L'aula in stallo sulle riforme

Che cosa è successo al Senato (e che cosa è «la tagliola»)

Che cosa è successo al Senato (e che cosa è «la tagliola»)
24 Luglio 2014 ore 09:15

Entro l’8 agosto, ultimo giorno di lavoro prima della chiusura estiva, il Senato dovrà pronunciarsi sul cosiddetto ddl Boschi, ovvero il disegno di legge costituzionale che prevede l’abolizione del Senato (sostituito da una “camera della autonomia” composta da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 membri nominati dal presidente della Repubblica) e la riforma di parte del Titolo V della Costituzione, relativo ai rapporti tra Stato ed amministrazioni locali. Lo hanno deciso giovedì 24 luglio i capigruppo chiamati in riunione dal presidente del Senato, Pietro Grasso, dopo che nella mattinata le votazioni sugli emendamenti presentati continuavano a passo lentissimo a causa dell’ostruzionismo delle opposizioni.

La maggioranza ha quindi optato per il pugno duro, supportata anche da Forza Italia, applicando la procedura nota col nome di “tagliola”: da oggi all’8 agosto, delle 135 ore complessive di lavori, solamente 20 saranno dedicate alla discussione della riforma, poi si voterà. A legittimare l’applicazione di questa procedura è l’articolo 55 del regolamento del Senato, che la prevede espressamente. Confermata, inoltre, la scelta del governo di continuare i lavori della Camera tutti i giorni, domenica compresa, dalle 9 alle 24, fino alla chiusura estiva.

Opposizioni in corteo verso il Quirinale. La scelta di applicare la tagliola ha scatenato la reazione delle opposizioni, che hanno deciso nel tardo pomeriggio di giovedì di salire in corteo fino al Quirinale per richiedere un incontro con il presidente della Repubblica Napolitano. Ai pentastellati e ai senatori di Sel si sono uniti anche molti parlamentari leghisti. Le opposizioni si erano dette disponibili a ridurre gli emendamenti solamente se la maggioranza avesse accolto alcune delle loro richieste, in particolare garanzie sul Senato elettivo (e non nominato), riequilibrio tra le due Camere e referendum popolare. Il ministro Boschi era stata però subito chiara: l’impianto di base della riforma non era trattabile.

L’inizio dell’impasse. La prima votazione è iniziata mercoledì 23 luglio e nonostante la volontà del governo di riuscire a chiuderla entro la pausa estiva del Parlamento (8 agosto), il forte ostruzionismo delle forze politiche contrarie al provvedimento ha reso impossibile il dialogo tra le parti. Gli emendamenti presentati dalle opposizioni, principalmente Sel e Movimento 5 Stelle, sono 7 mila e 850, quasi tutti tesi semplicemente a ritardare i lavori del Senato.

Il regolamento prevede che gli emendamenti vadano, teoricamente, discussi tutti e votati singolarmente: nel primo giorno di votazione ne sono stati votati appena 3 (tutti bocciati). Nella mattina del 24 luglio, dopo appena un’ora di lavoro e due emendamenti affrontati, il presidente Pietro Grasso ha sospeso la seduta e ha bloccato i lavori, convocando una riunione dei capigruppo per uscire dall’impasse. Una fase di stallo che preoccupa anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale, proprio nel pomeriggio del 23 luglio, ha voluto incontrare Grasso e gli esponenti di Sel, autori della maggior parte degli emendamenti, per essere aggiornato sulla situazione. Nella riunione di giovedì, continuata nel pomeriggio, non si è trovato un accordo tra governo ed opposizioni e la maggioranza ha così deciso di attuare la “tagliola”

Ostruzionismo a oltranza. Il numero di emendamenti presentati è enorme e l’opposizione, guidata da Lega, Sel e M5S, non è mai arretata di un centimetro: nella giornata di apertura delle votazioni è stato anche richiesto il voto segreto per 920 emendamenti, procedura approvata dal presidente Grasso. Il voto segreto prevede tempi di votazione decisamente più lunghi e per questo motivo i rappresentanti del Partito Democratico hanno fortemente criticato il presidente del Senato, reo, a loro parere, di far da sponda al gioco dell’opposizione. Come rivela poi La Stampa, il leghista Roberto Calderoli, diventato il leader dell’opposizione alla riforma, si era accordato con i rappresentanti del M5S per allungare ulteriormente i tempi della votazione e rendere così impossibile la conclusione della procedura entro il termine dell’8 agosto.

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