Wiki: «Così si cancella la storia»

Vallanzasca e l’oblio su Google

Vallanzasca e l’oblio su Google
09 Agosto 2014 ore 12:40

Qualcuno ha chiesto di rimuovere la pagina di Wikipedia su Renato Vallanzasca. Ma non è stato di sicuro il “bel René”, come hanno specificato ieri i suoi avvocati. Si presume, invece, lo abbia fatto qualcuno che non vuole più essere associato ai drammi criminali di quegli anni burrascosi e ora può tentare di farlo, per lo meno su internet, approfittando della sentenza della Corte Europea che lo scorso maggio introduceva il diritto all’oblio su Google. E che ora ha creato una piccola spaccatura tra il colosso del web e l’enciclopedia on-line più famosa al mondo, in una contesa che balla tra il nuovo diritto all’oblio e l’antico diritto all’informazione.

La richiesta di rimozione non riguarda soltanto la pagina di Vallanzasca, ma altri 50 link di varia natura. Si va dalle vicende dello scacchista Guido den Broeder alla storia del criminale irlandese Gerry Hutch, per passare per un’immagine del musicista Tom Carstairs in concerto. I collegamenti alla voce su Vallanzasca, assieme a quella sulla sua Banda della Comasina, sono le uniche pagine in italiano che qualcuno ha chiesto di rimuovere.

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E la sentenza europea del 13 marzo scorso ammette questa possibilità, permettendo la cancellazione dai motori di ricerca di link che contengano informazioni scorrette o lesive, che arrechino pregiudizi nei confronti di chi fa richiesta e sia trascorso un lasso di tempo dalla pubblicazione della notizia tale da non giustificare più la permanenza in pubblico dominio di queste informazioni. Ma da Wikipedia protestano: «La storia è un diritto umano e una delle cose peggiori che una persona può fare è tentare di usare la forza per metterne a tacere un’altra», è stato il commento piccato di Jimmy Wales, il fondatore dell’enciclopedia on-line. «Alcune persone dicono cose buone e alcune persone dicono cose cattive. Questa è storia e non userei mai un procedimento legale come questo per cercare di nascondere la verità. Credo che ciò sia profondamente immorale».

Per ora, però, entrambe le pagine italiane in questione rimangono on-line ed entrambe raggiungibili attraverso Google. E tutti possono così facilmente arrivare alla storia di uno dei criminali più efferati d’Italia e agli anni terribili della mala milanese: i suoi furti e i delitti, gli anni in carcere e le rocambolesche evasioni. Una storia che ebbe strascichi notevoli anche sul territorio bergamasco. Era il 6 febbraio del ’77 quando Vallanzasca, latitante già fuggito una prima volta dal carcere, uccise due agenti della polizia stradale che avevano fermato la sua auto al casello autostradale di Dalmine: Luigi D’Andrea e Renato Barborini caddero freddati dai colpi del criminale milanese e di due suoi complici. Un delitto che continua a bruciare, ad anni di distanza, sulla pelle di chi visse quei giorni, specie di Grabriella Vitali, vedova dell’agente D’Andrea, che protestò nel 2010 quando il criminale milanese ottenne il regime di semilibertà potendo prestare lavoro presso un’azienda di Sarnico: «Io il mio “ergastolo” lo sto scontando da quel 6 febbraio 1977, quando a 28 anni restai senza mio marito», disse all’epoca la donna alla stampa. Un dramma, questo, che invece il diritto all’oblio non riuscirà mai ad averlo.

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