Il sacro vincolo del sigillo sacerdotale

Togliere il segreto confessionale? Caro Cile, per la Chiesa è no

Togliere il segreto confessionale?  Caro Cile, per la Chiesa è no
01 Luglio 2019 ore 16:43

La parola non ammette deroghe: “sigillo”. Così la chiesa cattolica (ma anche quella ortodossa e anche certe chiese protestanti) ha definito l’obbligo del segreto confessionale. “Sigillo sacramentale”, viene definito, e concretamente indica il fatto che le bocche di chi ha raccolto in confessionale le “colpe” dei penitenti devono stare cucite, senza eccezioni. Il Codice di diritto canonico non lascia certo spazi a interpretazioni: la violazione diretta del sigillo sacramentale da parte del confessore comporta la scomunica; la violazione indiretta del sigillo da parte del confessore comporta una punizione proporzionale alla gravità del delitto. Insomma sulla materia la chiesa non transige. E d’altra parte lo stesso Codice avverte che «il sigillo non vincola il penitente stesso alla segretezza sui peccati da lui confessati». Come dire: si può sempre suggerire a chi ha confessato la colpa nel segreto, di fare il passo successivo e di rompere il silenzio.

 

 

Perché questa situazione definita con tanta chiarezza torna d’attualità? Perché da un po’ di tempo in qua alcuni Stati hanno mostrato la tentazione di obbligare i sacerdoti a rompere il sigillo. L’ultimo in ordine di tempo è stato il Cile dove è stato approvato un disegno di legge che vuole imporre a tutte le autorità ecclesiastiche di denunciare alla giustizia civile qualsiasi reato contro minori o adulti vulnerabili. La stessa cosa era accaduta in Australia: tutti Paesi messi particolarmente sotto pressione per i casi di pedofilia da parte di sacerdoti. Il “sigillo” in queste situazioni era stato visto come un rischio di “copertura” dei delitti commessi.

 

 

Il documento della Penitenzieria apostolica con cui si riafferma l’inviolabilità del sigillo è un documento in pieno stile papa Francesco. Infatti se si resta fermi sul principio, dall’altra si ammette che tante volte è la morbosità scandalistica che contagia anche le gerarchie ecclesiastiche a mettere a rischio il valore del segreto. «Violare il sigillo equivarrebbe a violare il povero che è nel peccatore», si dice in un passaggio molto incisivo del documento. Che poi spiega il tentativo in atto come un’altra prova della «ingiustificabile “pretesa” che la Chiesa stessa in talune materie giunga a conformare il proprio ordinamento giuridico agli ordinamenti civili degli Stati nei quali si trova a vivere, quale unica possibile “garanzia di correttezza e rettitudine”». Che si creda o non si creda, la confessione rappresenta uno straordinario spazio di libertà, dove entra in gioco la coscienza individuale, cioè la cosa più intima e preziosa che fa di un uomo un uomo, e dove si combatte una vera lotta contro il male. Chi si pente lo fa proprio per rinnegare il male, come atto compiuto ma anche come principio ispiratore di tanti gesti. Per quanto riguarda l’Italia il segreto confessionale è garantito dal nuovo Concordato tra la Santa Sede e lo Stato, firmato il 18 febbraio 1984. L’articolo 4 sancisce che «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero».

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