Si riapre la pista internazionale

Il super-consulente Usa di Cossiga che voleva la morte di Aldo Moro

Il super-consulente Usa di Cossiga che voleva la morte di Aldo Moro
13 Novembre 2014 ore 18:36

Un coinvolgimento del governo americano nell’uccisione di Aldo Moro, precisamente nella persona di Steve Pieczenik. Sembra la trama di un libro giallo di fantapolitica, in realtà è quanto emerso dalla richiesta di archiviazione di un nuovo filone su via Fani, redatta dal procuratore generale della Corte d’appello di Roma Luigi Ciampoli. Nelle cento pagine del documento, il magistrato ha chiamato in causa Pieczenik – ex funzionario del Dipartimento di Stato Usa e superconsulente del governo italiano e in particolare del ministro dell’Interno Cossiga, ai tempi del sequestro di Moro – chiedendo alla procura l’apertura di un procedimento formale a suo carico per “concorso nell’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana, commesso a Roma il 9 maggio 1978”. A carico di Pieczenik, secondo Ciampoli, ci sarebbero “gravi indizi” di colpevolezza. Il funzionario americano, nei 55 giorni del sequestro Moro sedeva al tavolo del Comitato di crisi come inviato informale degli Usa. Pieczenik in un libro aveva già “confessato” il suo ruolo nello spingere le Brigate Rosse ad assassinare il leader Dc.

Il coinvolgimento di Pieczenik. Durante quei quasi due mesi di febbrili trattative, arrivarono da tutto il mondo esperti di antiterrorismo per coadiuvare il governo italiano nel tentativo di liberare Aldo Moro. Fra questi professionisti figurava anche Pieczenik, esperto di terrorismo che ottenne in breve tempo un ruolo di assoluta rilevanza nelle trattative, vista sicuramente la sua esperienza nonché per il fatto di non conoscere personalmente Moro e di non essere parte del sistema politico italiano, cosa che lo sollevava da qualsiasi tipo di possibile faziosità o pregiudizio. Come ben noto, nulla si riuscì a fare, e Aldo Moro venne ucciso dalle Brigate Rosse. Ma è proprio nel periodo delle trattative che la figura di Pieczenik assume un ruolo primario: secondo quanto asserito dal procuratore generale Ciampoli. Gli Stati Uniti avrebbero invitato Pieczenik in Italia non tanto per collaborare nel tentativo di ottenere la liberazione di Moro, quanto per capire cosa fosse meglio che accadesse in seguito al rapimento: le Br, e in generale il terrorismo rosso, stava prendendo sempre più piede in Italia, la DC appariva debole e divisa al suo interno, cosa che avrebbe potuto portare ad una ascesa al governo del Pci. Gli Usa intendevano scongiurare in ogni modo questa eventualità, e colsero l’occasione per portare direttamente sul territorio un uomo di fiducia. In breve tempo, Pieczenik capì che l’unico modo per mettere le Br definitivamente con le spalle al muro e far capire agli italiani la pericolosità del comunismo, fosse che Moro venisse ucciso. Sempre secondo il fascicolo di Ciampoli, Pieczenik, oltre a non prodigarsi con particolare impegno nelle ricerche e nelle indagini, pare che fosse anche in contatto diretto con le Br, nel tentativo di persuadere i terroristi a non liberare Moro.

Pieczenik, ma non solo. Quella del funzionario americano, benché estremamente rilevante, non è l’unica figura oscura coinvolta nell’omicidio di Aldo Moro: pare che, con l’intento di destabilizzare la situazione già tesa in Italia, fossero coinvolti anche agenti segreti di vari Paesi, addirittura dello stesso governo italiano. Uno di questi è il colonnello Camillo Guglielmi, all’epoca in forza al Sismi (il servizio segreto militare italiano), che il giorno della strage di via Fani, il 16 marzo 1978, pare fosse presente sulla scena del sequestro, a cavallo di una moto Honda. Più volte negli anni gli era stato chiesto di dar ragione della sua presenza, e sempre aveva risposto di essere passato di lì per caso, diretto a pranzo da un collega; versione smentita proprio dal collega, che confermò la visita ma negò il pranzo. La strage avvenne alle 9 del mattino. Guglielmi è morto, e non è quindi nemmeno più possibile, oltre che carpire nuove e decisive informazioni, aprire nei suoi confronti un procedimento penale. Secondo Ciampoli, per Guglielmi avrebbe potuto ipotizzarsi il concorso nel rapimento e nell’omicidio degli uomini della scorta.

Tantissimi i dubbi quindi, esistenti ancora oggi, circa la vicenda che ha portato all’assassinio del presidente della Dc e degli uomini della sua scorta. Ora riprende quota la pista internazionale e più si aggiungono tasselli, più la questione si fa inquietante, con tante persone e governi impegnati nel raggiungere qualsiasi obiettivo tranne che, a quanto pare, quello di salvare la vita di Aldo Moro.

Il sequestro e la morte di Aldo Moro. Presidente della Democrazia Cristiana, protagonista della vita politica italiana nel Dopoguerra, fautore del dialogo con il Partito comunista italiano, Moro venne sequestrato a Roma il 16 marzo 1978, mentre si trovava a bordo di una Fiat 1500 insieme alla sua scorta, diretto alla Camera dei Deputati. In prossimità dell’incrocio fra via Fani e via Stresa, un commando delle Brigate Rosse intercettò l’automobile, uccise tutte le guardie del corpo, e sequestrò lo statista. Da quel momento in poi, per 55 giorni, si tentò in ogni modo di trovare una via di mediazione con le BR, che fin da subito rivendicarono l’accaduto, ma l’esito della vicenda fu tragico: il 9 maggio 1978, il corpo senza vita di Aldo Moro venne trovato nel portabagagli di una Renault 4 rossa presso via Caetani, a pochi passi dalla sede romana della DC.

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