Nessuno sa quanti siano realmente

La tragicomica storia italiana degli enti inutili da abolire

La tragicomica storia italiana degli enti inutili da abolire
09 Dicembre 2014 ore 17:25

Un focus sulla questione l’ha dedicato domenica 7 dicembre il sito di approfondimento Il Sussidiario. Soffermandosi sulla Regione Puglia, il sito ha sottolineato come la legge regionale per la semplificazione dei procedimenti amministrativi emanata nel 2013 aveva l’obiettivo di eliminare alcuni organismi che fanno capo ai vari assessorati, quali comitati, consorzi, tavoli tecnici e così via, tagliando quelli considerati inutili. Il risultato è che, in due anni, ne sono stati eliminati appena 6, lasciandone in vita più di 110. Tra questi, per dirne qualcuno, la Commissione acquisto stalloni, la Commissione tecnica di salvaguardia dell’asino di Martina Franca e la Commissione stalloni di interesse locale. A quanto pare, insomma, in Puglia la tutela del genere equino è molto sentita. Ma anche nel settore sanitario gli enti dall’utilità quantomeno dubbia non scherzano nel tacco d’Italia: si va dal gruppo di lavoro indirizzi per adozione del sistema di sorveglianza e controllo dell’infezione da legionella alla Commissione trattamento psoriasi con farmaci sistemici.

Il problema vero è che la Puglia può essere presa solo ad esempio di come, nel nostro Paese, esista una piaga incurabile: quella degli enti inutili. E assai costosi, potremmo aggiungere. Ogni Regione ne conta svariati, e lo stesso Stato ne ha una quantità incredibile, talmente ampio che è difficile anche da quantificare in maniera precisa. L’ultimo che provò a dare una cifra fu Mario Monti, che ne contò circa 500. Anche Carlo Cottarelli, nel suo ruolo di Commissario alla revisione della spese tra il Governo Letta e quello Renzi, non si è mai sbilanciato nel dare un numero preciso, rimarcando solamente quanto gli enti inutili rappresentino uno dei vari problemi di bilancio delle nostre casse. Per il Codacons, in un ultimo rapporto sul tema, il costo annuale ammonta a circa 10 miliardi di euro.

Niente di nuovo. La questione è un problema endemico dell’Italia. Basti pensare che la prima legge sulla loro eliminazione risale al lontanissimo 1956. Allora furono censiti 600 enti inutili. Ma, perdonate il gioco di parole, fu tutto inutile: ogni tentativo di taglio impattò, già allora, contro una burocrazia incapace di portare i nodi al pettine. Si sa solamente che il primo (e quasi unico) ente che si riuscì ad eliminare in quegli anni fu il Consorzio provinciale tra macellai per le carni di Napoli. Solo nel nuovo Millennio sono addirittura 8 le leggi varate con l’unico obiettivo di andare a colpire gli enti inutili: 2002, 2007, 2008, 2009, due nel 2010, 2012 e una più recente. Nel 2009, l’allora ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli promise la “ghigliottina” su addirittura 34mila enti da lui ritenuti inutili. L’anno successivo la cifra si era ridimensionata a 714. Risultato: si riuscì a eliminare, o comunque far scomparire, appena 24 enti.

