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Da un servizio del "New York Times"

Le torture nelle carceri dell’Isis

Le torture nelle carceri dell’Isis
Cronaca 27 Ottobre 2014 ore 12:18

Le condizioni dei detenuti stranieri rimasti nelle carceri sotterranee dell’Isis sono estremamente drammatiche; ciò che vi accade è di una sofferenza indicibile. Il New York Times ha raccolto la testimonianza di cinque ostaggi rilasciati, di alcuni locali, di parenti e colleghi dei prigionieri e di uno stretto gruppo di consiglieri che usavano recarsi nella regione per cercare di ottenere il loro rilascio. Alcuni dettagli essenziali sono stati confermati da un ex-membro dello Stato Islamico, che sorvegliava la prigione in cui Mr. Foley era detenuto e che ha fornito alcune preziose informazioni. Le notizie hanno tardato ad essere rivelate anche perché i militanti avevano ingiunto alle famiglie degli ostaggi di non rilasciare alcuna intervista, minacciando di morte i loro cari.

Dal 2012 sono stati almeno 23 gli stranieri, per lo più giornalisti e volontari, catturati dai gruppi ribelli in Siria. Da quando è stato fatto prigioniero James Foley e il fotogiornalista britannico John Cantlie, i rapimenti sono diventati più frequenti: nel giugno 2013 sono stati catturati quattro giornalisti francesi, a settembre tre giornalisti spagnoli. A un checkpoint sono poi stati presi e caricati su un furgoncino Peter Kassig, 25 anni, un tecnico medico di Indianapolis che stava trasportando medicinali e, qualche mese più tardi, Alan Henning, un tassista britannico. Quest’ultimo aveva usato i suoi risparmi per comprare un’ambulanza usata per unirsi alle carovane di aiuti umanitari verso la Siria. È stato rapito 30 minuti dopo essere entrato nella regione. Gli ultimi a sparire sono stati cinque volontari di Medici Senza Frontiere. Ogni volta che uno straniero, europeo o nordamericano, viene rapito da un gruppo ribelle, viene sottoposto a una fase di interrogatorio, durante la quale cellulari, computer, videocamere e account social vengono scannerizzati in cerca di prove di spionaggio. Sono considerate tali le tracce di appartenenza o di simpatizzazione nei confronti degli eserciti dei paesi occidentali: James Foley, ad esempio, aveva sul suo computer una serie di foto di soldati statunitensi, scattate durante le sue missioni in Afghanistan e Iraq, e tanto è bastato per sottoporlo a torture brutali.

 

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Mr Foley e Mr Cantlie erano stati catturati dal Fronte Nusra, un affiliato di Al Qaeda. Le loro guardie, un trio che parlava inglese che è stato soprannominato i “Beatles” suscitavano un grandissimo terrore nei detenuti: Mr Foley e gli altri ostaggi erano costantemente sottoposti a tortura ed erano soggetti ad estenuanti e ripetuti finti annegamenti, che potevano portare ad arresti cardiaci. Successivamente, sono stati consegnati a un gruppo chiamato Mujahedeen Shura, che parlava in francese. Da allora, sono stati spostati almeno tre volte prima di essere trasferiti in una prigione sotto l’Ospedale pediatrico di Aleppo. È qui che Bontick, un ragazzo belga di 19 anni, ha conosciuto il giornalista americano e il suo collega. Bontick era scappato di casa per unirsi ai miliziani jihadisti, ma un messaggio ricevuto dal padre l’aveva convinto a fare marcia indietro: a quel punto il suo comandante l’aveva accusato di essere una spia. Il giovane ha raccontato che Mr. Foley si era convertito all’Islam, prendendo il nome di Abu Hamza e che la sua fede, al contrario di quella di altri, sembrava essere sincera. Leggeva con molta attenzione il Corano e pregava assiduamente, cinque volte al giorno, come prescrive la religione islamica.

Il primo gruppo di guardie considerava con sospetto la sua conversione, ma il secondo gruppo, i Mujahedeen Shura, sembrava esserne stato toccato e aveva sospeso gli abusi. A dispetto dei prigionieri siriani, che erano stati incatenati ai radiatori, Mr Foley e Mr Cantlie erano in grado di muoversi liberamente all’interno delle loro celle. L’emiro della prigione, un cittadino olandese, aveva detto a Bontick che c’era un piano A e un piano B per gli ostaggi: si pensava di mettere agli arresti domiciliari i giornalisti, oppure di mandarli in un campo d’addestramento jihadista. Insomma, sembrava che volessero rilasciarli. Così è stato, almeno per Bontick. Il ragazzo ha preso il numero dei genitori di Mr Foley e ha promesso che si sarebbero incontrati. Pensava che anche il giornalista sarebbe stato rilasciato. Così non è stato.

Alla fine del 2013 i miliziani, che inizialmente non sapevano come gestire il numero crescente di ostaggi, hanno incominciato a radunarli, portandoli nei locali sotto l’ospedale di Aleppo, dove già si trovava Foley. Il controllo della prigione era passato nelle mani dello Stato Islamico ed era ricomparso il trio dei “Beatles”. Le condizioni di vita dei giornalisti rapiti erano peggiorate di nuovo, ma c’era chi cercava di mantenere la calma. Foley aveva convinto i suoi compagni a festeggiare il Natale, regalandosi a vicenda oggetti fabbricati con gli scarti e l’immondizia, e a praticare giochi di ruolo: erano riusciti a disegnare sui ritagli di carta i pezzi degli scacchi. A dicembre sembrava che la liberazione fosse di nuovo vicina. I carcerieri avevano cominciato a fare ai prigionieri domande private, una tecnica standard usata per certificare che un prigioniero è ancora in vita durante una negoziazione di riscatto. Quando è stato il turno di James Foley, è tornato alla cella piangendo lacrime di gioia, perché era convinto che sarebbe stato presto liberato.

 

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L’Isis cominciava a fare pressione sui paesi che più facilmente avrebbero pagato il riscatto, come la Spagna e la Francia. Costringeva i detenuti a girare video da spedire in patria, come arma di convincimento, selezionava i detenuti da sottoporre alle peggiori torture, faceva loro indossare le tute arancioni dei condannati a morte americani. A fronte del peggioramento delle condizioni di vita all’interno della prigione, venivano liberati i primi ostaggi: nel giro di due settimane circa, i sotterranei dell’ospedale si erano praticamente svuotati. Mr Foley aveva capito di essere vicino alla fine: in una lettera ai genitori aveva unito alle espressioni di affetto le istruzioni su come prelevare il denaro dal suo conto in banca. Quando, in agosto, i miliziani sono arrivati per prenderlo, gli hanno fatto infilare un paio di sandali di plastica. Lo hanno portato sulle colline fuori Raqqa, lo hanno fatto inginocchiare e gli hanno tagliato la gola, riprendendo tutto. Due settimane più tardi, lo stesso procedimento è stato osservato per Mr Sotlogg, Mr Haines e Mr Henning. Del gruppo originario di 23 detenuti, ne rimangono soltanto tre: due americani, Mr Kassing e una donna che non è stata ancora identificata, così come il collega di Mr Foley, Mr Cantlie.

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