Cronaca
La strage al giornale satirico

La travagliata (e ora tragica) storia di Charlie Hebdo, che sfidò al-Qaeda

La travagliata (e ora tragica) storia di Charlie Hebdo, che sfidò al-Qaeda
Cronaca 09 Gennaio 2015 ore 12:10

Intorno alle 11.30 di mercoledì 7 gennaio c’è stata una strage nella sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, a Parigi. I morti sono 12 e diversi sono i feriti: 4 in gravi condizioni. Tra le vittime ci sono anche Georges Wolinski, uno dei più celebri disegnatori satirici francesi dell’ultimo mezzo secolo, e Charb (Stéphane Charbonnier), direttore di Charlie Hebdo dal 2009.

Secondo quanto raccontano diversi quotidiani parigini, due o tre uomini incappucciati vestiti di nero, che parlavano perfettamente francese e si dicevano di al-Quaeda, hanno fatto irruzione nella redazione durante l'affollata riunione del mercoledì, quella in cui si imposta il giornale, e aperto il fuoco con dei kalashnikov. Fortunatamente non sono riusciti a salire ai piani superiori dell’edificio. Durante l'attacco c’è stata anche una sparatoria con degli agenti di polizia e uno di loro è stato ucciso. Gli attentatori sono riusciti a fuggire su un’auto nera. La sede del giornale si trova in Rue Nicolas Appert, nell’undicesimo arrondissement, poco a nord di Place des Vosges e di Bastille. Prima di andare al numero 10, dove si trovano gli uffici di Charlie Hebdo, gli attentatori avevano sbagliato indirizzo ed erano andati al numero 6. Da un video girato con un cellulare si sente distintamente urlare: «Allahu Akbar» («Allah è grande»).

Per il momento comunque non ci sono rivendicazioni e la polizia non ha confermato legami diretti tra terrorismo islamico e l’attacco al settimanale. Hollande ha detto che si è trattato di un “atto terroristico”. Nel 2013 Stéphane Charbonnier, il direttore, era stato incluso nella lista di al Qaida delle undici persone “ricercate vive o morte per crimini contro l’islam”, pubblicata su un sito online in lingua inglese di al Qaida.

 

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[L'ultima vignetta pubbicata, firmata dal direttore Stéphane Charbonnier, celebre disegnatore satirico, in passato già minacciato più volte per le vignette su Maometto e oggi ucciso nella sparatoria. Sotto al titolo «Ancora nessun attentato in Francia» viene raffigurato un terrorista islamico, con la barba e il mitra sulle spalle, che dice «Aspettate!». «Abbiamo tempo fino alla fine di gennaio per fare gli auguri».]

 

Non è mai stata una storia tranquilla quella di Charlie Hebdo, il settimanale preso di mira dai terroristi islamici. Ed è anche una storia molto lunga, che risale ai primi anni 60. Allora la testata era diversa e già esplicitamente provocatoria: Hara-Kiri. La dirigevano due incursori dell’informazione che si proponevano di fare un «journal bête et méchant» (stupido e cattivo). A inventarlo furono Georges Bernier, alias il professor Choron e François Cavanna. Raccolsero e fecero crescere una serie di vignettisti e di fumettisti che tenevano tanto fede alla mission, al punto che nel 1961 il giornale è costretto a sospendere le pubblicazioni. La storia è quindi tutta a singhiozzo in quegli inizi, tra sospensioni e ritorni in edicola.

 

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La svolta un po’ accidentale, avviene nel 1969. È allora che Cavanna decide di lanciare un mensile, Charlie, che altro non era se non la versione francese dell’italianissimo Linus: un mensile di “bandes dessinés” con la celebre serie americana, a cui si aggiungevano altri “strisce” di disegnatori europei. La testata veniva ovviamente dal nome di uno dei Peanuts, Charlie Brown. La redazione di Hara-Kiri si fonde con quella del mensile, e nel novembre 1970 manda in edicola la versione settimanale con una copertina che ne determina l’immediato sequestro. La cover era dedicata alla morte di De Gaulle, con un titolo che richiamava la strage avvenuta in una discoteca negli stessi giorini. «Bal tragique à Colombey - un mort» era il titolo. E Colombey, com’è noto, era il paese di De Gaulle. La risposta è l’uscita di un giornale nuovo, Charlie Hebdo, che nel titolo oltretutto richiamava ironicamente lo stesso presidente francese defunto. Insomma, quella di Cavanna era una redazione che più la mandavi giù e più tornava su.

 

 

Tra i tanti incidenti di cui è costellata la sua storia, c’è anche da annoverare una crisi fisiologica che nel 1981 portò alla chiusura per calo delle copie. Un colpo che sarebbe stato letale per qualsiasi altro giornale, ma non per Charlie Hebdo.

Che infatti riuscì a risorgere 11 anni dopo. Era il 1992 e i personaggi questa volta erano tutti nuovi. Due giornalisti fuoriusciti da un altro giornale satirico, La Grande Bertha, a causa di dissapori con l’editore, decisero si farsene uno proprio. E scoprirono che la testata Charlie Hebdo era stata lasciata libera. Si misero in società (il nome è tutto un programma: Les éditions Kalachnikof…). I due ripescano oltre alla testata anche le firme che avevano segnato la storia gloriosa del primo Charlie, a partire da Cavanna. Ma Philippe Val, uno dei due giornalisti che avevano rilevato la testata, si rivela direttore molto autoritario e decisionista. Così per Carlie Hebdo inizia un periodo di lotte interne, di licenziamenti clamorosi, di dissidi pubblici. Che esplosero quando venne pubblicato un elogio del libro di Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio. Era l’inizio di una fortissima polemica antiislamica, che portò il giornale alla clamorosa pubblicazione l’8 febbraio 2006 della serie di vignette satiriche su Maometto uscite sul giornale danese Jyllands-Posten.

 

 

L’esito della vicenda è un’altra svolta per Charlie Hebdo: Philippe Val lascia il 12 maggio 2009 e inizia l’era che il disegnatore Riss, nuovo direttore, definì “Charlie 3”. Ma non fu mossa sufficiente a metterlo al riparo dalla violenza fanatica. La notte 2 novembre del 2011 la redazione è devastata da un micidiale cocktail di bombe molotov: il giorno dopo avrebbe dovuto uscire un numero in cui il direttore si firmava  come “Maometto” per “celebrare” la vittoria dei fondamentalisti nelle elezioni in Tunisia. Quando nel settembre 2012 Charlie ripropose nuove vignette su Maometto si prese la reprimenda dell’allora primo ministro Jean.Marc Ayrault. Il resto è tragica storia di poche ore fa.

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