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La vita difficile degli obesi

La vita difficile degli obesi
18 Ottobre 2014 ore 10:57

Può essere credibile una persona obesa come ministro della salute? È questo l’interrogativo che ha posto un giornalista belga corrispondente dagli Usa in merito all’assegnazione di tale ministero a Maggie de Block, un medico di 52 anni, politica di lungo corso e tra i più stimati di Bruxelles, che è affetta da obesità su base genetica. Il tweet del giornalista ha scatenato una serie di polemiche che tolgono il velo a un più ampio argomento che riguarda una parte sempre più crescente della popolazione mondiale: i pregiudizi sull’obesità.

Si parla di “grassofobia”, o “bullismo lipofobico”, e il termine è salito ai tristi onori della cronaca italiana dopo la vicenda del 14enne napoletano seviziato con un compressore da un 24enne con amici muniti di smartphone. Il ragazzino è stato letteralmente gonfiato e i medici hanno dovuto asportargli un pezzo di intestino. Ci sono studi del 2011 che dicono che i chili di troppo rappresentavano la causa del 40,8% dei casi di vittimizzazione a scuola, nel 2013 il dato è arrivato al 94%. Una forma sempre più diffusa di discriminazione che riguarda tutti, dai ragazzini delle periferie più degradate ai politici di alto livello dei civili paesi del nord Europa. Uno studio del 2009 dell’Università di Padova afferma che negli ospedali pubblici italiani il 31% degli infermieri preferirebbe non prendersi cura delle persone obese, il 24% riferisce «repulsione», il 12% preferirebbe non toccarle.

 

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Obesi penalizzati sul mondo del lavoro. Si può affermare di essere in presenza di un vero e proprio stigma sociale che dalla scuola arriva fino al mondo del lavoro: secondo le statistiche stilate dall’Università di Manchester già nei colloqui selettivi vengono favorite le persone magre e atletiche, in una parola “belle” secondo i canoni moderni, che associano l’avvenenza a migliori performance professionali. Si stima che chi lotta con la bilancia abbia maggiore possibilità di essere licenziato, abbia retribuzioni inferiori e minore possibilità di carriera. I datori di lavoro temono che chi è obeso possa assentarsi più spesso per problemi di salute rispetto a chi è normopeso.

Il caso di Maggie De Block. Un pregiudizio che il neoministro della salute belga Maggie De Block, di origine fiamminga, ha saputo smontare con la sua competenza e professionalità, tanto che lo scorso anno un giornale belga, vallone per la precisione, l’ha eletta donna dell’anno. È stata Segretario di Stato per l’asilo, la migrazione e l’integrazione sociale. Ha fatto il ministro della difesa. È uno dei più stimati medici e politici del Paese, oltre a essere la donna più potente della politica fiamminga. La considerano una persona determinata, competente e onesta. C’è chi la vede, in futuro, come la prima donna a capo del consiglio federale. Durante il suo incarico come Segretario di Stato si è impegnata a fondo nel rendere umana la politica del diritto di asilo. Sul suo sito internet si legge che il suo obiettivo da quando è salita al governo, che tutt’oggi la guida, è quello di condurre una politica umana e corretta. Si è battuta perché tutti i richiedenti asilo avessero una casa, ha lottato contro l’abuso delle procedure di asilo e al tempo stesso è stata una paladina del rispetto delle leggi. Ha cercato di prestare particolare attenzione e sostegno a quelle categorie di persone che rischiano di essere le prime vittime della crisi economica: i genitori single, i bambini, le persone escluse dal mercato del lavoro. Si è data da fare con un piano per i senzatetto nella stagione invernale. Tutte cose che non sembrerebbero andare d’accordo con il pregiudizio della pigrizia e della scarsa intelligenza degli obesi.

 

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I pregiudizi più comuni, duri a morire, e le vere cause. Ma è vero che un obeso lo è solo perché mangia tanto? Perché non fa attività fisica? Perché non ha rispetto e stima del proprio corpo? È vero che è sporco? Sono i principali pregiudizi diffusi in una società sempre più ossessionata dal cibo e dalla magrezza come simbolo di bellezza e forza, che allo stesso tempo, però, soffre di bulimia. Nessun “difetto fisico” è tanto preso di mira come la ciccia. L’obesità è stata ufficialmente classificata come malattia cronica degenerativa dall’America Medical Association soltanto il 19 giugno 2013.

Le cause dell’obesità sono molte e complesse, e i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono allarmanti: nel 2005 c’erano oltre un miliardo di persone in sovrappeso nel mondo, di cui oltre 805 milioni di donne, nel 2015 l’OMS prevede oltre 2,3 miliardi di persone in sovrappeso e più di 700 milioni di obesi, fra cui moltissimi bambini. Negli ultimi 30 anni nei paesi in via di sviluppo il numero di persone obese e in sovrappeso è aumentato da 250 milioni a un miliardo: si tratta di un incremento molto più rapido che nelle nazioni ricche. Cifre che inducono a parlare di una “epidemia di obesità”, con gravissime conseguenze a livello personale e sociale. Chi è obeso ha un’aspettativa di vita minore e va incontro a un più alto rischio di patologie cardiovascolari, tumori, infarti. È fondamentale arginare il problema e porvi un rimedio, ma prima vanno analizzate seriamente le cause.

 

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Un libro uscito da poco, di Paolo Vineis dell’Imperial College di Londra, intitolato “Salute senza confini”, avverte del rischio di pandemia per le malattie che dipendono da fenomeni globali e che quindi il singolo non può controllare. L’obesità, insieme a diabete, infarto e cancro, è una di queste e colpisce a ogni latitudine, dai Paesi più ricchi a quelli più poveri. A causarla sarebbe soprattutto l’industria globalizzata dell’alimentazione, che si basa sul principio secondo cui un alimento più è lavorato più garantisce profitto. In America, dove in oltre venti Stati il tasso di persone obese supera il 30% e il fenomeno colpisce fasce socio-economiche meno agiate, il 43% del commercio di alimenti passa da 4 marchi: ciò significa che ci sono almeno 4 passaggi in 4 aziende diverse prima che un prodotto alimentare arrivi sulle tavole di chi lo consuma. A fargli eco è Silvana Hrelia, biochimica della nutrizione al Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita dell’Università di Bologna, che in un articolo su La Stampa spiega quali sono i fattori da temere. «L’industria dei cibi pronti ha aumentato il consumo di grassi saturi a scapito delle altre due categorie (monoinsaturi e poliinsaturi n.d.r.). Occorre perciò normalizzare il rapporto, evitando cibi preconfezionati e precotti, che contengono grassi saturi, grassi “trans”, capaci di formare depositi nelle arterie tanto quanto quelli saturi, e idrogenati».

Posto che una sana e corretta alimentazione si basa sul principio del “di tutto un po’”, i grassi non vanno aboliti, ma costituire il 30% delle calorie ingerite così composto: 10% grassi saturi (di origine animale), 10% da monoinsaturi (olio di oliva e olii di semi), 10% da poliinsaturi (olii vegetali, frutta secca, pesce).

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