Cronaca
Da un articolo di AllDay.com

La terrificante storia del trucco prima che nascesse il make-up

La terrificante storia del trucco prima che nascesse il make-up
Cronaca 02 Marzo 2015 ore 12:00

Oggi apparire belli all’occhio altrui non è poi così difficile. Certo, un po’ di noie e una leggera sofferenza c’è, ma truccarsi non è certo una pratica dolorosa, se non in alcuni casi (dicesi la ceretta). In passato, però, il famoso detto “se belli si vuole apparire, un po’ si deve soffrire” era più che mai giustificato. Nel corso della storia, infatti, il make-up ha mietuto molte vittime, tutte con un unico desiderio: apparire piacenti all’occhio altrui. Sin dal 10mila a.c. le donne (ma anche gli uomini talvolta) si truccano, peccato che gli unguenti e le sostanze usate non siano sempre state sicure come invece lo sono oggi. Vari tipi di tossine, piombo, mercurio, arsenico: son solo alcune della sostanze che venivano usate nel vasto mondo del make-up. Solamente negli Anni Quaranta del Novecento, negli Stati Uniti, è stato vietato l’uso di queste nei cosmetici. Il sito AllDay.com ha ripercorso i secoli con un viaggio nel tempo per scoprire a quali “torture di bellezza” si son sottoposte le persone pur di apparire belle e combattere l’inesorabile scorrere del tempo.

 

Unguento per le occasioni speciali

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Già intorno al 10mila avanti Cristo, nella civiltà egizia, la cosmesi era un importante elemento della vita quotidiana. Uomini e donne usavano abitualmente forme primordiali di rossetti, ciprie colorate ed eyeliner. Ma i cosmetici non venivano solo usati per fini estetici, perché oli e creme venivano anche applicati per proteggere la pelle dal caldo torrido e dal vento forte. Secondo alcune antiche trascrizioni, durante i banchetti della nobiltà i servitori ponevano sulle teste dei commensali dei coni ricolmi di uno strano unguento profumato. Questo, divenendo liquido, scorreva lungo il volto degli ospiti, offrendo un momentaneo effetto rinfrescante assai piacevole.

 

Eyeliner al piombo

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Il Kohl (o Kajal nella dicitura araba) è una popolare sostanza di cosmesi dell’epoca antica, usata soprattutto in Egitto e nella tradizione indù per allineare occhi e sopraciglia. Più che una crema è una vera e propria pasta, composta da fuliggine, un particolare unguento grasso e, soprattutto, polvere di piombo. Tutte queste sostanze, applicate sul viso, vengono assorbite dalla pelle di chi le usa perché applicate in aree molto sensibili quali le palpebre. L’uso prolungato del Kohl ha portato molte persone a gravi problemi fisici e mentali: immesse nel corpo, infatti, queste sostanze andavano ad attaccare le sinapsi neuronali, portando a insonnia e minorazioni mentali, oltre che a infiammazioni cutanee assai fastidiose.

 

Denti neri su facce bianche

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Pensando al Giappone, una delle prime immagini che ci viene alla mente è probabilmente quella delle geishe e del loro particolare trucco, risalente alla cultura giapponese del XVIII secolo. Ma già dai secoli precedenti, in Giappone, lo standard di massima bellezza prevedeva un volto pallido, anzi, totalmente bianco, sintomo di nobiltà. Tra le donne sposate dell’aristocrazia giapponese si diffuse anche una pratica tesa a risaltare ancora di più il pallore del volto: si chiama Ohaguro e prevede l’annerimento dei denti con un colorante, per dare una sensazione di maggior candore al volto bianco. La sostanza usata come tintura era però molto tossica poiché composta da una polvere di ferro. Vero è che la cipria usata per sbiancare il volto non era meno tossica: realizzata di base con polvere di riso, presentava spesso al suo interno anche del guano, ovvero escrementi di uccelli, che dava una sensazione di leggerezza alla polvere.

 

Biacca come crema viso

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Nella Grecia antica, il candore del viso non era invece sinonimo di bellezza aristocratica, ma anche popolare e per questo si diffuse tra le donne dell’epoca l’abitudine di applicare sul volto della biacca, ovvero della polvere di bianco di piombo, un pigmento pittorico inorganico costituito da carbonato basico di piombo. Questa sostanza facile da reperire, mangiava letteralmente via la pelle del viso di chi lo usava se applicato con costanza, ma siccome si diceva che la biacca andasse ad attaccare e annullare solamente le imperfezioni, nonostante gli evidenti effetti collaterali, molte continuavano ad usarla. Allora non si sapeva ancora che il bianco di piombo poteva causare sterilità e portare alla follia a causa degli effetti collaterali sul nostro cervello. La biacca fu usata anche dai romani, i quali però aggiungevano al composto anche del rosso di piombo, per dare un bagliore roseo alla pelle.

