La Contardo Ferrini di Roma

Sulla scuola che ha abolito le feste di mamma e papà

Sulla scuola che ha abolito le feste di mamma e papà
01 Aprile 2015 ore 13:25

Roma, Via di Villa Chigi, quartiere Trieste. Scuola dell’infanzia comunale Contardo Ferrini. Non sono in molti a saperlo, ma Contardo Ferrini (il Beato Contardo Ferrini OFS) è stato un cattolico insigne che non avrebbe meritato che una scuola dell’infanzia del comune di Roma alloggiasse in un edificio a lui intitolato. Ma tant’è: mancano i fondi, si affittano i locali.

Tutto ciò verificato e accertato si dà lettura del seguente comunicato: «Il collegio dei docenti [dell’asilo comunale Contardi Ferrini] decide di non festeggiare la festa della mamma né del papà a causa dei continui cambiamenti della famiglia, ma di evidenziare altre feste». La delibera risale al 14 ottobre u.s., ma i genitori ne sono venuti a conoscenza solo quando i papà non si son visti recapitare il consueto pensiero creativo il 19 marzo scorso, loro festa canonica nonché commerciale.

Hanno cercato, papà e mamme, di intervenire presso la Dirigente, ottenendone però in risposta che la decisione era stata presa nel rispetto delle famiglie allargate e dei bimbi rimasti orfani di un genitore. Tanto rispetto avrebbe potuto magari comportare la comunicazione della delibera alle famiglie mesi fa, ma a certe finezze la gente – soprattutto la gente che sa bene di aver deciso quel che non doveva decidere – non arriva. Figuriamoci poi consultarli prima, i genitori. In altre parole, c’erano bambini con più madri o padri e altri senza l’uno o l’altro, quindi niente festa. Quelli in condizioni un tempo considerate normali (un solo genitore a e un solo genitore b) si dessero una calmata: basta con i privilegi di casta.

 

 

Vista la reazione della scuola i genitori hanno deciso di ricorrere al TAR: l’infallibile TAR del Lazio che guida i destini della repubblica prima, seconda e terza perché tutti gli altri tribunali possono sbagliare, emettere prima una sentenza e poi rovesciarla, ma il TAR del Lazio no e quindi ogni sua risposta è come la gravità: una legge universalmente valida. Anche la laicità ha i suoi misteri.

La dirigenza scolastica ha risposto che non ci sono i presupposti per il ricorso all’oracolo. Paolo Masini, assessore comunale alla Scuola, si è spinto ancora oltre: ha difeso la scelta degli insegnanti, alludendo – sia pur con la miserabile finta di non credervi – all’idea che sotto sotto ci possa essere lo zampino della cosiddetta “teoria del gender” – che molti genitori cattolici gradiscono come l’ortica sui polpacci nudi – e proclamando infine che «Gli adulti non dovrebbero aver bisogno di fare crociate mettendo in mezzo i loro bambini. La comunità scolastica non ha bisogno di ideologismi del genere. Siamo contro questo atteggiamento. Solo il pensiero che si debba andare davanti al giudice in un contesto con protagonisti bambini dai 3 ai 6 anni è preoccupante». Viene da chiedersi se al Comune di Roma abbiano mai sentito parlare di ipocrisia e se l’assessore avrebbe sostenuto le stesse cose se fosse stato chiamato a dirimere il caso di bambini dai tre ai sei anni presi a schiaffi dalle maestre. Anche allora avrebbe considerato “preoccupante” il ricorso a un giudice?

Che poi si invochino le crociate per indicare il comportamento di cittadini che desidererebbero soltanto veder riconosciuti i propri diritti («Vogliamo solo capire l’indirizzo educativo e decidere di conseguenza – ha detto una mamma -. Nessuno di noi è contro le famiglie allargate, ciò non toglie che vogliamo che i nostri figli crescano con la consapevolezza dei ruoli») questo sì che è preoccupante. Perché dice di una posizione ideologica e culturale prima ancora che politica.

