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Simbolo di discordia

Il tram di Gerusalemme

Il tram di Gerusalemme
Cronaca 06 Novembre 2014 ore 14:10

Un’auto ha investito alcune persone a Gerusalemme. È la seconda notizia del genere in pochi giorni. La polizia israeliana ha bollato entrambi i fatti come attentato di matrice terroristica. Le immagini di entrambi gli incidenti, o attentati, sono molto forti e lasciano poco spazio all’immaginazione. Entrambi gli autori del gesto sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. Entrambi abitavano nello stesso quartiere, Shoufat, di Gerusalemme Est. Entrambi i gesti hanno avuto come obiettivo persone civili che aspettavano un mezzo pubblico. Lo stesso. E un paio di fermate di distanza.

Il terrore è così tornato a Gerusalemme. È ancora presto per dire se si tratti di una nuova intifada, ma quel che è certo è che la tensione è ormai alle stelle e gli animi sono esasperati. La Spianata dello moschee è teatro quasi ogni giorni di scontri tra palestinesi e forze di polizia israeliana, e Israele non esita a chiudere il luogo santo in aperta provocazione alla libertà di culto di cui il paese si vanta essere un esempio per il mondo intero.

Il tram preso di mira. Quel che stupisce, è che per la seconda volta in meno di un mese è stato preso di mira il tram, quello che a Gerusalemme chiamano Light Rail, metropolitana leggera. Per la città e per la sua gente quel tram è molto più di un mezzo pubblico: è in quel tram che emergono chiaramente le posizioni dei due attori della guerra in Medio Oriente, gli israeliani e i palestinesi. Quando ne è stata approvata la costruzione è stato definito “il tram della discordia”. Per i palestinesi rappresenta uno sfregio, dato che considerano Gerusalemme Est la capitale di un futuro stato di Palestina e il confine è la linea verde stabilita dall’armistizio dopo la prima guerra araboisraeliana del 1948. Quella linea verde oltrepassata da Israele durante la guerra dei sei giorni nel 1967 quando occuparono Gerusalemme Est. Con il tram, che attraversa la Linea Verde, diventa praticamente impossibile separare la Gerusalemme occupata in un eventuale negoziato di pace. Per gli israeliani il tram è il simbolo della indivisibilità di Gerusalemme, tanto che si rifanno a quanto il padre del sionismo Theodor Herzl scrisse in un suo libro del 1902, quando parlava di una città con quartieri moderni serviti da treni elettrici.

Il percorso della discordia. La profezia di Herzl si è avverata con la costruzione del tram, che corre per 14 chilometri dalle colonie di Pisgat Zehev e French Hill fino alla stazione degli autobus, sul monte Herzl, passando per una parte del tracciato della Linea Verde, costeggiando le mura di Solimano della Città Vecchia, tagliano in due la commerciale Jaffa Road trasformata in una pittoresca strada pedonale dal sapore retrò, passando di lato al colorato mercato israeliano di Mahane Jehouda. Da nord est a sud ovest, 24 stazioni, 6,90 shekel per ogni corsa (poco più di 1,50 euro), in funzione dalle 5.30 a mezzanotte, tempo di attesa medio meno di 10 minuti e un carico di polemiche. 130 mila i passeggeri trasportati ogni giorno nel 2013.

La sua costruzione è iniziata nel 2002, venne approvata dall’allora sindaco Ehud Olmert negli anni ‘90, e ha subìto una serie di ritardi per via di errori nei finanziamenti, polemiche e ritrovamenti archeologici che hanno rallentato i lavori. Per completarlo ci sono voluti oltre otto anni di lavori e più di 800 milioni di euro. La linea è stata considerata contraria al diritto internazionale sia dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che dalla Corte internazionale di Giustizia dell’Aia. Vi si opposero gli ebrei ultraortodossi, che protestavano per la mancanza di vagoni kosher e per la troppa promiscuità provocata da uomini e donne seduti uno accanto all’altro. Protestarono i commercianti e gli abitanti dei quartieri interessati dai lavori infiniti: i primi esasperati dai mancati guadagni, gli altri dalla continua polvere e dal rumore costante di ruspe ed escavatori. Anche il sindaco attuale Nir Barkat, che oggi si fregia dell’utilità del tram come strumento di integrazione sociale, al tempo non lo voleva.

I primi mesi in cui entrò in funzione, nell’agosto del 2011, si viaggiava gratis per invogliare la gente a lasciare a casa l’auto. Uno dei tanti problemi di Gerusalemme, infatti, è il traffico che nelle ore di punta impazzisce e tiene sotto scacco l’intera città. Così, nella stessa carrozza e persino seduti l’uno accanto all’altro, si possono trovare donne con l’hijab (il velo islamico) e soldati col fucile a tracolla. Stessa cosa vale per i bambini haredim (ultraortodossi religiosi ebrei) e i bambini arabi.

Allarme sicurezza. Ogni fermata, dotata di ampie panchine, indicatori luminosi e biglietteria automatica, è sorvegliata dalle telecamere di sicurezza, e ogni qual volta il pericolo si avvicina è pronta a intervenire una pattuglia della polizia di frontiera. È stato così anche per l’ultimo attentato, quando il guidatore del furgone bianco che ha investito 13 persone e poi è sceso dal mezzo brandendo una spranga di ferro è stato freddato sul colpo. Il militare che lo ha ucciso ha ricevuto un encomio dal ministro della sicurezza interna israeliana, che ha definito il gesto “giusto e professionale”.

La scorsa estate, nei periodi più bui della guerra su Gaza, quando a Gerusalemme i palestinesi manifestavano, il tram era già stato preso di mira dalla guerriglia urbana. Segno che l’integrazione urbana propagandata dalla municipalità di Gerusalemme non è mai avvenuta, nonostante gli arabi usufruiscano del tram per gli spostamenti.

La situazione (esplosiva) dentro le mura. Mentre fuori dalle mura di Gerusalemme sulla città è tornato l’incubo degli attentati, sulla Spianata delle moschee si sono verificati altri scontri e il luogo sacro alle tre religioni è stato nuovamente chiuso. Decine i feriti dai gas lacrimogeni sparati dalla polizia israeliana. Una tensione che sembra non avere tregua, date le continue provocazioni degli ebrei dell’ultradestra che irrompono sulla Spianata con la complicità della polizia che dovrebbe vigilare e regolare gli accessi. Intanto la Giordania, in segno di protesta per le continue violazioni del luogo sacro, ha richiamato il suo ambasciaore in Israele. Un gesto forte, che sorprende ancora di più dopo la diffusione della notizia dell’incontro segreto tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il re di Giordania Abdallah II per aumentare la cooperazione bilaterale col fine di placare la situazione di continua violenza che si è creata. Ma alla Knesset, il parlamento israeliano, c’è una bozza di legge che vorrebbe garantire agli ebrei l’accesso alla Spianata per la preghiera. Verrà votata il prossimo mese. Nel 2002 la seconda intifada scoppiò quando l’allora premier Ariel Sharon salì sulla Spianata scortato da un’imponente delegazione militare. È inquietante constatare come a Gerusalemme la storia ciclicamente si ripeta.

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