L’ente che si occupa degli enti inutili. Una prima grande battaglia contro gli enti inutili risale al 1998. Allora, una puntata di Report si concentrò proprio sugli enti inutili e portò a galla l’esistenza dell’Iged, cioè l’Ispettorato Generale per gli Affari e per la Gestione del Patrimonio degli Enti Disciolti, facente capo al ministero del Tesoro. Nato proprio nel 1956, in concomitanza con la prima (vana) legge di eliminazione degli enti inutili, la sua funzione consisteva nella gestione delle procedure di abolizione e scioglimento degli enti inutili. Un lavoro non facile, come testimoniò la puntata del ’98 di Report. L’allora dirigente Ugo La Cava spiegava che dal 1957 ad allora erano stati 819 gli enti liquidati dall’Iged. Il problema è che, ogni qualvolta un ente entra in liquidazione, saltano fuori migliaia di contestazioni dai più svariati e ipotetici creditori. Sulla carcassa dell’ente disciolto si accaniscono come avvoltoi tutti quelli che hanno la minima possibilità di ricavarci qualcosa. Intanto i costi lievitano: nel ’98 le cause civili in corso erano tra le 15mila e le 18mila. Tutto ciò allunga terribilmente i tempi di eliminazione di un ente: ad esempio, per sbarazzarsi definitivamente delle Lati (linee aeree transcontinentali italiane) fondate da Italo Balbo, ci sono voluti 49 anni; il premio di maggior “resistenza” va invece all’ente che durante la seconda guerra mondiale gestiva i beni confiscati dei cittadini stranieri, il quale, definito finito solo nel 1957, è potuto scomparire dall’ordinamento italiano nel 1997.

Nel 2002, però, l’Iged giunse ad una incredibile presa di coscienza: l’ente che controllava gli enti inutili era divenuto esso stesso inutile. Iniziò così un tragicomico processo di auto-abolizione, costoso all’inverosimile, paradossale e dalle tempistiche quanto mai incerte: come si poteva eliminare certi uffici se quelli erano necessari a sbrigare le pratiche di eliminazione stesse? Dotato di ben 14 uffici, 14 alti dirigenti e circa 300 funzionari, l’Iged pesava per 50 milioni di euro l’anno sulle casse dello Stato. La Corte dei Conti, a metà anni 2000, calcolò che, dall’inizio del nuovo Millennio, l’Iged in fase di auto-abolizione era costato 99 milioni e 581mila euro. Solo nel 2006 si trovò una soluzione: inglobare l’Iged nell’Igf, cioè l’Ispettorato generale di finanza.

Niente scompare mai davvero. Il caso dell’Iged è l’emblema di come spesso vada a finire il procedimento di taglio degli enti inutili. Quelli che scompaiono davvero si contano sulle dita di una mano. La maggior parte, infatti, cambia nome, viene inglobato da altri enti o fuso insieme ad altre realtà, senza alcun taglio della spesa e dei dipendenti. A volte, addirittura, gli enti vengono eliminati e poi, magicamente, ricompaiono pochi anni dopo: è il caso dell’Indire (Istituto nazionale di documentazione per l’innovazione e la ricerca educativa) che venne chiuso nel 2007 e trasformato in un’agenzia, per poi ricomparire con il vecchio nome nel 2012. E guai a toccare le organizzazioni storiche, quali l’Ente per il patronato pro-ciechi intitolato alla Regina Margherita, l’Istituto nazionali dei ciechi che invece ha il sigillo di Vittorio Emanuele II, o quelli risalenti all’epoca fascista come l’Opera nazionale dei figli degli aviatori che si occupa addirittura «dell’assistenza morale, intellettuale, fisica e religiosa» di questi eredi degli eroi in guerra, o l’Opera nazionale per la maternità e l’infanzia dei fanciulli e, ancora, l’Opera nazionale combattenti. Non appena viene paventata la possibilità di una loro scomparsa, ecco che subentrano altre opzioni: dalla riorganizzazione all’accorpamento. E se si insiste, c’è sempre il ricorso al Tar o al Consiglio di Stato. Quando, infine, si riesce a vincere questa guerra intestina, non è mica finita: bisogna nominare il liquidatore, censire il patrimonio, gestire crediti e debiti, risolvere i contenziosi. Una procedura estenuante.

Il nostro breve viaggio nella giungla degli enti inutili italiani è partito dalla Puglia, dal Sud Italia, ma gli interessi campanilistici esistono anche al Nord. Che dire, ad esempio, dell’intoccabile Istituto per la conservazione della gondola e la tutela del gondoliere in Veneto, o l’Istituto storico per l’identità della lingua dei ladini dell’Alto Adige? Per non parlare del Centro per gli studi Africani, che si trova… in Piemonte. E guai a dire che son cose inutili.

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