represso ogni forma di dissenso. È appoggiato dal primo partner commerciale del Sudan, la Cina, da molti altri paesi africani e dalla Russia.

La missione Onu. La missione Unamid è presente nel paese dal 2007, dopo essere stata concordata tra le Nazioni Unite e le autorità di Khartoum come missione ibrida di pace in Darfur. Sul sito delle nazioni Unite si legge che gli obiettivi della missione sono: proteggere i civili, contribuire alla sicurezza per l'assistenza umanitaria, monitorare e verificare l'attuazione degli accordi, fornire assistenza a un processo politico inclusivo, promuovere i diritti umani e lo Stato di diritto. Per l’anno 2013-2014 era previsto un budget di 1,29 miliardi di dollari.

Sono circa 26 mila gli uomini, tra soldati e ufficiali di polizia che dovrebbero controllare e proteggere le popolazioni locali, per un territorio grande come la Francia. Proteggono i campi profughi, ma solo di giorno. Di notte tutto è in balia dei miliziani. Per volere di Khartoum vi partecipano solo forze militari provenienti da Paesi africani, male armati e con un equipaggiamento insufficiente a proteggere non solo le popolazioni locali ma anche loro stessi. Negli ultimi 6 anni sono stati almeno una decina i caschi blu morti in agguati e assalti compiuti da miliziani  filo governativi.

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