Il più noto è De Luca, del Pd

"Impresentabili": di che si parla

"Impresentabili": di che si parla
Cronaca 30 Maggio 2015 ore 11:50

“Impresentabili”: è il termine che sta letteralmente dominando la scena politica italiana delle ultime settimane. Il riferimento è ad una serie di candidati che parteciperanno all’agone elettorale di questo week end (regionali in Puglia, Liguria, Marche, Umbria, Veneto, Campania e Toscana, e amministrative in circa un migliaio di Comuni) che per vicende personali non sarebbero dovuti assolutamente finire nelle liste dei partiti. C’è stata una grande e confusa bagarre, in cui si è detto di tutto e di più. Ma la domanda che forse la maggior parte delle persone si è fatta è: ma cosa sono questi “impresentabili”?

Il codice etico della Commissione Antimafia. Nel settembre 2014, la Commissione Antimafia, presieduta da Rosy Bindi, ha promulgato una sorta di codice etico, un elenco di precetti di moralità politica a cui tutti i membri dei partiti avrebbero dovuto adeguarsi; e con il caloroso invito, indirizzato ai dirigenti partitici, di non candidare mai, in alcun Comune, Provincia, Regione, Parlamento o qualsiasi altra cosa, soggetti che non rispondano a tali comandamenti.

 

 

Impresentabili, per quali criteri. Nello specifico, vennero ufficialmente additati come “impresentabili” i cittadini rinviati a giudizio, indagati o sottoposti a misure cautelari o condannati anche non in via definitiva per una serie di reati riguardanti attività illegali durante periodo di reggenza di pubblici uffici, i latitanti e i sindaci o i componenti di giunte o consigli comunali sciolti per mafia. L’adesione al codice da parte dei partiti era volontaria, e la mancata osservanza delle disposizioni o anche la semplice mancata adesione allo stesso non avrebbe dato luogo a sanzioni; semmai, avrebbe comportato una valutazione di carattere strettamente etico e politico nei confronti dei partiti e delle formazioni politiche. Eccezion fatta per il Movimento 5 Stelle, che chiese che l’adesione al codice fosse obbligatoria, i partiti accettarono questa novità di buon grado, senza polemiche. Anche perché, che figura si farebbe a volersi opporre all’incandidabilità di un criminale?

Elezioni 2015. In consonanza con tale ruolo di magistrato della moralità pubblica, la Commissione Antimafia ha dettagliatamente analizzato le liste elettorali per questa tornata del 2015, spulciando, fra regionali e amministrative, il cursus honorum giudiziario di circa 4mila candidati. Fino al clamoroso annuncio: in Puglia e Campania, e in quest’ultima in particolare, sono presenti alcune candidature impresentabili.

 

 

Le reazioni. I partiti, comprensibilmente, sono saliti sull’altalena del consenso mediatico da campagna elettorale, dondolando fra accuse reciproche e proclami di purezza, e silenziose spallucce nel momento in cui le gatte da pelare scorrazzavano nel proprio giardino. Venerdì 29 maggio, ultimo giorno di campagna elettorale, la Commissione ha persino deciso di pubblicare i nomi di questi impresentabili: sono 13 in Campania e 4 in Puglia. 17 persone poi diventate 16, perché su una la Commissione si è sbagliata. Il nome più di peso, per dir la verità conosciuto già prima della pubblicazione della lista, è quello di Vincenzo De Luca, ex sindaco di Salerno e candidato del Pd per la Campania. La sua iscrizione nella lista è legata ad un procedimento del 2002 per il reato di concussione continuata commesso dal maggio del ’98, oltre che per il reato di abuso d’ufficio, truffa aggravata e associazione a delinquere. De Luca è un decisionista, apprezzato dalla sua gente, ma anche personaggio scomodo dentro e fuori dal Pd. Alla lettura del suo nome nella "lista di proscrizione" della Bindi ha risposto con una denuncia.

Venerdì mattina Renzi aveva detto che nessuno degli "impresentabili" sarebbe stato eletto, venerdì sera ha derubricato il caso De Luca a capriccio personale della presidente dell'Antimafia, come fosse una vendetta o una rappresaglia dovuta a regolamenti di conti nel partito. Chiudendo la campagna elettorale, il premier ha liquidato la questione con una battuta: «Vincenzo De Luca ha denunciato Rosy Bindi: se la vedranno in tribunale».

 

 

Ma questo codice ha un senso? Ora, la domanda sorge spontanea: ha avuto effetto la promulgazione di questo codice? Sembrerebbe di no, perché questi "impresentabili", alla fine dei conti, sono comunque nelle liste, e domenica 31 maggio potranno essere votati esattamente come tutti gli altri. Provando ad andare ulteriormente a fondo: ha senso questo codice? Di nuovo, parrebbe di no. Rinviati a giudizio, indagati, non condannati in via definitiva: sono tutte categorie di soggetti che, stando al dettato della Commissione, non potrebbero candidarsi, ma che, stando al dettato della Costituzione, sono innocenti tanto quanto chi il codice lo ha scritto. Al comma 2 dell’articolo 27 della nostra Carta, infatti, viene specificato quello che viene definito il principio della presunta innocenza: «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». Siccome rinviati a giudizio, indagati, non condannati in via definitiva, ecc... non hanno ancora sulle spalle il peso di una pronuncia non rivedibile di colpevolezza, sono da considerarsi assolutamente innocenti e privi di pregiudizi giudiziari, e quindi liberi di potersi candidare dove, quando, e con chi par loro. Perché mettere in piedi un codice etico del genere, dunque? In fondo, la Costituzione varrebbe la pena rispettarla e gridarne a gran voce la violazione realmente ogni volta che viene pugnalata, e non soltanto quando conviene farlo. In un caso come questo, dunque, il sospetto viene considerato come anticamera della verità.