 

Maschere di (falsa) gioventù

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La biacca ha avuto un grande successo nella storia del make-up, tanto che anche nel 1500 era assai popolare. Regina Elisabetta I era famosa per la sua carnagione pallida, ottenuta proprio grazie all’uso della biacca. Naturalmente, però, non usava lo stesso composto fai-da-te dell’antica Grecia, ma un particolare cosmetico, allora noto come “Maschera di gioventù”. Nella stessa epoca, le donne meno abbienti applicavano sui loro volti gli albumi d’uovo per ottenere lo stesso effetto pallido. La pelle bianca, infatti, è da sempre un simbolo di nobiltà: la carnagione scura era sinonimo di classi inferiori, che lavoravano nei campi e all’aria aperta.

 

Altro che messa in piega

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Nel 1700 la moda voleva che le capigliature delle donne fossero tutte tese verso l’alto. Una delle principale esponenti di questo “movimento fashion” era la regina di Francia, Maria Antonietta, nota per le capigliature altissime e torreggianti, spesso realizzate anche grazie a strane strutture in legno. Le donne iniziarono spesso a usare del grasso per mantenere intatta la loro struttura (meglio definirla così piuttosto che capigliatura), senza lavarsi i capelli per giorni e giorni. Proprio per questo motivo, molte erano costrette a coricarsi con delle gabbie, o comunque delle protezioni apposite, attorno alla testa, onde evitare che topi o altri animali trovassero rifugio nei loro capelli sporchi. Fa abbastanza schifo come cosa, ne siamo consci, ma è la realtà dei fatti.

 

La prima crema anti-età

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Uno dei dilemmi a cui, nei secoli, hanno dovuto rispondere molte donne è: apparire vecchie o morire giovani? La scelta di tante ricadeva sulla seconda opzione attraverso l’uso del Laird’s Bloom of Youth, cioè una delle prime creme anti-età della storia. Questo composto, che veniva venduto con la dicitura “preparazione cosmetica deliziosa e innocua”, conteneva niente meno che acetato di piombo e carbonato. Nel 1869, l'American Medical Association pubblicò uno studio in cui si dimostravano gli effetti collaterali dell’uso di questa crema: affaticamento, perdita di peso, nausea, mal di testa, atrofia muscolare, sino al più grave, ovvero la paralisi. Peccato che per le donne che non volevano proprio fare a meno di un ritrovato anti-età, l’alternativa al Laird’s Bloom of Youth non fosse molto più sano: delle compresse contenenti arsenico.

 

Il mascara killer

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Nei primi del ‘900, uno dei must della moda erano le ciglia lunghe e spesse. Per questo iniziò a diffondersi l’uso del mascara. Per le donne che volevano rendere massimo questo effetto, si diffuse il Lash Lure, una tintura per sopraciglia e ciglia che si rivelerà poi essere mortale. La base di questo cosmetico, infatti, era del catrame di carbone tossico. Il suo uso provocò almeno 16 casi di cecità accertati e diverse morti, prima che, nel 1940, la Food and Drug Administration decise di vietarne la vendita.

 

L’unguento per lentiggini al mercurio

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Sempre nei primi anni del Novecento, oltre alla pelle pallida, andava di moda anche un viso totalmente pulito, privo dunque anche delle lentiggini (oggi invece ritenute da molte persone un particolare assai piacevole). Si diffuse così un particolare unguento, chiamato “Dr. C.H. Berry's Freckle Ointment”, teso proprio a far scomparire dai visi le lentiggini. Un barattolo di questa crema fu ritrovato tra gli oggetti personali della nota aviatrice americana Amelia Earthart, sintomo di quanto fosse famoso e apprezzato dal pubblico femminile dell’epoca. Il problema è che l’unguento era composto, al 10-15%, da mercurio. Nel 1940, la Food and Drug Administration ridusse al 5% la percentuale di mercurio consentita all’interno dei cosmetici, ma dati i danni che continuava a produrre questa sostanza, nel 1970 il limite fu ulteriormente ridotto, fino a rendere il mercurio praticamente illegale all’interno dei prodotti cosmetici.