Cronaca
La prima volta di un neo-docente

Tre giovanissimi prof raccontano la Maturità vista dall'altra parte

Tre giovanissimi prof raccontano la Maturità vista dall'altra parte
Cronaca 18 Luglio 2016 ore 08:40

Anche per quest’anno, di quella montagna apparentemente invalicabile chiamata maturità non resta che un ricordo. Il folto esercito di neo-maturi si appresta a lasciarsi alle spalle formule chimiche, rivoluzioni d’Ottobre e pessimismo cosmico per godersi il sollievo che corre tra la fine netta di un’era e l’inizio indefinito della successiva. Ora che tutto è ormai passato, abbiamo però scelto di concentrarci su una singolare tipologia di notte prima degli esami. Quella cioè dei neo docenti, ragazzi che, ad un batter di ciglia dalla loro maturità, si sono trovati per la prima volta a vestire i panni di commissario esterno. Tre giovanissimi professori di Bergamo hanno scelto di condividere con noi gioie e dolori del mestiere, tra nuovi ruoli da incarnare e utopie da metter da parte.

 

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Igor, 27 anni

Insegnante di chimica analitica e strumentale, chimica organica e biochimica

Il commissario esterno non è ovviamente qualcosa che ci si può rifiutare di fare: due settimane prima della fine della scuola una mail avvisa i docenti selezionati che faranno parte di una commissione, viene comunicata la scuola, il numero di ragazzi, nient’altro. Nessuno ti spiega che classe avrai, le storie degli studenti che dovrai valutare.

Sono stato commissario esterno all’Archimede di Treviglio, quest’anno per la prima volta da quando ho iniziato ad insegnare. Ho conosciuto una realtà che non avevo mai sperimentato, ho rivissuto l’ansia da prestazione che aleggia tra i maturandi da tutt’altra posizione. Se ripenso agli anni in cui lo studente ero io, confesso di non essere mai stato un secchione. Mi sono impegnato molto in Quinta, e moltissimo per la maturità, anche se ricordo che la sera prima del colloquio orale l’ho passata a Celadina, al concerto dei Marlene Kuntz. Se dovessi fare gli esami di Stato domani? Nelle discipline scientifiche non avrei problemi, ma per le materie che non sono più abituato a studiare non so se sarei in grado di avere un punteggio così alto. E anche se ora ho una passione molto più forte per la conoscenza, è stato giusto aver avuto per la testa altro in quegli anni.

Riconoscere il cambiamento che ho vissuto è una lezione che mi hanno trasmesso alcuni studenti dell’Istituto, uno degli ultimi giorni di scuola, quando li ho beccati a giocare a calcio con una pallina, in classe. In quanto professore sapevo di doverli riprendere, sapevo che era il mio compito, anche se non era il mio vero impulso. Così li ho interrotti. Quando me ne sono andato, hanno lasciato sulla sedia fuori dalla mia classe un cartello. C’era scritto «Non ci fermerete mai. La Compagnia dei Celestini». La citazione era tratta dall’omonimo romanzo di Benni, quello in cui alcuni ragazzi scappano da un orfanotrofio per prendere parte a un campionato segreto di pallastrada. Quel momento mi ha fatto un po’ male, perché mi sono sentito parte del sistema che all’epoca della mia adolescenza avrei voluto combattere. Fa male anche se sai che la trasformazione è inevitabile, e in qualche modo giusta. Insomma, è giusto che quel sistema ci sia ed è giusto che alla loro età vogliano sfidarlo. Ma rompere quei paradigmi gli è concesso perché qualcuno è stato disposto ad entrare nel sistema.

Qualche tempo dopo sono andato da loro, gli ho fatto i complimenti per la trovata. Hanno sfruttato un libro per farmi riflettere, senza attaccarmi o insultarmi. Loro mi hanno risposto che se l’anno prossimo dovessi insegnare nella loro classe, sarò invitato a partecipare alle finali.

 

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Mauro, 27 anni

Insegnante di storia e italiano

Anche se ho avuto diverse esperienze, posso dire di aver iniziato ad insegnare con regolarità dal 20 novembre scorso, al Mamoli di Longuelo. Non saprei dare un’etichetta totalmente positiva o totalmente negativa all’esperienza di quest’anno. Come tutte le cose, alla fine tracci il bilancio e ti trovi soddisfatto anche delle fatiche. Uno degli aspetti più pesanti del mio primo anno di docenza è stata la difficoltà di scendere ad un livello più concreto di istruzione, più reale.

