il suo testamento

L’ultimo sfregio a Reyhaneh

L’ultimo sfregio a Reyhaneh
29 Ottobre 2014 ore 14:10

«Io non voglio marcire sotto terra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventi polvere. Implora questo: che non appena sarò impiccata, venga disposto che il mio cuore, i miei reni, gli occhi, le ossa, e qualsiasi altra cosa che sia possibile trapiantare, vengano separate dal mio corpo e date a qualcuno che ne ha bisogno come dono». Sono alcune delle parole del testamento di Reyhaneh Jabbari, la giovane 26 enne impiccata sabato 25 ottobre in un carcere di Teheran per aver ucciso un uomo. Il 1 aprile, una volta saputo della sua condanna a morte, aveva registrato per la madre un audio messaggio con le sue ultime volontà, in cui ripercorreva i suoi sette anni di carcere e le ingiustizie subite. Le sue parole sono state tradotte in inglese dal National Council of Resistance in Iran, un’organizzazione di pacifisti iraniani che fino al 2012 era considerata terroristica anche dagli Stati Uniti. Reyhaneh sapeva che sarebbe venuto il giorno della sua esecuzione, e sapeva che il mondo avrebbe parlato di lei. Ma voleva continuare a vivere nel corpo di qualcuno che avesse bisogno di nuovi organi. Oggi Reyhaneh è stata uccisa definitivamente. L’hanno seppellita senza funerale in un cimitero di Qom e i suoi organi non sono stati donati. Nessuno vedrà più con i suoi occhi, e il suo cuore non batterà più nel petto di qualcuno. Solo la madre ha esaudito l’ultimo desiderio della figlia, quello di non indossare abiti scuri per lei: un foulard turchese le copriva il capo quando si è mostrata, tra le lacrime e le imprecazioni, nella sezione 98 del cimitero di Behesht-e Zahra, vicino alla città santa di Qom, dove Reyhaneh è stata sepolta domenica mattina.

La sua famiglia non ha potuto recitare le ultime preghiere, quel rito funebre tanto importante per i fedeli musulmani, che segna il passaggio verso la vita vera, quella dello spirito. Reyhaneh ha sempre sostenuto di aver agito per legittima difesa, e di aver accoltellato l’uomo che aveva tentato di violentarla. Ha sempre rifiutato l’accusa di omicidio, sostenendo che a lanciare la coltellata ferale sia stato un altro uomo. Nessuno sa davvero cosa sia successo, non c’è traccia nelle carte processuali che documenti la cosa, se non Reyhaneh e l’uomo in questione. C’è anche chi dice che Reyhaneh fosse un agente del Mossad e che abbia deliberatamente e con premeditazione ucciso un suo “collega” iraniano. Entrambi sono morti e la verità su come siano andate effettivamente le cose quel giorno del 2007 non si saprà mai.

Se Reyhaneh avesse ritrattato la sua versione sul tentato stupro forse sarebbe ancora viva. Forse sarebbe in prigione a scontare la pena di omicidio, e forse per buona condotta sarebbe stata graziata tra qualche anno come è avvenuto per la vicenda Sakineh. Ma Reyhaneh, con parole di rara dolcezza, ha ribadito anche alla madre la sua versione: «Il mondo mi ha permesso di vivere per 19 anni.È in quella notte infausta, che avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città, dopo qualche giorno la polizia vi avrebbe portato nell’ufficio del medico legale per identificarlo, e lì avreste saputo anche che ero stata violentata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che noi non abbiamo la loro ricchezza né il loro potere. Voi avreste proseguito la vostra vita tra sofferenza e vergogna, e alcuni anni dopo sareste morti per questa sofferenza».

Chiama la madre per nome, le manifesta il suo amore e la ringrazia per gli insegnamenti ricevuti, per averle donato il coraggio di combattere le ingiustizie e difendere i valori, per averle insegnato ad amare un paese che non l’ha mai voluta. Per averla cresciuta fiduciosa nella giustizia, quella stessa giustizia che l’ha “giustiziata”. Ma un domani, Reyaneh e Sholeh, saranno di nuovo insieme e saranno loro ad accusare tutti coloro che non le hanno creduto, che l’hanno considerata un’assassina. Secondo gli ultimi dati di Amnesty International, aggiornati a marzo 2014, nel mondo 98 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato. Ci sono 7 paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra. Sono 35 i paesi definiti abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte.

In totale 140 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. Rimangono però ancora 58 paesi che mantengono in vigore la pena capitale, anche se il numero di quelli dove le condanne a morte sono eseguite è molto più basso. Tra questi ci sono l’Iran e gli Stati Uniti, due paesi considerati agli antipodi in fatto di libertà e diritti umani e civili. L’Iran è al secondo posto, dopo la Cina, per esecuzioni e la pena di morte è prevista per omicidio, adulterio, stupro, omosessualità, reati legati alla prostituzione, alla droga, blasfemia, “insulti al Profeta”, estorsione, corruzione, contrabbando d’arte, terrorismo, rapina a mano armata. Posto che in un paese civile, che tutela le libertà individuali, la pena di morte non dovrebbe esistere, perché nessun tribunale dovrebbe avere il potere di decidere della vita di un’altra persona, e che nessun reato meriti di essere punito con la pena capitale. Il caso Reyaneh è stato l’ennesimo esempio di come la disinformazione e il pregiudizio abbiano trasformato una tragedia umana di una giovane donna in un caso politico.

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