Solo campagna elettorale?

I tre fronti aperti da Matteo Salvini contro il suo stesso Governo

I tre fronti aperti da Matteo Salvini contro il suo stesso Governo
Cronaca 19 Aprile 2019 ore 09:05

La campagna elettorale si riscalda e il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha alzato il tiro contro il suo stesso governo. In pochi giorni il ministro della Difesa e i vertici dell’Esercito hanno lamentato una sua «gravissima» invasione di campo; lo scontro di Salvini con il ministro Tria è costante e, inoltre, Salvini deve fare i conti con la revoca delle deleghe disposta da Toninelli al leghista Siri. Andiamo per ordine.

 

 

 

L’irritazione dell’Esercito. Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta (5Stelle) e i capi delle forze armate hanno protestato contro Matteo Salvini accusandolo di ingerenza in questioni non di sua competenza. Lo scorso martedì il Ministero dell’Interno ha inviato una circolare relativa alla Mare Jonio, la nave della Ong italiana Mediterranea, destinandola non soltanto alle forze dell’ordine, ma anche al Capo di Stato maggiore della Difesa. La comunicazione, che coinvolgeva anche la Marina e la Guardia Costiera, intimava «di vigilare sul comandante e la proprietà della Mare Jonio» per assicurarsi che «si attengano alle vigenti norme nazionali ed internazionali» sui soccorsi in mare. I vertici delle forze armate hanno dichiarato all’agenzia di stampa Adnkronos che «quel che è accaduto è gravissimo, viola ogni principio, ogni protocollo» e costituisce «una forma di pressione impropria». «Noi rispondiamo al Ministro della Difesa e al Capo dello Stato, che è il capo Supremo delle Forze Armate», hanno concluso le stesse fonti.

La replica del vicepremier non s’è fatta attendere: «Siamo tranquillissimi perché il Viminale è la massima autorità per la sicurezza interna. Quindi la direttiva sui porti è doverosa, oltre che legittima a fronte di un pericolo imminente». L’ex sottosegretario alla Difesa ha confermato l’esistenza di appigli normativi, ma ha aggiunto che «opportunità politica vorrebbe che tra i ministeri dell’Interno e della Difesa, su materie confinanti ci fossero sempre contatti preliminari» perché «obiettivi strategici di così ampia valenza e importanza richiedono necessariamente un preventivo accordo tra ministeri». La Trenta è da tempo in polemica con Salvini proprio a causa delle sue apparenti ingerenze nella sua sfera di competenza. Da parte sua, invece, la Lega accusa spesso la ministra di avere una linea “filo-immigrazione”.

 

 

I problemi con Tria. Sul fronte economico, invece, si sono riaccese le tensioni con il Ministro dell’Economia, che in passato era anche stato ritenuto vicino alle dimissioni, proprio a causa dei continui attacchi da parte degli esponenti del suo stesso Governo. La crescita promessa dalla compagine giallo-verde non sembra ormai essere possibile, mentre dovrebbero essere verosimili le altre previsioni, decisamente meno ottimiste, presentate in questi mesi dalle principali istituzioni economiche mondiali. La stagnazione del Pil, secondo Tria, non consentirebbe la tenuta dei conti dello Stato, a fronte delle spese previste nell’ultima manovra, e imporrebbe probabilmente un aumento dell’Iva a partire dal prossimo anno.

In questa diatriba si sono fatti compatti i due vicepremier, entrambi molto risoluti nello smentire ogni possibile innalzamento delle tasse, a partire dall’Iva. Al momento però, non è stata ancora presentata alcuna proposta concreta che permetta ai conti pubblici di rispettare i parametri concordati con l’Europa solo pochi mesi fa.

 

Il caso Siri. È scoppiata sempre in questi giorni anche la questione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, uno degli ideatori della Flat Tax, indagato per corruzione in un’inchiesta che coinvolgerebbe addirittura aziende vicine al boss mafioso Matteo Messina Denaro. Luigi Di Maio ha subito chiesto le dimissioni di Siri e il titolare del Ministero, Danilo Toninelli, ha disposto il ritiro delle deleghe al sottosegretario «in attesa che la vicenda giudiziaria assuma contorni di maggiore chiarezza».

Anche in questo caso Salvini ha tenuto la propria posizione, rispondendo con una provocazione nei confronti degli alleati: «Non ho mai chiesto di far dimettere la Raggi o parlamentari dei Cinquestelle quando anch’essi sono stati indagati».

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