Il problema di noi insegnanti è che veniamo formati come se gli studenti costituissero una platea messa lì appositamente per imparare. Non è sempre così. Loro sono un soggetto attivo, non è scontato che comprendano quello che voglio trasmettere, non è scontato che mi pongano sempre domande a cui so rispondere. Quando è capitato che mi chiedessero cose di cui non ero sicuro, me la sono cavata con l’onestà di dire che mi sarei informato, facendogli presente che avrebbero potuto fare altrettanto. Il professore in fondo non è per forza qualcuno che sforna risposte. Per questo ormai c’è Google, c’è Wikipedia. Il professore è una persona che potrebbe dare strade per pensare, anche in modo diverso dal suo, una sorta di guida. Non so se posso dire di sentirmi già questo per loro, la differenza d’età è ancora troppo poca. Alcuni dei genitori tuttavia si sono detti speranzosi che io ci sia anche l’anno prossimo e queste sono le grandi soddisfazioni, la prova che qualcosa di buono è stato fatto.

Poi è arrivato giugno, e ho preso parte alla mia prima maturità dall’altra parte della barricata. Sono venuto a conoscenza di alcuni misteri che da studente ci si chiede in continuazione. Per esempio, ho scoperto cosa accade esattamente quando il maturando termina il colloquio e la porta dell’aula viene chiusa dietro di lui, ho scoperto cosa si dicono i docenti, come si arriva a stabilire il voto finale. La maturità può davvero trasformarsi nel il primo test formativo di uno studente, se è condotto adeguatamente. Non sempre lo è. A volte ho notato una certa mancanza di rispetto verso i ragazzi: ai commissari succede di distrarsi, di controllare il cellulare, di essere palesemente disinteressati. Hanno questo atteggiamento durante uno dei momenti più importanti della vita di una persona, un giorno che ogni studente si porterà dietro per sempre.

Se potessi dire qualcosa ai ragazzi che ho esaminato, direi loro di andare oltre al numero, altrimenti ci chiameremmo con delle cifre. Direi loro che, ora che una fase importante della loro vita è conclusa, hanno la possibilità di trarre delle conclusioni, di capire cosa ne è stato di questi 5 anni. Hanno la possibilità di fermarsi e di ascoltarsi, se vogliono. E se dentro c’è qualcosa che parla, ovviamente.

 

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Gabriella, 29 anni

Insegnante di inglese

Mi sono presentata il primo giorno della mia prima maturità in veste di docente più in ansia dei ragazzi, questo senza dubbio. Mi sono sentita molto partecipe, paradossalmente più vicina a loro che agli altri docenti. Quando è stato dato il via alle prove sono riuscita a rilassarmi, e forse ho preso la reale consapevolezza del momento. Non so cosa mi desse tanta agitazione iniziale, a dire il vero. Forse è entrata automaticamente in circolo l’ansia da prestazione che vivo in quanto ex studentessa, che mi porto dietro poi in tutti gli ambiti della vita.

Insegno inglese da quest’anno, da ottobre. Le aspettative che avevo fin da piccola rispetto alla professione forse non sono state del tutto rispettate, ma quando ci si trova ad insegnare davvero si scopre che è inevitabile che tra l’immaginario e il quotidiano corra una grande differenza. Resta quello che ho sempre sognato di fare, ho direzionato tutte le mie scelte scolastiche verso questo obiettivo e non mi pento della strada presa. Dicono che con il tempo entri in gioco l’assuefazione, ma se mi immagino tra 5, 10 anni, mi viene spontaneo credere che la prospettiva di insegnare per tutta la vita sia l‘ideale.

Quello che mi ha spinta è stata la speranza di poter dare qualcosa ai ragazzi. Una delle più grandi difficoltà, sta anche nel dover essere all’altezza delle aspettative che loro hanno su di te, soprattutto quando ci si trova a farlo per la prima volta: da un lato i ragazzi faticano a non considerarti come un loro coetaneo, a non darti del tu. Ma dall’altra parte sono portati a viverti come fossi un’enciclopedia vivente, o come un vocabolario vivente, nel caso di chi come me insegni una lingua straniera. Il bello del mestiere è dato dallo scoprirli interessati a quello che stai facendo e dicendo, è questo a dare un senso al ruolo dell’insegnante, a renderlo una delle professioni più importanti.

Ho scelto di diventarlo pur non essendo mai stata una secchiona. Mi impegnavo molto per quello che mi piaceva, certo, ma non sopportavo altre materie, e tra quelle che non mi andava di studiare c’era, ironia della sorte, proprio inglese. Non mi piaceva il modo in cui mi era stato insegnato. Non nego che tra i motivi che mi hanno spinta a proseguire su questa strada ci sia stata proprio la volontà di spiegare alcuni concetti in modo diverso. Mettere le mie elaborazioni e le mie strategie di comprensione al servizio di coloro che saranno i miei futuri studenti.

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