Il mondo col fiato sospeso

Sidney, il blitz delle forze speciali Tre morti, uno è il sequestratore

15 Dicembre 2014 ore 17:50

È finito con un bilancio di tre morti e 4 feriti il blitz delle forze speciali per liberare gli ostaggi che per oltre 15 ore sono stati tenuti prigionieri nella cioccolateria Lindt Cafe di Martin Place a Sydney. Il sequestro è stato opera di un solo uomo, un 50enne di origini iraniane, Man Haron Monis, che viveva in Australia dal 1996. Era fuggito dall’Iran sciita, lui che era un musulmano sunnita. L’uomo è stato ucciso durante il blitz. Le forze speciali sono entrate in azione dopo che un gruppo di sei ostaggi era riuscito a fuggire. Prima di loro, erano riuscite a fuggire altre 5 persone. La polizia ha fatto irruzione nel locale e si sono sentiti colpi di arma da fuoco per almeno un minuto. Il bilancio di morti e feriti è riferito dalla Cnn che riporta quanto dichiarato dalla tv australiana 7news Al termine dell’assedio i paramedici sono entrati nella caffetteria, portando via delle persone in barella.

Man Haron Monis era un personaggio già noto alle forze di polizia australiane. Era un sedicente predicatore, in passato definitosi anche guaritore e santone. Nel 2002 venne accusato ripeturtamente (50 volte) di violenza sessuale dopo essersi spacciato come esperto di “astri, numeri, magia nera, meditazione”, e nel 2013 ritenuto complice dell’omicidio di sua moglie, brutalmente accoltellata e poi bruciata. Sempre lo scorso anno scrisse lettere minatorie nei confronti dei famigliari di alcuni militari australiani uccisi in Afghanistan. Per questo venne condannato a 300 ore di servizi sociali.

Attualmente era libero su cauzione e attivissimo su internet. Aveva un sito internet, ora oscurato, sul quale, oltre a vedere foto di bambini morti che lui diceva essere le vittime dei bombardamenti americani e australiani, si poteva leggere “L’Islam è la religione di pace, è per questo che i musulmani combattono contro l’oppressione e il terrorismo degli Usa e dei suoi alleati, tra cui Regno Unito e Australia”. Inoltre, si paragonava a Julian Assange (fondatore di Wikileaks): “Dato che il governo australiano non può tollerare le attività dello sceicco Haron, sta cercando di danneggiare la sua immagine con false accuse ed esercita pressioni per fargli cessare ogni attività e metterlo a tacere. Ma a Dio piacendo, Man Haron Monis non interromperà la sua attività politica contro l’oppressione”.

Tutto era cominciato alle 9.45 ora locale di lunedì 15 dicembre. In Italia era ancora domenica sera. L’uomo ha fatto irruzione nella cioccolateria e ha preso in ostaggio personale e clienti. Il numero esatto degli ostaggi non si sa con precisione, anche perché la polizia ha preferito non dare troppe informazioni. Alcuni giornalisti di una tv che ha la sede vicino alla cioccolateria dicono di averne contati 15, altre persone dicono 30, altri ancora 40. Il sequestratore aveva permesso ad alcuni di loro di parlare al telefono con i giornalisti per informarli di quanto stava accadendo. Si parlava di alcuni ordigni dentro e fuori il locale e per verificare la cosa è stato mandato in esplorazione un robot antibomba manovrato dagli artificieri.

Il sequestratore, dopo aver costretto gli ostaggi a farsi vedere con le mani alzate a turno in vetrina, aveva esposto una bandiera con la Shahada, la testimonianza di fede dei musulmani, utilizzata anche da alcuni gruppi jihadisti legati ad alQaeda. Pare anche che durante il sequestro l’uomo abbia chiesto gli venisse portata una bandiera dello Stato Islamico. La dinamica, però, farebbe pensare più che altro al gesto isolato di un folle rispetto a un attentato organizzato di matrice islamica.

Alla matrice terroristica islamista si era pensato per via del luogo in cui si trova la cioccolateria. Martin Place, a Sydney, infatti sorge nel cuore nevralgico del distretto finanziario, considerato un potenziale obiettivo sensibile per il terrorismo. A pochi passi dal Lidt Cafe ci sono i consolati americano e pakistano, la Banca Centrale e la Borsa. Tutto era stato evacuato in poco tempo e la piazza è stata chiusa. Si temeva l’attentato anche in seguito al fatto che l’Australia da alcune settimane aveva alzato lo stato di allerta. Da quando gli Stati Uniti hanno intrapreso la guerra allo Stato Islamico l’Australia si è messa in prima linea a fianco del suo alleato oltreoceano per combattere il fondamentalismo. 200 forze speciali australiane sono state inviate in territorio iracheno, insieme a 400 uomini dell’aeronautica, oltre ad aver schierato negli Emirati Arabi sei caccia F18.

L’Australia non ha mai nascosto la sua paura per un’avanzata nel paese dell’estremismo islamico. Prima di schierarsi nella coalizione contro l’Isis, l’Australia ha dato un contributo fondamentale nella Guerra del Golfo del 1991, in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003. Si stima che ci siano 480mila musulmani in Australia, provenienti per due terzi da Libano, Turchia, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Iraq e Iran. Con l’ascesa dello Stato Islamico sarebbero circa 150 i cittadini australiani che si sono arruolati nelle milizie jihadiste. Informazioni indicano che almeno un paio di australiani ricoprono posizioni di rilievo nella gerarchia dell’Isis e che uno di loro avrebbe provato la sua fedeltà decapitando personalmente quattro “traditori”. Poche ore prima del sequestro era stato arrestato un venticinquenne, accusato di essere uno degli organizzatori dei viaggi degli estremisti australiani verso la Siria e l’ Iraq per combattere con i miliziani del Califfato.

Alcuni mesi fa l’Australia ha condotto la più grande operazione antiterrorismo mai avvenuta nel Paese, che aveva portato all’arresto di 15 persone, accusate di cospirazione e progettazione di attentati terroristici. Gli arrestati erano tutti presunti sostenitori dello Stato Islamico. In particolare, la polizia aveva dichiarato che i sospettati volevano compiere delle decapitazioni pubbliche di persone scelte a caso, e in territorio australiano.

 

 

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