La visita dal 28 al 30 novembre

La Turchia che accoglierà il Papa

La Turchia che accoglierà il Papa
24 Novembre 2014 ore 12:42

Dal 28 al 30 novembre Papa Francesco sarà in Turchia, punto nevralgico per il dialogo tra Oriente e Occidente. La Turchia ha istituzioni laiche, ma la popolazione è a maggioranza musulmana e negli ultimi mesi le scelte delle sua classe politica gettano ombre sulla reale volontà di proseguire sulla strada della laicità tracciata da Ataturk quando il Paese divenne repubblica nel 1922.

Il Diyanet, la Direzione degli affari religiosi del paese, ha recentemente emanato una serie di provvedimenti che destano non poca preoccupazione. Condividere foto personali sui social network, ad esempio, è una violazione dei principi dell’Islam. Un suggerimento, per ora, che non comporta nessun divieto e che vuole invitare i turchi a vivere secondo la moralità e lo stile di vita dell’islam. In realtà non sono in pochi a pensare che dietro questo pronunciamento si celi un piano più ampio che miri alla soppressione dei social network, a cui il presidente Erdogan non sono particolarmente graditi perché sono visti come un mezzo per aizzare il popolo contro il governo. Un esempio sono stati i fatti di Gezi park dello scorso anno, quando Youtube e Twitter vennero bloccati e agli utenti venne temporaneamente impedito l’accesso.

Il ruolo del Diyanet è quello di pronunciarsi su questioni di fede per poi rispondere direttamente all’ufficio del Primo ministro. Non è escluso che i suoi pronunciamenti vengano tenuti in seria considerazione da parte del governo nel legiferare. La questione social network, però, è solo uno dei segnali di allarme verso il ritorno a una nuova islamizzazione del paese.

Sempre il Diyanet ha annunciato il progetto di costruzione di una moschea in ogni università della Turchia, in modo da raggiungere i venti milioni di studenti iscritti e dar loro la possibilità di pregare. Un progetto che in realtà sta già prendendo forma: è partita la costruzione di moschee in oltre 80 atenei, 15 sono state aperte alla preghiera e altre 50 lo saranno entro il 2015. In ciascuna di esse ci saranno religiosi pagati dal governo “per ascoltare i problemi dei giovani”, fanno sapere dal Diyanet che aggiunge: “sarà il luogo dove sentiranno l’amore di Dio nei loro cuori”. Le moschee in università, secondo loro, sono l’unico modo per riportare in vita il culto e renderlo parte integrante della vita sociale.

Sul fronte istruzione la Turchia ha da poco avviato una riforma scolastica che prevede, nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado, l’insegnamento coranico. Inoltre è prevista l’introduzione dello studio dell’arabo come seconda lingua, per permettere a tutti gli studenti di capire il Corano. Viene data anche la possibilità alle studentesse di indossare il velo, finora vietato, ma non di truccarsi o mostrare tatuaggi e piercing.

Allo stesso tempo, però, va detto che accanto a questa opera di islamizzazione della scuola c’è anche un’attenzione alle minoranze: lo Stato finanzierà 55 scuole appartenenti a fondazioni e enti legati alle comunità cristiane. Di queste, 36 sono della comunità armena, 18 di quella greca e una scuola materna appartiene alla comunità siro-ortodossa. Verranno finanziate anche 5 istituzioni educative della comunità ebraica.

Nonostante l’attenzione alle minoranze, evidente dal finanziamento degli enti appartenenti ai non musulmani, l’islam è sempre presenta nei pensieri del presidente Erdogan. Come se soffrisse di una sorta di sindrome di inferiorità della civiltà musulmana rispetto alle altre, da cui deriva l’ossessione di affermarne la potenza in ogni momento. Parlando al primo “Summit dei leader musulmani dell’America latina”, il presidente ha detto che l’America non venne scoperta da Cristoforo Colombo  nel 1492 ma da alcuni marinai musulmani 3 secoli prima. Secondo una lettura dei diari di Colombo diffusa nel 1996 da Youssef Mroueh dell’As-Sunnah Fundation of America, a cui non si è mai dato in realtà molto credito, nel 1492 sulle colline della costa cubana era già presente una moschea.

Per mantenere vivo il ricordo, Erdogan ha anche annunciato che vorrebbe costruire una moschea a Cuba se le autorità glielo permetteranno. Erdogan non si è limitato a parlare ai presenti al summit: ha già incaricato le autorità competenti per il settore della pubblica istruzione di adottare iniziative per mettere in evidenza il contributo dell’Islam alle scienze e alle arti a livello mondiale. Significa che Erdogan vuole riscrivere i libri di storia, in una chiave che molti studiosi hanno smontato da tempo.

In questo contesto Papa Francesco si appresta a fare la sua visita ufficiale, dalla Moschea Blu al mausoleo di Ataturk. Otto anni dopo la visita di Benedetto XVI avvenuta a pochi giorni di distanza dal discorso di Ratisbona, che mandò su tutte le furie il popolo turco e che mise a rischio l’incontro con Erdogan all’epoca premier. La visita, in realtà, fu un successo. Il viaggio di Francesco è maturato dopo che il patriarca ortodosso ecumenico Bartolomeo gli aveva chiesto di visitare il Fanar, sede del patriarcato di Costantinopoli e dopo che i due si erano incontrati in Terra Santa la scorsa primavera. A settembre l’invito ufficiale del governo turco, che ha scatenato una serie di polemiche e critiche a Erdogan da parte del partito religioso Hizmet di Fethullah Gullen per voce del quotidiano Zaman.

L’invito di Erdogan sarebbe secondo questi ultimi ipocrita perché pieno di complimenti rivolti a Papa Francesco. Troppi e un po’ faziosi rispetto alle critiche che in passato lo stesso Erdogan aveva rivolto a Gullen per la sua vicinanza a Papa Giovanni Paolo II, e che portarono alla totale rottura tra Gullen e Erdogan che si è tradotta in una vera e propria epurazione di membri di Hizmet della polizia e dalla magistratura del paese. Erdogan si è rivolto a Papa Francesco definendolo «Nave di Santità» e affermando che la sua visita in Turchia ha un valore speciale per tutta l’umanità. E non è escluso che nel Paese in cui Giovanni XXIII fu nunzio per 10 anni. Papa Francesco potrebbe ancora una volta sorprendere e dare una nuova linfa al riconoscimento giuridico dei cattolici e delle altre minoranze religiose.

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