Un accordo Renzi-Grillo?

Sulle unioni civili tutto rimandato Perché la cosa non ci sorprende

Sulle unioni civili tutto rimandato Perché la cosa non ci sorprende
Cronaca 17 Febbraio 2016 ore 14:04

Circa alle 10.40 di questa mattina, mercoledì 17 febbraio, il Presidente del Senato Pietro Grasso ha ufficialmente convocato una riunione dei capigruppo del Senato per arrivare ad una decisione circa come procedere in merito alla discussione e alla votazione del ddl Cirinnà. L’esito di questa riunione ha portato ad un rinvio dell’esame del ddl a mercoledì prossimo. Una battuta d’arresto importante, dunque, che trae origine dalla decisione del gruppo del M5S di martedì pomeriggio di non votare a favore del cosiddetto “supercanguro”, ovvero il salto netto delle votazioni circa tutti gli emendamenti presentati alla legge (che dopo il taglio da parte della Lega sono passati da 5mila e circa 500) per arrivare direttamente al voto sul ddl. Una scelta imprevista, quella dei senatori grillini, che ha spiazzato l’ala del Pd favorevole al Cirinnà e costretto tutti a rivedere le proprie strategie: se i Cinque Stelle mollano la presa, per il ddl sulle unioni civili rischia di profilarsi il baratro. Sorpresa e sgomento, dunque, e la situazione in poche ore pare essersi incredibilmente ribaltata. Ma era davvero così imprevedibile quanto accaduto ieri pomeriggio? A guardare alcuni fatti e alcuni dettagli delle ultime settimane, forse, decisamente no.

 

 

Tutto comincia da quell’e-news di Renzi… Il Premier Renzi, fin dall’inizio del suo mandato, ha dato vita ad un’iniziativa lodevole, ovverosia aggiornare settimanalmente i propri sostenitori con una e-mail in cui racconta quanto fatto, quando si sta facendo, e quanto si intende fare. Inutile dissertare sulla natura tutto sommato propagandistica di questo strumento, ma comunque si tratta di un mezzo utile per poter respirare un poco dell’aria che tira nei corridoi del Governo. La e-news dello scorso 9 febbraio, fra i vari temi, si è soffermata naturalmente anche sulle unioni civili. Scriveva una decina di giorni fa Renzi:

Grande discussione, in Senato e nel Paese, sul tema delle unioni civili. Mi sembra di poter evidenziare che due punti chiave sono ampiamente condivisi. E ne sono felice!

Il primo è che la stragrande maggioranza degli italiani – pare di capire anche in Parlamento – vuole un istituto che legittimi le unioni civili anche per persone dello stesso sesso. È finita la stagione in cui nascondersi: i diritti (e i doveri) sono tali solo se sono per tutti. È un passo in avanti.

Il secondo è che la stragrande maggioranza degli italiani – pare di capire anche in Parlamento – condanna con forza pratiche come l’utero in affitto che rendono una donna oggetto di mercimonio: pensare che si possa comprare o vendere considerando la maternità o la paternità un diritto da soddisfare pagando mi sembra ingiusto. In Italia tutto ciò è vietato, ma altrove è consentito: rilanciare questa sfida culturale è una battaglia politica che non solo le donne hanno il dovere di fare.

Rimangono aperti altri punti su cui si confronterà il Parlamento, a partire dalla stepchild adoption: la ratio non è consentire il via libera alle adozioni ma garantire la continuità affettiva del minore. Non è il punto principale di questa legge, almeno non lo è per me.

I più attenti studiosi della caleidoscopica figura di Renzi saranno sicuramente sobbalzati sulla sedia. Ma come? Dove sono i “gufi”? Dov’è finito il “noi tiriamo dritti per la nostra strada”? Dove sono finite, insomma, le maniere arrembanti e decisioniste tipiche del Premier quando c’è da trascinare in porto una legge mediaticamente (e non solo) rilevante? Leggendo fra le righe, ma neanche troppo, emerge chiaramente come a Renzi, tutto sommato, del tema delle unioni civili e di tutte le sue pieghe interessi relativamente poco. Nel senso: che le unioni ci siano o non ci siano, che la stepchild adoption passi o meno, al Premier, proprio non fa alcuna differenza, non è un tema da lui sentito. La mente è andata agli scorsi mesi, e a ben pensarci non viene in mente nemmeno un episodio di un Renzi agguerrito e, per così dire, “spaccone” sul tema: tutto a corroborare la tesi, dunque.

