Albino

Un figlio racconta i 65 giorni di lotta contro il Covid di suo papà, tra paure e speranza

Lorenzo Belotti, fisioterapista del Sassuolo, ha scritto un post in cui ripercorre la malattia vissuta dal padre, che dalla Val Seriana è finito ricoverato all'ospedale di Saronno. Ora è tornato a casa

Un figlio racconta i 65 giorni di lotta contro il Covid di suo papà, tra paure e speranza
Val Seriana, 15 Maggio 2020 ore 10:09

Ormai, bollettino dopo bollettino, tra cifre che aumentano, si analizzano, fanno sperare o gettano nello sconforto ci si dimentica che dietro ogni numero c’è una persona, una storia, una famiglia che continua a guardare il cellulare con la speranza di ricevere una buona notizia e il terrore di riceverne una terribile. Storie che però emergono, anche grazie ai social. L’ultima è quella del papà di Leonardo Belotti (bergamasco fisioterapista del Sassuolo), che per oltre due mesi ha lottato contro il virus all’ospedale di Saronno, separato dal figlio, sul filo della vita. E che ieri, 14 maggio, ha finalmente vinto la sua battaglia.

Leonardo ha voluto raccontare questi durissimi 65 giorni su Facebook, come ha raccontato PrimaSaronno. Ecco il post di Belotti:

«Per molti potrebbe essere una semplice data, per me è il giorno della rinascita… Sì perché oggi il mio papà ha vinto la sua più grande battaglia. Un incubo che una mattina ha deciso di entrare nella mia casetta a Bergamo, in Val Seriana ad Albino, proprio lì, vicino a quell’ormai famoso Alzano Lombardo.

Era la sera del 7 marzo quando mia Sorella mi scrisse: “Il papà ha la saturazione a 82… Lo stiamo portando in ospedale”. Mi sento impotente, non posso tornare a Bergamo. Resto fermo immobile in attesa di notizie, e le notizie arrivano: “Papà sta peggiorando… respira a fatica… è con la mascherina dell’ossigeno 15 litri…”.

Passano le ore… “No no richiamate più tardi siamo incasinati non possiamo dire nulla”. E tu sei fermo lontano, papà non riesce a usare il cellulare, la batteria si sta scaricando e la rete prende poco. Passano le ore… “Belotti lo abbiamo dovuto mettere sotto il casco Cpap, fatica a parlare è sofferente…”. Provo a tenere su il morale di papà scrivendogli un messaggio al minuto. L’ultimo glielo scrivo il 9 marzo, durante Sassuolo-Brescia: “Papà, ha segnato Caputo, stiamo vincendo. Forza forza non mollare!!!”. Risposta: “Bravi siete forti”. Da lì in poi le spunte di WhatsApp restano sempre grige. Le chiamate non hanno mai una risposta e il giorno dopo un medico ci dice: “Papà è molto grave dobbiamo intubarlo, verrà trasferito a Saronno”.

Per 15 giorni ho contato i minuti… Mi dicevano che papà respirava solo grazie a una macchina, che i polmoni non funzionavano e che la vita era appesa a un filo. Mi svegliavo, andavo in chiesa tutti i giorni e pregavo. Tornavo a casa, piangevo, mangiavo, dormivo e vivevo con il cellulare in mano per aspettare quella chiamata di 30/40 secondi nella quale avevo imparato soltanto una parola: STABILE. Mi avevano portato via il mio papà senza nemmeno salutarlo, senza potergli stare vicino. Mi ritrovo da solo a passare intere giornate a leggere i messaggi dei miei amici più cari, di tutte quelle persone che mi sono state vicine e mi hanno dato la forza di non arrendermi mai e di crederci sempre perché una piccola speranza c’era…

Fu proprio così: il 24 marzo mi arriva un messaggio dalla dottoressa, “Lo abbiamo stubato, il papà è tornato a respirare da solo”. Il mio eroe ce l’ha fatta. La prima cosa che ha detto ai medici quando si è risvegliato è stata: “Voglio tornare a casa a lavorare”. Riconosco allora che è ancora il mio papà…

Passano i giorni e le condizioni migliorano e oggi, dopo più di 65 giorni di ospedale, il miracolo si è compiuto e finalmente papà è tornato a casa e questo è merito di tutti quei medici e infermieri che non lo hanno mollato un attimo e lo hanno sempre sostenuto con i loro sorrisi.

SEMPLICEMENTE GRAZIE ️

Questa esperienza mi ha fatto crescere molto e ha cambiato qualcosa dentro di me. In questo periodo molte persone non ce l’hanno fatta, sono caduti lottando, mentre altre sono ancora negli ospedali e stanno combattendo tra la vita e la morte. So quello che state passando e vi dico solo di non arrendervi mai perché il mio papà mi ha insegnato proprio questo, a non mollare mai anche quando tutto sembra finito. Non smettete mai di sognare, perché soltanto una cosa rende impossibile un sogno: la paura di fallire. Siate forti».

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