E difendersi da soli è difficile

È virtuale ma fa male lo stesso (Parliamo di cyberbullismo)

È virtuale ma fa male lo stesso (Parliamo di cyberbullismo)
18 Dicembre 2014 ore 11:58

Assomiglia a una sorta di nonnismo moderno, solo che non rimane circoscritto nelle caserme né è indirizzato verso ragazzi maggiorenni. Il cyberbullismo, il fenomeno dilagante in Italia tanto da essere stato definito dagli esperti, per le sue implicazioni, un problema di salute pubblica, corre nel web attraverso social network o chat con insulti e minacce, nella migliore delle ipotesi, e qualche cosa di più quando diventa pesante. Ad attuarlo e subirlo in maniera perpetrante e umiliante sono ragazzini che si affacciano appena alle prime classi di scuola superiore.

L’indagine. Oltre 2 mila studenti delle scuole secondarie di primo grado si sono confessati in un’indagine sulle Abitudini e stili di vita degli adolescenti, social compresi, condotta dalla Società Italiana di Pediatria (Sip) in collaborazione con la Polizia di Stato e Facebook. Ne è emersa una realtà digitale dai toni drammatici e preoccupanti, perché vittime del cyberbullismo sono il 31 percento dei tredicenni (35 percento di ragazze), mentre il 56 percento dei giovani conosce amici che lo hanno subìto.

I più a rischio sono i giovani, assidui frequentatori di due o tre forme di social network, che si vedono recapitare chiari messaggi psicologicamente ed emotivamente violenti e destabilizzanti, preferibilmente sui social (quasi 40%), in chat (39%) o via sms (30%). Ma la scelta può anche ricadere sull’invio online o la pubblicazione di foto o filmati (15%) e sulla creazione di falsi profili Facebook (12,1%). Qualunque sia la modalità scelta, il succo non cambia: sempre di atti di bullismo si tratta. Eppure, nonostante le percentuali importanti, questo fenomeno resta sommerso, perché nell’85 percento dei casi non viene riferito agli adulti, che siano essi genitori o insegnanti.

Difendersi da soli è impossibile. Eppure, oltre la metà dei ragazzi (il 60 per cento dei maschi e quasi il 50 per cento delle femmine) vittime del cyberbullismo prova a fare da sé: forse per vergogna, per timore di ulteriori minacce, di essere giudicato vigliacco, o perché si sente debole di fronte alla violenza e all’aggressività del potere della rete. Solo una minoranza si rivolge all’adulto o alle autorità competenti.

Ma il silenzio non è la strada giusta e se il ragazzo si ostina a non parlare, il suo comportamento però può comunque rivelare che qualcosa sta cambiando nella sua vita e nelle sue relazioni: l’isolamento, la scelta di compagnie e amici diversi dai precedenti, il cambiamento nel rendimento scolastico, la maggiore attenzione a vigilare sui propri spazi possono essere segni indicatori che è o è stato vittima di uno o più episodi di cyberbullismo.

Le ripercussioni sulla salute. La violenza in rete non passa, e questo la differenzia da altre forme di aggressività perpetrata. Resta lì, come un fermo immagine nel tempo che immortala la peggiore o la più fragile condizione del ragazzo che ne è ritratto, visibile a tutti, conoscibile da amici, compagni e genitori. È uno degli aspetti più cruciali, che genera ripercussioni importanti a livello psicoemotivo: al cyberbullismo sono spesso correlate, a detta degli specialisti, sindromi depressive, ansia, sintomi somatici, una maggiore propensione all’uso di droghe e comportamenti devianti, fino alla tendenza al suicidio che non di rado può essere messo in atto.

L’unica arma è la prevenzione, che deve essere efficace e tempestiva: due condizioni indispensabili per contrastare e arrestare il fenomeno. Non una prevenzione circoscritta ma diffusa, anche fuori e dentro le scuole, che coinvolga vittime, carnefici e spettatori passivi: con atti concreti. Il primo è già stato fatto: la firma davanti agli studenti delle scuole di un protocollo d’intesa tra Sip e Polizia di Stato. E speriamo serva a qualcosa.

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