Tra il 2030 e il 2040

Tra 15 anni una nuova glaciazione? Non proprio una bufala, ma quasi

Tra 15 anni una nuova glaciazione? Non proprio una bufala, ma quasi
09 Ottobre 2015 ore 15:11

Nel giro di vent’anni circa la Terra potrebbe essere colpita da una nuova mini-glaciazione. Tra il 2030 e il 2040, infatti, il Sole diminuirà la propria attività di oltre il 60 percento, facendo letteralmente crollare le temperature del nostro pianeta. Può sembrare la trama di un nuovo film di fantascienza impegnato su grandi temi dell’inquinamento globale, ma in realtà sono i risultati di uno studio presentato al National Astronomy Meeting 2015 di Llandudno, annuale conferenza scientifica di astronomi promossa dalla Royal Astronomical Society di Londra e tenutasi in luglio. A presentare la ricerca la professoressa della Northumbria University Valentina Zharkova, affiancata dai colleghi Simon Shepherd della Bradford University, Helen Popova della Lomonosov Moscow State University e Sergei Zarkhov della Hull University. La ricerca è stata poi riportata dell’istituto britannico Met Office e citata dal Daily Mail.

La notizia è di luglio, ma negli ultimi giorni, sul web, è tornata a circolare con insistenza, preoccupando molti internauti. Veramente stiamo per vivere una nuova piccola Età Glaciale? Cerchiamo di scoprirlo.

 

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Cosa dice lo studio. Lo studio parla di una nuova diminuzione dell’attività solare che potrebbe portare al ripetersi del periodo conosciuto come “Maunder Minimum Effect”, intervallo tra il 1645 e il 1715 in cui il numero di macchie solari divenne estremamente basso. Allora ebbe luogo proprio una mini fase glaciale che causò la morte di molte persone e provocò, tra l’altro, il congelamento del Tamigi. Se ciò fosse vero, quindi, tra il 2030 e il 2040 fiumi come il Tamigi geleranno, campi e prati saranno coperti di neve 12 mesi l’anno, gli alberi e la vegetazione cresceranno più lentamente e la Terra si troverà immersa in una nuova Età del Ghiaccio. Questa previsione si basa sullo studio dei cicli solari, di cui la Zharkova e il suo team affermano di aver trovato la chiave scientifica di analisi.

Fino ad oggi si sapeva infatti che il Sole ha un ciclo di attività di circa 11 anni. Durante i periodi di maggiore attività, si registrano molte eruzioni e macchie solari. Queste potrebbero smettere di presentarsi in fasi alterne. Il ciclo di 11 anni, però, non è del tutto in grado di prevedere i comportamenti del Sole, che può sembrare irregolare. Il team di scienziati avrebbe ora trovato un modo per spiegare queste discrepanze, ovvero un sistema di “doppia dinamo”. Il Sole è una sorta di grande reattore a fusione nucleare in grado di generare potenti campi magnetici, simile a una dinamo. Il modello sviluppato dalla Zharkova e i suoi colleghi suggerisce che ci siano due dinamo al lavoro sotto il Sole, come se la stella più grande abbia due cuori. Questo sistema, secondo gli scienziati, potrebbe spiegare gli aspetti del ciclo solare con una precisione maggiore rispetto al passato e potrebbe portare alle previsioni avanzate sul comportamento dell’astro. Stando a quanto riportato dal Daily Mail, durante il ciclo-26 del Sole, ovvero per l’appunto il decennio che va dal 2030 al 2040, le due fasi di attività del Sole andranno completamente fuori sincronia e raggiungeranno quindi i propri picchi esattamente nello stesso momento, ma sugli emisferi opposti, annullando reciprocamente le attività dei due strati della stella. Durante la spiegazione, la professoressa Zharkova ha spiegato che proprio «quando si verifica una fase di “separazione totale” tra le due onde di attività solari, si verificano le condizioni osservate l’ultima volta durante il periodo cosiddetto “Maunder Minimum Effect” di 370 anni fa».

 

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Come è stato effettuato. Vista l’assoluta rilevanza dello studio, è importante capire anche come sia stato effettuato. La Zharkova e il suo team hanno usato osservazioni sul campo magnetico dal Solar Observatory Wilcox, in California, per tre cicli solari, dal 1976 al 2008. Hanno poi confrontato le loro previsioni con il numero medio di macchie solari, un altro forte indicatore di attività solare: i risultati e le previsioni dei due metodi sulle attività in quelle fasi sono stati quasi identici. Tutto questo, secondo gli autori dello studio, rende le previsioni effettuate precise al 97 percento.

Alcune precisazioni e tanti dubbi. Com’era logico, la notizia ha presto fatto il giro del mondo, spinta soprattutto dall’autorevolezza delle fonti che l’hanno diffusa. Ma, presto, si sono alzate diverse voci che esprimevano quantomeno dubbi sulla fondatezza della previsione. O meglio, sugli effetti che potrebbe avere il calo di attività del Sole sul nostro pianeta. Nessuno, infatti, ha messo in dubbio la fondatezza dello studio della Zharkova e dei suoi colleghi, quanto piuttosto il fatto che ciò possa causare una mini-glaciazione. Durante l’esposizione della ricerca, infatti, la Zharkova ha semplicemente sottolineato come il ciclo solare che vivremo nel decennio 2030-2040 ricalchi quasi alla perfezione quello vissuto in occasione del famigerato “Munder Minimum” del XVII secolo, ma non che le conseguenze saranno uguali. Lo scienziato ambientale Dana Nuccitelli, sul Guardian, precisò che lo studio presentato riguarda solamente l’attività solare, non il clima. Nuccitelli aggiunge che la mini-glaciazione del XVII secolo fu causata anche (se non soprattutto) dalle ceneri delle eruzioni vulcaniche e da una riduzione dei livelli di diossido di carbonio. Ciò sarebbe dimostrato dal fatto che, nonostante negli ultimi decenni l’attività solare sia costantemente diminuita, le temperature sulla Terra non abbiano fatto altro che salire a causa dell’aumento di concentrazione di gas serra.

 

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Altrettanto cauto è il giudizio di Mauro Messerotti, fisico solare ed esperto di meteorologia dello spazio dell’osservatorio astronomico di Trieste dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, che, intervistato da Rai News, spiega come «non si sta parlando di una riduzione del calore diffuso dal Sole, ma di una diminuzione dell’attività solare, cioè del numero di macchie solari, di brillamenti e dell’emissione di raggi ultravioletti e raggi x. Questo porterebbe eventualmente a un cambiamento climatico. Dico eventualmente perché l’effetto del Sole sui cambiamenti climatici non è ancora completamente conosciuto, come sottolinea anche l’Ipcc».

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