Ora, la domanda naturalmente conseguente è stata: cosa vuole portarsi a casa Renzi, allora, dal voto sul ddl Cirinnà? Più facile porla in termini opposti: cosa non intende ritrovarsi fra le mani? Semplice: un calo di consenso. Da tutta questa vicenda ciò che preme al Premier è di non vedere irrimediabilmente danneggiato il favore di alcuna parte del proprio elettorato. Non fosse che sul tema delle unioni civili i fronti che si scontrano sono parecchio distanti, ed è molto difficile trovare una soluzione che non porti o i favorevoli al ddl o i contrari a non indemoniarsi contro di lui. Ci voleva, insomma, qualcosa che permettesse a Renzi di far crollare il discorso adozioni del Cirinnà potendo dire ai cattolici “Visto? Niente stepchild e utero in affitto” e ai sostenitori del ddl “Carissimi, io ci ho provato”. La sciarada ha lambiccato il cervello suo e di coloro che avevano notato tutto questo, e la soluzione è arrivata solo pochi giorni dopo quell’e-news (pubblicamente, perlomeno).

 

 

Il “liberi  tutti” di Grillo. Con un colpo di scena incredibile, infatti, il M5S, da sempre assolutamente favorevole alle unioni civili e alle conseguenti adozioni, annuncia che Grillo ha lasciato libertà di coscienza, e quindi di voto, sul ddl Cirinnà a tutti i senatori pentastellati. La maggior parte degli osservatori politici ha concentrato la propria attenzione sulla sostanza della questione, ovvero una non più così netta posizione sul tema da parte del Movimento, ma ciò che era molto più interessante era la forma: libertà di voto? Nel M5S? Con tutto il rispetto per gli onorevoli pentastellati, non è che si tratti di una prassi particolarmente comune fra i ranghi grillini. Solitamente si è sempre passati per le volontà del direttorio, o per una classica consultazione online fra gli iscritti, rendendo i parlamentari, di fatto, dei meri esecutori della volontà della base o dell’apice della piramide a cinque stelle. Ma questa volta no, viene annunciata la libertà di voto, e per di più su un tema che più mediatico e carico di conseguenze politiche non si può.

A stupire ancor di più, peraltro, è il fatto che questa decisione è arrivata contestualmente alla diramazione del decalogo da parte di Grillo e Casaleggio per i futuri candidati al Comune di Roma, in cui, in sostanza, vengono obbligati i futuri eletti pentastellati a demandare le decisioni circa più o meno qualsiasi tipo di votazione ai garanti del Movimento (Beppe e Gianroberto, appunto). Faceva strano, parecchio strano, che nell’arco di poche ore il M5S da un lato diramasse una normativa che la libertà di voto dei propri eletti la cacciava in un cassetto chiuso a doppia mandata, e dall’altro lato invece permettesse ai senatori di votare secondo la propria coscienza. Qualcosa non tornava, decisamente.

E il cerchio, improvvisamente, sembrava quasi cominciare a chiudersi: vuoi vedere che Renzi, che per far cadere il Cirinnà aveva bisogno di una sola cosa: voti in Senato, è andato a trovare proprio nell’acerrimo nemico Grillo la sponda giusta per poter raggiungere i propri scopi? In fondo, se il ddl sulle unioni civili, almeno nella parte che riguarda le adozioni, fosse stato stralciato a causa dei voti contrari del M5S, tutto sarebbe andato perfettamente a posto: il Premier sarebbe comunque passato per quello che a regolare questa materia ci ha provato, e contestualmente però i punti più spinosi della legge non sarebbero stati approvati, con gaudio massimo di cattolici e in generale di tutti i contrari.