 

 

D’altro canto l’idea che si possa por fine alla questione ricorrendo in tribunale evidenzia una certa debolezza nella posizione dei genitori. Quand’anche la Sibilla si pronunciasse a favore del ripristino delle due festività penserebbero forse quei papà e quelle mamme di aver risolto davvero la faccenda? Certo, se non si prende mai un’iniziativa, poi qualunque collegio docenti si sentirebbe libero di progredire sulla strada segnata fino ad abolire le vacanze estive appellandosi alla pietosa storia di un bambino che non può andare nemmeno a Ostia, o la festa degli alberi per non urtare alcuni alunni che provengono da paesi subsahariani.

Però cosa risolverebbe, di sostanziale, il ricorso al TAR? Niente, perché gli eventuali sconfitti non solo resterebbero sulle loro posizioni, ma aumenterebbero inevitabilmente la loro riserva di veleno nei confronti dei ricorrenti. E finirebbero magari per fare come chi scrive ha visto fare anni fa ad alcuni educatori di belle speranze che, portate le loro classi in gita in un parco nazionale con kilometrico sbocco sul mare, si svestirono nudi bruchi davanti alla scolaresca per mettersi a correre su e giù lungo la spiaggia prima di buttarsi in acqua. Non obbligarono i bambini a fare altrettanto, ma si immagina cosa abbia prodotto nelle loro testoline il fatto di aver visto maestri e maestre prodursi nelle insolite vesti di Adamo ed Eva. Anche ammesso che i genitori siano venuti a conoscenza di una storia così ecologica, vai a ricorrere al TAR, in casi simili.

È di martedì la notizia che un qualche ministro intende proporre nelle scuole la giornata del latte per diffondere la coscienza del valore di questo alimento nelle nuove generazioni: speriamo che i vegani più osservanti non ricorrano alla corte dell’Aja o di Strasburgo contro lo sfruttamento delle bovine da latte da parte del ministro in oggetto e che qualche suo collega non trovi modo di risolvere la questione facendosi dire dal TAR che il latte di mucca ha corso legale nel nostro Paese, ma che non può essere proposto nelle scuole per rispetto ai bambini affetti da intolleranza al lattosio o provenienti da famiglia vegana di stretta osservanza. Quindi: soia per tutti (il collega del ministro indagato per intrallazzi con le società produttrici di quell’alimento altamente naturale).

 

 

Basta. Si è detto anche troppo. Il dato di fatto cui ci espongono notizie come questa è più grave del loro occasionale prodursi. E il dato è che il giocattolo si è rotto, che il nostro tessuto sociale si è sfaldato, camolato come dicevano le nonne delle sciarpe o dei golf lasciati nei cassetti senza naftalina. Quando si scatenano bagarre su questioni che non dovrebbero nemmeno sorgere e il cui aspetto più devastante è costituito dal fatto di suscitare commenti e prese di posizione in cui è l’ipocrisia a far da padrone e l’insensatezza da dominatrice vuol dire che la società è entrata in una crisi irreversibile.

La definizione sociologica più chiara di questo fenomeno appartiene forse a Jürgen Habermas: «Le crisi si producono quando la struttura di un sistema sociale consente minori possibilità per la soluzione dei problemi di quante ne occorrerebbero per assicurare la conservazione del sistema. In questo senso le crisi sono perturbazioni durevoli dell’integrazione del sistema». [in: J.H., Habermas, La crisi della razionalità nel capitalismo maturo; Laterza, 1979].

È quel che accade a certi motori in là negli anni che come tocchi un bullone o un cappellotto di gomma ti trovi a dover rifare la testata. E non basta ancora. Siamo in questa condizione, e forse dovremo aspettare che si verifichino ancora casi come quello della Contardo Ferrini (e peggio) e altri pronunciamenti come quelli dell’assessore per poter pensare di cominciare a ricostruire. Le crisi sistemiche si attraversano, non si risolvono.

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia