1 marzo: 13 stati al voto insieme

Usa, sarà una corsa Hillary-Trump? Aspettando il “Super Tuesday”

Usa, sarà una corsa Hillary-Trump? Aspettando il “Super Tuesday”
Cronaca 23 Febbraio 2016 ore 16:28

Quella appena passata è stata una settimana ricca di colpi di scena e interessante novità, per quanto riguarda la corsa alla Casa Bianca. I democratici si sono confrontati in Nevada, secondo il procedimento dei caucus, mentre i repubblicani hanno compiuto le classiche primarie in South Carolina. Rispetto ai primi, Hillary Clinton ha finalmente potuto tirare un sospiro di sollievo, in seguito alla vittoria sul rivale Sanders, mentre nel Gop continua inarrestabile la marcia di Donald Trump, che si è nuovamente imposto, e con buon margine, su Rubio e Cruz. Ma la vera notizia è il ritiro ufficiale dalla competizione di Jeb Bush, che dopo l’ennesimo tracollo ha deciso di chiudere la sua disastrosa campagna elettorale.

I risultati in Nevada… La battaglia elettorale democratica, che ormai si è definitivamente ridotta ad uno scontro a due Clinton-Sanders, ha visto trionfare l’ex first lady in Nevada, con un risultato confortante viste le ultime due settimane, ma assolutamente deludente se si considerano le aspettative iniziali che Hillary nutriva nei confronti di questo Stato. All’inizio della campagna elettorale, infatti, la signora Clinton, sondaggi alla mano, godeva in Nevada di un vantaggio incolmabile nei confronti di Bernie, di svariate decine di punti. Ecco perché il 52 percento con cui ha strappato la vittoria è considerabile come un mezzo fallimento. Ma riflettendo sull’andamento che le primarie democratiche hanno assunto nell’ultimo periodo, già il fatto di aver vinto può essere considerato come un risultato per cui esultare. Dal canto suo Sanders può gioire solo parzialmente del suo 48 percento, espressione della straordinaria rimonta effettuata in questi mesi ma non sufficiente per prendersi una vittoria che avrebbe probabilmente segnato l’inizio di un inesorabile tracollo per Hillary. Ora i due contendenti dispongono di un eguale numero di delegati uscenti dalle primarie finora svoltesi (51 a 51), ma la Clinton può contare su una schiera ben più folta di quella di Sanders di super rappresentanti che parteciperanno al voto finale in quanto membri dell’establishment del partito. Nella prossima tappa, il South Carolina, non dovrebbe esserci storia, con Hillary tanto favorita che Sanders, nel suo discorso post voto, non ne ha nemmeno parlato, volgendo il suo pensiero direttamente al “Super Tuesday”del primo marzo, quando si voterà in più Stati contemporaneamente.

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… e in South Carolina. Fra i repubblicani, invece, la situazione sembra perdere sempre più equilibrio, giacché a quanto pare Donald Trump ce la sta davvero facendo. Anche in South Carolina è arrivata una vittoria, netta, pulita, con 10 punti di vantaggio sul secondo e sul terzo classificato, rispettivamente Marco Rubio e Ted Cruz. A questo punto, il Super Tuesday diventa l’appuntamento in cui tutto si decide: 13 Stati saranno chiamati al voto, e uno fra Cruz e Rubio dovrà a tutti i costi fare incetta di consensi, non tanto per superare Trump (cosa al momento piuttosto improbabile) quanto per tagliare fuori l’altro e giocarsi con l’affarista newyorchese il tutto per tutto negli ultimi Stati che rimarranno. Donald invece guarda con favore a questo continuo scontro fra Rubio e Cruz, che – ahiloro – puntano su un elettorato pressoché identico, nella speranza che i due si ostacolino da soli lasciandogli campo libero verso la leadership del Gop.

Bush saluta. Ma la vera notizia dell’ultima tornata è la decisione di Jeb Bush di ritirarsi dalla corsa alla leadership repubblicana. «Questa sera ho deciso di sospendere la mia campagna elettorale», ha detto a margine dei risultati del South Carolina. Dire «sospendere» e dire «terminare», in politica Usa, è la stessa cosa, dal momento che la sospensione riguarderebbe semplicemente il disbrigo delle faccende economiche in cui i vari comitati sono attualmente impegnati (stipendi a collaboratori e staff, saldo dei debiti, e via dicendo), per poi chiudere definitivamente bottega. Jeb ha scelto di abbandonare l’agone dopo l’ennesimo disastro elettorale, che in South Carolina l’ha visto ottenere uno striminzito 8 percento dopo una quantità incalcolabile di forze e risorse spese. Un epilogo sorprendente per un candidato che nei primi sei mesi del 2015 era considerato il più forte di tutta l’area repubblicana, e che nel momento in cui il gioco ha cominciato a farsi duro, ovvero quando sono iniziati i veri confronti con gli altri contendenti, si è sciolto come neve al sole. Troppo prolissi e noiosi i suoi comizi, troppo garbate le sue maniere soprattutto nei confronti degli avversari, e soprattutto l’incapacità di rispondere alla domande che tutta America gli ha posto: perché dovremmo portare alla Casa Bianca un altro Bush? L’handicap di Jeb non è stato tanto programmatico, dal momento che stiamo assistendo ad una campagna elettorale (specie fra i repubblicani) estremamente povera da questo punto di vista, quanto di personalità: troppo timido, troppo educato e inamidato per poter pensare di far fronte ai chiassosi e mediatici modi degli altri candidati, specie di Trump. Proprio quest’ultimo ha messo Jeb nel mirino fin dall’inizio, non perdendo occasione per deriderlo e prenderlo in giro (è di Donald la definizione di “low-energy”, “moscio”); una tattica senz’altro poco galante, ma straordinariamente efficace in un’America dalla gran voglia di tinte e tonalità forti come è quella attuale. Jeb è parso come una sorta di studente modello, impeccabile nel merito e nell’educazione ma terribilmente poco affascinante, alle prese con il tentativo di corteggiare la più bella della scuola: basta una parola del rivale un po’ bulletto e un po’ spaccone per farlo passare per un inetto.

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