 

 

E martedì la conferma: niente “supercanguro”. Il voto parlamentare sul Cirinnà era dunque atteso con fremito, per verificare se tutte queste teorie non fossero altro che deliri onirici oppure qualcosa di più fondato. Ed eccoci alla giornata di ieri, dove tutto ha trovato conferma: sulla questione del “supercanguro”, ovvero al procedura per cui viene saltata tutta la fase di votazione sugli emendamenti alla legge e si passa direttamente alla pronuncia sul testo così com’è stato presentato, il M5S a grande sorpresa annuncia che avrebbe votato contro. Libertà di voto mica tanto, parrebbe, dal momento che la decisione è giunta dai senatori grillini a ranghi compatti. Comunanza assoluta di vedute o ordine dall’alto, al netto dei proclami? Difficile dirlo (ma a pensarlo si vira facilmente sulla seconda possibilità), fatto sta che la sostanza era chiara: si vota sugli emendamenti, in particolare sui più spinosi, e il M5S ha fatto capire più o meno chiaramente da che parte intende stare in questa battaglia.

A Palazzo Madama è scoppiato il caos, tutto è stato bloccato e rimandato a stamattina, quando, come detto, il presidente Grasso ha riunito i vari capigruppo per decidere il da farsi, e trovando infine un accordo che rimanda il tutto a mercoledì prossimo. Nel frattempo, dicono dal Senato, Monica Cirinnà sarebbe crollata nel più totale sconforto: pare abbia dichiarato: «Ormai il testo del ddl conta poco, sono entrate in gioco questioni più grandi. Chiudo la mia carriera politica con questo scivolone, ho sbagliato a fidarmi dei grillini». Un pandemonio che probabilmente porterà ad un riesame del testo (e si parla anche di mesi), da cui probabilmente verrà stralciata la parte relativa alle adozioni. Una situazione di panico e incertezza che, oltre ai cattolici e agli avversari del ddl, vede un’altra persona gongolare quatto quatto all’angolo dell’arena: Matteo Renzi.

 

 

Roma in cambio? Ora, però, c’è un altro punto da affrontare: cosa avrà mai offerto Renzi a Grillo per strappargli l’accordo sul Cirinnà? Qui si entra nel campo delle mere supposizioni, ma un’idea affiora con maggior decisione rispetto alle altre: Roma. Possibile che il Premier abbia barattato il Campidoglio alle amministrative di questa primavera? A dire il vero sì, ed ecco perché. Oggi come oggi tutti i partiti hanno una paura folle di governare nella Capitale, e il motivo è intuibile: negli ultimi anni si è trattato esclusivamente di un mattatoio pronto a macellare chiunque ci sia passato. Ecco perché il Pd, dopo la tragedia Marino, di trovarsi di nuovo fra le mani la patata bollente romana non è che ne abbia una gran voglia (ben altro discorso è nella altre città coinvolte nelle elezioni primaverili, Milano su tutte).

Discorso diametralmente opposto per il M5S: ciò che manca ancora ai grillini per potersi presentare con piena credibilità all’elettorato nazionale è dimostrare di essere in grado di governare, di avere le carte in regola per essere nella posizione di chi decide. Quale opportunità migliore di Roma, dove qualora dovessero riuscire a rimettere in sesto le cose avrebbero nel proprio mazzo una carta formidabile da giocarsi nei prossimi anni? Un rischio che Renzi è disposto a correre, anche perché, qualora il M5S dovesse fallire nella Capitale, il risultato sarebbe zero danni al Pd e la prova definitiva che i Cinque Stelle non sono assolutamente credibili in quanto a capacità governativa.

D’altra parte, in queste settimane ci sono stati alcuni aspetti piuttosto strani riguardo alla corsa romana del Pd: in primo luogo la candidatura di Giachetti, sinceramente non un profilo in grado di ridare linfa al mondo dem della Capitale dopo la gestione Marino; e in secondo luogo, la decisione dello stesso Marino, per il momento solo ventilata, ma con buone possibilità di conferma, di presentarsi alle urne in qualità di indipendente, scelta che per forza di cose toglierebbe voti proprio al Pd. Eppure, da Largo del Nazareno nessuno ha fiatato, si fanno solo spallucce. L’ipotesi, insomma, di un accordo Renzi-Grillo dietro alla caduta del Cirinnà e che abbia a tema il futuro del Campidoglio è già munita di due indizi: al terzo, scatta la prova…

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