Un mese dopo la sconfitta di Tikrit

Video falsi, sconfitte e divisioni Perché si dice che Isis sia in crisi

Video falsi, sconfitte e divisioni Perché si dice che Isis sia in crisi
23 Aprile 2015 ore 11:10

La bomba l’ha lanciata il Guardian, due giorni fa: il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, il numero uno dello Stato Islamico, sarebbe stato gravemente ferito durante un raid aereo delle forze internazionali compiuto lo scorso marzo. L’attacco sarebbe avvenuto, nello specifico, il 18 del mese, nella zona di al-Baaji, nel distretto iracheno di Ninive, vicino al confine con la Siria. Al-Baghdadi inizialmente sarebbe stato in gravi condizioni, mentre ora non sarebbe in pericolo di vita. Tuttavia, pare certo che nell’ultimo mese la conduzione quotidiana dell’azione dell’Isis è stata affidata ad altri elementi. Il quotidiano inglese rivendica una sufficiente certezza circa l’attendibilità di queste notizie, poiché sarebbero state ottenute grazie ad un contatto in costante collegamento con le milizie islamiche del Califfato. Sarebbe la notizia più grossa ma certo non l’unica che, in questi giorni, ribasisce un concetto: lo Stato Islamico sarebbe in evidente crisi.

Per cominciare: l’eterogeneità dell’Isis. Il quotidiano tedesco Der Spiegel sarebbe entrato in possesso di alcuni documenti appartenenti ad Haji Bakr, ex agente dei servizi segreti di Saddam Hussein e oggi figura di spicco nell’organizzazione militare del Califfato. Da queste carte emergono alcune informazioni particolarmente interessanti, sulla profonda eterogeneità delle milizie dell’Isis, che con il tempo ha cominciato a creare diversi problemi. Le truppe sono composte da moltissimi volontari jihadisti stranieri: sauditi, ceceni, turchi e maghrebini ma anche europei, americani, australiani, tutti sì con un ipotetico ideale comune, ma comunque provenienti da vite, culture, concezioni diverse pressoché rispetto ad ogni cosa. Differenze che, superato l’entusiasmo dei primi mesi, cominciano a farsi sentire, non si crea unità fra gli uomini, cosa peraltro fomentata da trattamenti differenti: i cosiddetti “foreign fighters”, stranieri arrivati in Medio Oriente per unirsi alla causa dello Stato Islamico, vengono alloggiati nelle città e pagati molto di più rispetto ai combattenti locali, i quali vengono quasi sempre mandati al fronte e nelle zone più pericolose e vulnerabili. Tutti aspetti che generano tensioni all’interno degli stessi eserciti jihadisti, e dove non c’è unità è sempre difficile ottenere vittoria. Lo dimostrano le numerose sconfitte che l’Isis ha cominciato inevitabilmente a patire.

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Il peso delle sconfitte. Nella provincia di Anbar, dove è cominciata l’avanzata dello Stato Islamico, la piccola località di al-Baghdadi, nei pressi del fiume Eufrate è stata riconquistata dall’esercito di Baghdad con il sostegno delle tribù locali e dell’aviazione degli Stati Uniti. Sempre a marzo, le forze di sicurezza irachene e le milizie sciite hanno ripreso il controllo di gran parte di Tikrit, la città natale di Saddam Hussein finita nelle mani dell’Isis. Sul fronte siriano, i principali obiettivi dell’Isis nei pressi di Raqqa, considerata la capitale dello Stato Islamico in Siria, sono oggetto di massicci bombardamenti da parte dei cacciabombardieri Cf-18 dell’aeronautica canadese. Inoltre, spiega il tedesco Die Welt, da quando sono cominciati i bombardamenti sulle zone petrolifere, ovvero le fonti di maggior guadagno dello Stato Islamico, le difficoltà per il Califfato di ottenere denaro per finanziare la propria guerra sono esponenzialmente aumentate.

I bambini reclutati. Sconfitte che stanno allentando, e parecchio, il fascino dello Stato Islamico per le popolazioni locali, sempre meno inclini a sostenere e ad offrire appoggio alle milizie, oltre che, naturalmente, per i soldati stessi. È questo il motivo per cui, scrive a tal proposito il Washington Post, l’Isis ha cominciato a reclutare molti bambini, naturalmente perché più facilmente circuibili. Cosa che porta, per forza di cose, a una minor esperienza bellica fra le truppe e quindi ad una gestione sempre più complicata della guerra: l’Isis, parrebbe, non è in grado di gestire più fronti di attacco. Quest’ultimo aspetto, spiega sempre Die Welt, certifica che la forza militare dell’Isis è molto sopravvalutata. Quando l’organizzazione terrorista ha conquistato un terzo dell’Iraq in poche settimane, durante l’estate del 2014, i jihadisti dell’Isis sembravano inarrestabili. In realtà questa clamorosa avanzata fu facilitata significativamente dalla scelta dei nemici di non combattere. A Mosul l’esercito iracheno, diviso per scontri etnici tra sunniti e sciiti, preferì abbandonare i suoi avamposti piuttosto che contrastare l’arrivo dei guerriglieri dello Stato Islamico. Anche l’avanzata nel Nord della Siria fu nettamente favorita dal ritiro tattico delle truppe curde, che preferirono evitare uno scontro eccessivamente sanguinoso. Nel momento in cui è cominciata la controffensiva della coalizione internazionale, in particolare con l’aviazione, supportata dai ribelli locali, l’Isis si è scoperto profondamente fragile e disorganizzato.

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Infine, il multimediale: forse, è tutto falso. Sembrerebbe infine, stando ad una ricostruzione compiuta dai tecnici di Fox News, che molti dei video propagandistici dell’Isis siano in realtà delle bufale. Emblematico in tal senso è il video dei 21 egiziani copti decapitati dai miliziani dell’Isis sulle spiagge della Libia. Un video che fece inorridire il mondo. Ma quel video sarebbe stato manipolato dal dipartimento-media dell’Isis, seguendo una tecnica nota come “rotoscoping”: in pratica sarebbero state prese delle immagini da un altro contesto e montate sulla location voluta. Nel dettaglio, i terroristi di Isis hanno delle teste sproporzionate rispetto al corpo e rispetto alle loro vittime. Sembrano quasi soffrire di gigantismo. Poi c’è il problema dell’acqua: lo sciabordio delle onde sembra non combaciare con l’andamento del video. Infine il sangue: quello che sgorga da un collo sgozzato è molto più denso e più scuro di quello rossiccio che si vede nel video.

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