Da anni si discute sull'Entella

Vi spieghiamo perché a Chiavari è successo un disastro vero

Vi spieghiamo perché a Chiavari è successo un disastro vero
12 Novembre 2014 ore 15:10

Il nome di Chiavari deriva dal latino Clavarium Vallium, cioè chiave, punto di accesso, delle valli. Che sono tre. Da est a ovest sono la val Fontanabuona, la val d’Aveto e la val Graveglia. Nei depliants turistici si parla dei venti che scendono dai monti. Poi si parla del fiume, l’Entella, che dà anche il nome alla locale e gloriosa – fra qualche anno, probabilmente – squadra di calcio.

Ma nell’Entella confluisce, pochi chilometri a monte, anche lo Sturla, omonimo del genovese e proveniente dalla Val D’Aveto. A completare il quadro oroidrografico manca solo la citazione del torrente Rupinaro, che scorre parallelo all’Entella, ma dall’altra parte – quella a nord – della ridente cittadina – come si diceva un tempo. Ci sarebbe anche il rio Campodonico, che scende da una valletta piccina piccina che fiancheggia l’uscita dell’autostrada per chi proviene da Genova. Ma nessuno o quasi se lo ricorda. Salvo, ovviamente, quando decide di farsi vivo, cioè di far danni.

Il Rupinaro, nonostante vada a comporre il nome di alcune chiese importanti (San Giacomo di Rupinaro, Madonna del Rupinaro), è un killer in incognito. Secco (ma secco proprio, con l’erba in mezzo) quando è in secca, si trasforma nel tratto alto di un fiume himalayano quando vengono giù due gocce d’acqua. E allora non c’è scampo: nell’ultima piena prima di questa – novembre 2002 – l’unico morto chiavarese fu un pensionato che, sprezzante del pericolo, era sceso in garage e fu travolto. Da chi? dal buon Rupinaro. Che, di natura, non sarebbe un ammazzapopolo: ma lo hanno costretto fra due rive di cemento così anguste che ogni tanto è comprensibile che voglia respirare, perché anche i fiumi – è noto – soffrono di claustrofobia.

Davanti a Chiavari c’è il mare. Dunque: sul lato lungo del rettangolo il mare e sui due brevi, di qua e di là, l’Entella e l’altro. Se il mare monta, i fiumi non riescono a scaricare. E se da dietro – dalla Fontanabuona e dalle altre valli – scende tant’acqua (e tronchi, e canne, e piastrelle rotte, e fusti di benzina usati per raccogliere la pioggia, e ramaglia varia, e sassi, e fango e ciabatte spaiate e palloni da calcio sgonfi e bidoncini di pittura) che non riesce a raggiungere il mare, allora i fiumi si innalzano e scaricano da una parte e dall’altra invece che davanti, come dovrebbero. E quando le acque, fuoruscite dalla sinistra del Rupinaro e dalla destra dell’Entella, decidono di darsi un rendez-vous in centro città, ovvero in Piazza Roma, Piazza delle carrozze o in Piazza Mazzini, già piazza dei cavoli, le tre perle sul filo del Carruggiu Drittu (ufficialmente: Corso Martiri della Liberazione) allora si ha la metamorfosi di Chiavari in Venezia nei giorni dell’acqua alta. Ma dato che la ridente cittadina non ha niente a che vedere con San Marco – ovvero è del tutto impreparata a una simile eventualità – si ha il disastro. Ma non un disastro normale. Un disastro di proporzioni immani, a dispetto delle limitate dimensioni della città.

Perché Chiavari vive di due attività, fondamentalmente: i negozi e i servizi. I servizi sono pochi, mentre i negozi sono tantissimi, e tutti allineati in basso, lungo il percorso del rendez-vous dei fiumi e nelle vie parallele, pure interessate dal fenomeno a causa delle quote del suolo.

E se tutti questi negozi ben allineati sotto i portici si trovano l’acqua (e i bidoni di pittura vuoti, le ciabatte spaiate, e i cassonetti per la raccolta differenziata, canne di bamboo e non) a un metro, un metro e mezzo di altezza, per loro è la fine: devono buttare via tutto: foulard, libri, scarpe, cellulari, poltrone, medicinali, biscotti, attrezzi per la deambulazione (a Chiavari si ha l’impressione che ci siano più vecchi che in tutto il resto d’Italia messo insieme), formaggi, sigarette, fiori recisi e in vaso, articoli scolastici, bomboniere. Tutto. Bisogna buttare via tutto. L’Esercito è arrivato, ha stabilito alcuni punti in cui fare affluire la mercanzia inutilizzabile, ma ancora non si sa come andrà a finire perché le montagne crescono di ora in ora. Dove la metteranno, tutta quella roba? L’unica discarica disponibile, quella di Genova, è stata chiusa. Un disastro. Un disastro vero. Perché, come diceva Yul Brinner a quei poveri campesinos: diverse volte mi hanno pagato cifre molto alte, ma nessuno mi aveva mai dato tutto quel che aveva. E qui siamo ai campesinos.

A volerla dire come sta, bisognerebbe ricordare che sono anni che in giunta ci si confronta sul modo migliore per risolvere il problema dell’Entella: c’è chi dice che bisogna (bisognava, a questo punto) occuparsi essenzialmente del tratto della foce, e chi – il centrodestra – che bisogna (sarebbe stato opportuno, già da tanto tempo) intervenire sull’intero bacino, stante che a monte alcuni ponti erano già crollati nella piena (una pienina, roba da poco) dello scorso anno. Ma dato che questa seconda proposta poteva apparire come un mezzuccio per evitare che si cominciasse a far qualcosa nel tratto della foce (e poteva anche darsi che fosse così), allora non fu presa in considerazione. Per un’estate una specie di escavatore lavorò non nell’ultimo tratto ma proprio in mezzo alla foce, dove mare e fiume si incontrano, e parve che il problema fosse risolto. Parve.

E il Rupinaro? E il Campodonico? E lo Sturla? Quelli no, quelli tutto bene.

Un’ultima cosa: sarebbe meglio che la stampa cartacea e radiotelevisiva, almeno questa volta, evitasse l’uso della locuzione “angeli del fango” per indicare quelli che fanno la sola cosa che possono fare, ossia spalare la melma dai loro negozi. Per essere angeli, sembrano un po’ troppo incazzati. Non sono volontari: sono obbligati dalla necessità, sono costretti a cercare di tirar via la palude da casa. Non li vogliono i volontari, a Chiavari, perché non saprebbero dove metterli né come dar loro da mangiare, perché anche i supermercati devono buttare via tutto, anche i negozi di alimentari, anche le gastronomie. Anche i ristoranti. Un disastro. Un disastro. E, vedete?, continua a piovere. E la tele ha detto or ora che, invece, la giunta i volontari li accoglierebbe a braccia aperte. Ma prima di muoversi sarebbe opportuno accertarsi meglio delle intenzioni della giunta, perché spesso non si capisce cosa voglia davvero.

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